Il fenomeno delle donne guerriere tra tardo medioevo e prima età moderna, grosso modo il periodo che corre dalla metà del XIV alla metà del XVI secolo, è piuttosto sfuggente e di difficile valutazione. Proprio per questo, tuttavia, questa esperienza storica ha rappresentato per me una sfida e un oggetto affascinante, all’interno del quale trovare una lettura unitaria e unificante. Mi spiego meglio. Quando iniziai a occuparmi delle guerriere italiane del rinascimento, tra il 2016 e il 2017, a prima vista sembrava esistessero alcuni casi legati a circostanze eccezionali, senza legami tra loro, molto spesso trasfigurati all’interno di storie locali e cittadine, in cui era difficile separare la dimensione storica da quella leggendaria. L’idea che le storie di queste donne, tra cui Caterina Sforza, Orsina Visconti, Donella Rossi, Cia Ordelaffi, non fossero altro che anomalie storiche, eccezioni rispetto alla regola di un mondo guerriero declinabile unicamente al maschile, non mi ha mai davvero convinto. Dopotutto, prendendo spunto dalla vicenda di Giovanna d’Arco, anche nel caso della guerriera francese il problema dei contemporanei non riguardava principalmente il suo ruolo militare, bensì quello religioso, ossia se fosse davvero – come lei affermava – portatrice di una profezia per il Delfino, il futuro Carlo VII di Valois. Anche per le omologhe italiane, quindi, sospettavo esistesse, in qualche modo, una forma di codificazione culturale che ne rendesse accettabile agli occhi dei contemporanei, il ruolo militare. A ben guardare, mi accorsi che la maggior parte di queste apparteneva in qualche modo alla grande galassia dinastica dei Visconti-Sforza, o comunque si trovasse all’interno della vasta area padana compresa tra le odierne Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ossia alcune delle principali direttrici di espansione visconteo-sforzesca in Italia settentrionale. Guardando ancora meglio, emerse che diverse di queste donne erano imparentate in linea femminile: nonna, madre, nipote. Si fece quindi strada l’idea che potesse sussistere una forma di educazione femminile alla guerra, spesso informale, basata su pratiche come la caccia, ma anche la lettura dei classici come il De Bello Gallico di Giulio Cesare. L’ipotesi parte dall’assunto che una preparazione militare non sia solo di natura tecnica (o sportiva, pensiamo alla scherma) ma anche, forse soprattutto di natura psicologica. Non ci si improvvisa capi di guerra da un giorno all’altro, e nei momenti in cui le protagoniste del libro si trovarono a fronteggiare crisi militari, soprattutto assedi, non si fecero trovare impreparate, a dimostrazione che una formazione in questo senso doveva aver avuto luogo. In termini di dimensione del fenomeno, per rispondere più precisamente alla domanda, il ruolo delle donne guerriere fu sicuramente, com’è ovvio immaginare, minoritario. La storia raccontata nel libro non vuole ribaltare gli schemi nella storia di genere in merito all’oggetto trattato. Tuttavia, ciò che si vuole affermare è che il ruolo delle donne, soprattutto aristocratiche, talvolta anche contadine o popolane, non fu una semplice anomalia, bensì qualcosa che culturalmente trovava un suo spazio autonomo e un suo ruolo nel mondo di allora.Quali furono le figure di combattenti rinascimentali più significative?
Non è possibile fare una classifica delle più guerriere più significative. Forse delle più celebri sì, ma a modo loro ognuna delle protagoniste ha rappresentato un capitolo decisivo di una storia complessiva ancora poco conosciuta al grande pubblico. Si può dire che alcune sono più famose di altre, come Caterina Sforza, le cui gesta furono mitizzate già dai contemporanei. La più famosa donna guerriera del rinascimento, però, è sicuramente Giovanna D’Arco, della quale, all’interno del libro, non si parla in modo specifico. Piuttosto, ho usato la storia e la figura della guerriera francese come termine di paragone per cercare di distinguere meglio, anche per le protagoniste di Leonesse, la realtà dalla leggenda. Giovanna D’Arco è tra le donne medievali più documentate e meglio studiate in assoluto, e questo ci permette, alla luce della sua vicenda, di comprendere meglio anche le “nostre” guerriere. Un esempio: l’età. A quale età una ragazza poteva fisicamente sopportare di allontanarsi da casa e cimentarsi in prove tanto onerose? Giovanna D’Arco era partita da Domremy a 17 anni, e non dovrebbe stupire che anche una delle protagoniste del libro, Bona Lombardi, lasciò il focolare domestico più o meno alla stessa età. Sono i piccoli dettagli come questo che danno concretezza e spessore a delle figure storiche a volte sfuggenti e difficili da conoscere. In realtà, tutte le protagoniste del libro sono importanti in uguale misura, perché tutte contribuiscono a documentare il rapporto tra la guerra e il mondo femminile in un’epoca in cui l’immaginario collettivo stenta ancora a riconoscere a quest’ultimo un ruolo militare autonomo e indipendente dal mondo dei maschi.
Come scrive la storica Joan Kelly, Caterina Sforza rappresentò probabilmente «un’acme delle potenzialità femminili tra Quattro e Cinquecento»: in che modo la “Tigre di Romagna” si rese protagonista del suo tempo?
