“Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l’infanzia come critica radicale” di Giorgia Grilli

Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l'infanzia come critica radicale, Giorgia GrilliDi cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l’infanzia come critica radicale
di Giorgia Grilli
Donzelli

Un saggio dalla struttura solida e rigorosa, quello di Giorgia Grilli, pubblicato da Donzelli Editore nel 2021, che si legge con la passione e il coinvolgimento di un romanzo.

Merito non solo della prosa lineare e scorrevole dell’autrice, ma anche del tema scelto: l’infanzia, la sua rappresentazione nella letteratura e la particolare idea di bambino che emerge nel libro.

All’infanzia e alla sua interpretazione Giorgia Grilli dedica da sempre approfondite riflessioni. Presso l’Università di Bologna si occupa dell’insegnamento della letteratura per l’infanzia, è cofondatrice del Centro di ricerche in letteratura per l’infanzia del Dipartimento di scienze dell’educazione «Giovanni Maria Bertin» e negli anni ha tradotto numerosi testi di saggistica e di narrativa di autori noti tra i quali Jack Zipes, Alison Lurie, David Almond, Neil Gaiman e Aidan Chambers.

Il punto di partenza dello studio della Grilli è la domanda che dà il titolo al saggio: di che cosa parlano davvero i libri per bambini? Qual è il messaggio più profondo e la visione dell’infanzia che ci trasmette tutta la buona letteratura per ragazzi, al di là delle trame e dei pretesti narrativi di ogni racconto?

Per rispondere a queste domande l’autrice ci fa fare innanzitutto un passo indietro per allargare la visione sull’uomo, inteso sia come appartenente alla specie umana, sia come soggetto adulto contrapposto al soggetto bambino.

Partendo quindi dal primo tema, viene analizzato quel particolare momento storico in cui la specie umana, prima completamente immersa nel mondo naturale al pari di ogni altra specie animale, ha iniziato a distinguersi, a percepirsi come ‘altra specie’, ad acquisire lo status di ‘uomo’.

Questa distinzione è avvenuta nel passaggio a Homo sapiens, cioè nel momento in cui l’umanità inizia ad acquisire una serie di strumenti cognitivi, manuali, esperienziali decisamente significativi, ma in cui perde al tempo stesso il suo rapporto ancestrale con la natura, si smarca dalle leggi del cosmo e dimentica il legame che la unisce intimamente a tutti gli altri esseri viventi.

Ma, come insegnano i maggiori psicoanalisti, nessuna rimozione è mai tale in modo definitivo e quindi, a seguito di questa sorta di strappo, gli uomini hanno sentito il bisogno di riportare alla memoria quel tempo mitico di fusione con il cosmo, per non dimenticare la parte più profonda delle proprie origini.

E qui torna in scena la letteratura: gli uomini per ricordare le loro origini hanno fatto ricorso alla narrazione.

Raccontare storie è infatti un modo per tenere vivo il legame con la parte più intima e inconscia che ci lega al resto del mondo: con il suo linguaggio simbolico e immaginifico la letteratura ci permette di superare le barriere della razionalità, di annullare la percezione di presunta superiorità che sentiamo nei confronti delle altre specie e di allargare quindi lo sguardo che abbiamo sul mondo.

“Le storie ci riconnettono con qualcosa che va al di là di noi e ci giungerebbero dal livello più profondo, antico e incontrollabile del nostro essere”, dice la Grilli.

E se tutta la letteratura, in quanto strumento di narrazione, ha la capacità di far risuonare in noi temi profondi e dimenticati, la letteratura per l’infanzia in particolare ha l’immediato potere di riportarci a un tempo mitico e riconnetterci alle nostre radici.

Questo perché, ci dice la Grilli, “i bambini sono creature ancestrali”, sono cioè esseri umani che non hanno ancora sulle loro spalle le sovrastrutture della civiltà, ma al contrario sono più vicini al tempo che precede la loro nascita in cui la fusione con il tutto era presumibilmente più forte.

Il punto di vista dell’autrice, che si appoggia sul lavoro di altri illustri colleghi tra i quali Manganelli, Bertin e Faeti, è quello di una netta dicotomia tra infanzia ed età adulta: i bambini, per quanto possano essere nostri figli, nipoti o amici, sono ‘altro’ rispetto a noi adulti, sono entità ontologicamente diverse e in quanto tali ci mettono di fronte all’alterità, all’esistenza di qualcosa di irriducibilmente diverso da noi.

Questa diversità risiede appunto nella connessione con il mondo, che è ancora vivamente presente nell’infanzia ma che si perde gradualmente e inevitabilmente con l’ingresso del bambino nella civiltà e nell’adultità, passaggio che ripropone e perpetua la storia dell’evoluzione del genere umano, da essere primordiale a Homo Sapiens.

Anche lo scrittore britannico David Almond, citato più volte nel saggio, sottolinea la “posizione di soglia dell’infanzia” e spiega che i bambini “sono ancora in parte selvaggi, non civilizzati, e ancora spinti a esplorare i margini più selvatici del mondo”.

L’infanzia è portatrice di valori universali radicali, e la letteratura a lei dedicata si fa portavoce di questo messaggio.

Le narrazioni che parlano ai più piccoli rievocano questa dimensione fusionale dell’infanzia e hanno anche – essendo spesso storie di crescita e formazione – il compito doloroso di accompagnare i bambini verso l’inevitabile passaggio all’età adulta e quindi alla perdita della fase più ancestrale della vita.