Il celebre giudizio della storica Joan Kelly, che ho usato all’interno del libro, è senz’altro una suggestione di grande fascino, benché, va detto, l’affermazione sia ormai storiograficamente datata. Resta comunque un punto interessante da cui iniziare una breve riflessione. Caterina Sforza fu una vera protagonista del suo tempo. Paragonarla a una Giovanna D’Arco italiana non è un atto privo di senso, vista la celebrità da lei riscossa già in vita. Le sue gesta sono davvero straordinarie, a partire dall’aver tenuto Castel Sant’Angelo a Roma, quando prese a cannonate il conclave, all’aver resistito ai congiurati di Forlì che avevano in ostaggio i suoi figli, fino allo scontro mortale con Cesare Borgia, per non parlare dell’essere stata la madre di Giovanni Delle Bande Nere, dal quale, grazie al matrimonio con Maria Salviati, nacque Cosimo I de Medici, primo granduca di Toscana. Tuttavia, non dobbiamo rischiare un errore di prospettiva. La fama della Sforza, infatti, potrebbe rafforzare il senso di eccezionalità tradizionalmente associato alle donne in guerra che Leonesse prova a ridefinire. La straordinarietà stessa di queste donne, infatti, ha in qualche modo permesso di depotenziarne la funzione paradigmatica, in un certo senso educativa, che i loro esempi avrebbero potuto, e possono tuttora, rappresentare. Mi spiego meglio. Giovanna D’Arco, in Francia e nel mondo, è assurta a role model, exemplum virtutis, con esiti quasi paradossali. È diventata simbolo, ispirazione, portavoce di movimenti culturali e politici, dalla destra conservatrice alla sinistra radicale; santa e strega, ribelle e devota, femminista e monarchica. Perché personaggi come Caterina Sforza non hanno assunto la stessa carica morale, esemplare, pedagogica? Il motivo credo possa essere rintracciato proprio nell’esaltazione della loro eccezionalità, decantata a partire dai contemporanei, sia in chiave positiva, sia in chiave negativa. A ciò si aggiunse un altro fattore. Le azioni belliche delle Leonesse italiane furono quasi sempre legate a una città o a una comunità in particolare: Forlì, Cesena, Milano, Guastalla, e quando non fu così si cercò di ascriverne quanto meno i natali a piccole patrie locali, come nel caso di Bona Lombardi con la Valtellina. In questo modo, da un lato, il ricordo delle guerriere fu trasfigurato e sovrapposto in modo cripto-mariano a quello di madre della piccola patria, dall’altro fu depotenziato di una carica esemplare e sovversiva di carattere più generale.
Il Suo studio evidenzia una realtà affatto lapalissiana, ovvero che «le donne sono sempre esistite»: cosa significa, tale affermazione, nel contesto storiografico attuale?
Questa domanda va dritta a uno tra i motivi che mi hanno spinto a scrivere Leonesse. Due anni fa uscì in Portogallo una recensione, piuttosto sarcastica, della traduzione portoghese di un mio precedente libro su Magellano e la prima circumnavigazione del mondo (José Carlos Fernandes, ‘A Armada del Maluco: uma nova história da volta ao mundo em 1082 dias, entre bons ventos e algumas tempestades’, Observador, 2 ottobre 2022). All’interno del libro su Magellano dedicavo alcune pagine al ruolo femminile nell’impresa di navigazione. È vero infatti che nelle prime, epiche esplorazioni oceaniche gli equipaggi delle navi erano composti per la (quasi) totalità da uomini. Ciò non toglie, tuttavia, che le vite di questi marinai fossero immerse in importanti reti relazionali femminili fatte di mogli, figlie, sorelle, madri, amanti. Le vite di queste donne furono profondamente toccate dalle esperienze di viaggio, per non parlare delle native incontrate dagli esploratori durante i viaggi. C’è una straziante pagina della Relazione di Antonio Pigafetta che racconta di due donne indigene in lacrime sulle coste della Patagonia mentre due uomini (fratelli? figli? compagni?) venivano rapiti dagli europei. Come non menzionare, allora, la sfera femminile in un libro di viaggio? Il recensore portoghese, probabilmente, ha trovato ridondante che io mi occupassi di questo, scrivendo in merito che lo scopo del mio libro fosse solo: «segnalare l’allineamento dell’autore con l’ossessione per la “parità di genere” e simili disposizioni del catechismo “woke” che prevale nei media e nel mondo accademico di oggi», chiedendosi poi se volessi dimostrare che le donne sono esistite nel XVI secolo. Questo sarcastico interrogativo ha rappresentato un’importante motivazione nella scrittura di Leonesse. Il libro ha tra i suoi obiettivi rivendicare alle donne, in questo caso guerriere, un’esistenza propria, uno spazio autonomo di azione, di protagonismo, di eroismo, che ancora fatica ad emergere. Come ha scritto Daniela Brogi, nel suo importante pamphlet, Lo spazio delle donne (Einaudi 2022) «La quantità di opere dedicate allo spazio delle donne offre possibilità smisurate ed entusiasmanti per riflettere sull’importanza delle donne, e su come, nel corso della storia, il loro lavoro materiale, culturale, creativo sia stato oscurato, silenziato, internato», e tuttavia, continua l’autrice, «come trasformare in pensiero, racconto, sentimento e azioni condivisi risorse e saperi così vitali, eppure ancora troppo distanti dal discorso comune?». Ecco, e qui arriva la mia risposta. Leonesse, raccogliendo l’interrogativo di Daniela Brogi, vuol scrivere una pagina poco conosciuta dello spazio delle donne, per portarla a conoscenza di un pubblico più vasto.
David Salomoni è docente di storia della scuola presso l’Università per Stranieri di Siena. Ha lavorato presso il Dipartimento di Storia della Scienza dell’Università di Lisbona, è stato Berenson Fellow presso l’Harvard University Center for Renaissance Studies e Mellon Fellow all’Università dell’Oklahoma. Le sue ricerche vertono su tematiche di storia dell’educazione e storia della scienza nella prima età moderna, sulla storia di genere e sulla prima globalizzazione.