Tutta questa trama di significato sottesa ai testi, ci tiene a sottolineare l’autrice, si applica ovviamente alla letteratura di qualità, quella che va al di là delle mode, delle opportunità di mercato o dei progetti moralistici e pedagogici; è propria quindi solamente di quella letteratura che “davvero ha qualcosa di proprio da raccontare, nel panorama culturale. Anche al di là delle intenzioni coscienti dei suoi migliori autori, come spiega Booker, che è il segno definitivo del suo giungere da lontano, cioè di essere, come letteratura, non il frutto di un ego, ma di un’eco, originatosi in un tempo (sia della specie sia della mente) indefinitamente remoto”.

In questo senso anche concetti complessi come la morte, la malattia, la paura e la tristezza (per citare solo alcuni tra i temi che spaventano gli adulti perché mettono la loro razionalità e la loro capacità di controllo di fronte a una sconfitta) sono temi naturali per i bambini, tanto normali quanto la nascita, la vita, la gioia: fanno parte di un tutto da accettare consapevolmente. Anzi, sono spesso loro stessi i portavoce di queste pulsioni complesse e contrastanti. L’autrice infatti ci ricorda che “i bambini hanno furie, passioni, ombre, sentimenti antisociali, che nei grandi libri per bambini non vengono liquidati come capricci, né trattati come qualcosa di cui vergognarsi o sentirsi in colpa perché il mondo è un bel posto e abbiamo tutto ciò che serve per essere felici” e questo per il fatto che “l’infanzia è chiaramente, per certi autori, un’età in cui si vivono emozioni intense, dirompenti, e in cui si possono provare ansie e timori anche di fronte a eventi che per noi sono banali”, e di conseguenza, vale la pena ricordarlo: “i grandi libri per bambini non minimizzano nulla di ciò che dai bambini viene”.

A questo punto la riflessione dell’autrice compie un ultimo salto, che ci spiega infine il sottotitolo del saggio. Presentando la memoria di un tempo in cui l’umanità aveva uno sguardo più ampio e più empatico con il mondo di cui faceva parte, la letteratura per l’infanzia si propone come “critica radicale” del sistema odierno, della visione di contrapposizione tra l’uomo e il suo contesto, della mancanza di sentimento fusionale con il tutto.

“La letteratura per l’infanzia finisce, insomma, per mettere in discussione l’adulto – la sua normalità, la sua visione del mondo, la sua posizione nell’universo – nel momento in cui riconosce, come nessun altro discorso letterario fa, l’esistenza non solo dei bambini (qualcosa che più o meno tutti notiamo) ma molto più profondamente di un Mondo Bambino, inteso come qualcosa di vasto, potente e parallelo a noi con cui, almeno nelle sue pagine, non è possibile non fare i conti. Conti che – felicemente – non tornano mai fino in fondo, perché la letteratura per l’infanzia, nei suoi esempi migliori, intende il bambino come quanto di più irriducibile all’adulto si possa dare, e dunque come qualcosa di cui, a rigore, non potrebbe parlare”, spiega l’autrice. E prosegue: “Ma proprio qui sta il suo interesse fondamentale, la sua unicità come letteratura, il suo ‘vantaggio’, in termini immaginativi e di stimoli cognitivi: nella letteratura per l’infanzia, quando è tale, il pianeta infanzia è una scommessa, un guanto di sfida, che gli adulti decidono di lanciare a sé stessi e di affrontare, un’esplorazione che non si sa che sorprese possa riservare, ma che comunque invita a partire, come si parte per terre straniere”.

E in questo viaggio di scoperta e di conoscenza è bene rimanere aperti e flessibili alla contaminazione con un mondo altro, e alla rigidità dell’educazione che gli adulti impongono ai bambini si può valutare invece lo sguardo della letteratura, più morbido, possibilista e rispettoso della dimensione dell’infanzia: “L’educazione privilegia il Noto, la letteratura anela all’Ignoto. L’educazione si fonda sul Controllo, la letteratura ha bisogno di Imprevisto. L’educazione tende a creare Ordine, la letteratura si accende con il Disordine. L’educazione si concentra sul Dentro, la letteratura spinge verso il Fuori. […] Con ‘fuori’ in letteratura si intende questo: il mondo non solo umano, non solo civile, ma appunto animale, vegetale e pieno di altre strane creature che solamente uscendo di casa si possono incontrare, il mondo naturale […] ma anche quello soprannaturale, il mondo poli-affettivo (al di là delle relazioni strettamente famigliari) e quello spirituale, il mondo non solo dei vivi ma anche dei morti, con i loro possibili intrecci”.

Per spiegare questa sua articolata visione del tema, Giorgia Grilli si appoggia costantemente a esempi tratti non solo dai principali capolavori della letteratura per l’infanzia di tutti i tempi, ma anche da molte opere cinematografiche e dalle biografie di autori noti, rendendo estremamente ricca e piacevole la lettura.

Tra le varie opere trattate ci sono, per citarne solo alcuni, gli immancabili Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol, Peter Pan di James Matthew Barrie, Winnie Puh di A. A. Milne, Pinocchio di Collodi, Mary Poppins di P. L. Travers, i libri di Maurice Sendak, di Roald Dahl, di Neil Gaiman, di Margaret Wise Brown, ma anche la moderna cinematografia da George Stevens a Jim Jarmush, da Luc Besson a Clint Eastwood e Singh Tarsem, senza tralasciare le tavole dei più significativi illustratori di tutti i tempi, in un caleidoscopio di suggestioni e significati davvero potente.

Il saggio di Giorgia Grilli insomma va ben oltre alla trattazione classica della letteratura, dei generi e dei temi per l’infanzia, ma chiama in causa anche teorie evolutive, psicologiche e sociologiche, che inseriscono la narrazione dedicata ai bambini in una più ampia narrazione umana ed evolutiva, con il risultato di arricchire la nostra visione dell’infanzia.

Daniela Finistauri

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