“Leggere Salman Rushdie” di Silvia Albertazzi

Prof.ssa Silvia Albertazzi, Lei è autrice del libro Leggere Salman Rushdie, edito da Carocci. Rushdie è uno di quegli scrittori «di cui tutti hanno sentito parlare, ma che solo pochissimi hanno letto»: che rilevanza assume nel panorama degli autori di lingua inglese e della letteratura contemporanea?
Leggere Salman Rushdie, Silvia AlbertazziSalman Rushdie è il più grande narratore di lingua inglese vivente e uno dei maggiori autori della letteratura contemporanea. A lui si deve il romanzo che ha rivoluzionato la letteratura inglese del secondo novecento, I figli della mezzanotte, apparso nel 1981 e nello stesso anno premiato con il più prestigioso premio letterario britannico, il Booker Prize (l’importanza del romanzo per la cultura inglese sarà ratificata nel 1993, con il conferimento del Best of Booker, in occasione del venticinquennale del premio, e del Booker of Bookers nel 2008, per il quarantennale). Rushdie si potrebbe definire un mitografo, un creatore di miti: la “storiografia fantastica” che è alla base, in varia misura, di tutti i suoi romanzi, non solo costituisce un marchio di fabbrica inconfondibile, ma ha trovato proseliti tanto in oriente che in occidente. Mentre, sulla scia dei Figli della mezzanotte, hanno iniziato a pubblicare alcuni tra i più importanti autori indiani di lingua inglese, come Amitav Ghosh, e scrittori provenienti dalle ex-colonie britanniche, come l’australiano Peter Carey o il canadese (ma originario di Sri Lanka) Michael Ondaatje hanno raccontato l’epopea romanzesca dei loro paesi, nello stesso Regno Unito Graham Swift, con Waterland, ha adattato la storiografia fantastica di stampo rushdiano all’Inghilterra. L’importanza di Rushdie, comunque, non si limita al suo lavoro del Novecento: grazie ai suoi romanzi, ma anche ai saggi e ai moltissimi interventi giornalistici, Rushdie è tuttora una delle figure di punta della cultura universale. Il suo ultimo lavoro, il memoir Coltello, apparso lo scorso aprile, non solo è stato tradotto in tutto il mondo (in Italia è uscito in contemporanea con l’edizione americana), ma è risultato tra i dieci migliori libri del 2024 nella classifica di Time Magazine e candidato negli Stati Uniti a due premi per il miglior audiolibro 2025, nella categoria autobiografia/memoir e in quella di narrazione letta dello stesso autore.

Il nome di Salman Rushdie è indissolubilmente legato alla condanna a morte per blasfemia e apostasia pronunciata nei suoi confronti da parte dell’ayatollah iraniano Khomeini per il libro I versi satanici; in realtà, come scrive nel libro, «a tutt’oggi Rushdie ha pubblicato una quindicina di romanzi, una raccolta di racconti e tre di saggi, due memoirs, un libro di viaggio e uno studio critico di argomento cinematografico, oltre a innumerevoli interventi di varia natura apparsi su quotidiani e riviste e tradotti in tutto il mondo»; in che modo, nel libro, Rushdie si scaglia contro la sacralità di ogni testo dogmatico?
Nei Versi satanici, Rushdie stabilisce una stretta connessione tra l’atto immaginativo e quello mistico-visionario: in questo modo, si confronta da un punto di vista squisitamente laico con l’idea di rivelazione, portando in luce l’ambiguità sottesa a ogni dogma religioso. Vari sono gli episodi in cui questa messa a nudo dell’impostura del dogmatismo si manifesta, e sono tutti relativi a sogni di Gibreel Farishta, uno dei due protagonisti del romanzo, che sta scivolando nella follia. Il più significativo, dal punto di vista della messa in discussione della sacralità dei testi dogmatici, è l’episodio di Salman il persiano, cui Maometto (Mahound nel testo rushdiano) detta la parola divina ricevuta dall’arcangelo Gabriele. Salman, che è anche il primo convertito all’Islam, annoiato dal lavoro di trascrittura, dapprima modifica alcuni dettagli insignificanti del testo, poi inserisce interi brani apocrifi e, poiché Mahound non si accorge del falso, finisce per perdere la fede. Non è un caso che questo personaggio abbia lo stesso nome del suo autore: infatti, la sua vicenda conferma la volontà di Rushdie di riscrivere la storia dell’Islam da un punto di vista secolare e, al contempo, insinuando il dubbio sull’origine divina delle scritture sacre, mette in guarda contro ogni dogmatismo. Ma non basta. In altro luogo, l’omologazione dell’atto immaginativo a quello mistico-visionario è suggerita da un Dio stempiato e con la forfora, evidente auto-caricatura dello stesso Rushdie, che sovrintende alla creazione letteraria.

I figli della mezzanotte è il capolavoro di Rushdie e rappresenta uno dei romanzi più importanti del secondo Novecento: in che modo, nel racconto, memoria generazionale e memoria storica si fondono in un recupero fantastico della memoria culturale indiana?
Nei Figli della mezzanotte magia e realtà si fondono e confondono per narrare la storia dell’India del Novecento attraverso le (dis)avventure di un personaggio nato il giorno dell’indipendenza indiana, allo scoccare della mezzanotte e, per questo, dotato di poteri magici come tutti i bambini nati tra la mezzanotte e l’1 del 15 agosto 1947, ma anche, come egli stesso afferma, “ammanettato alla storia”. Nel romanzo, memoria individuale, generazionale e collettiva si fondono nella resa narrativa della memoria culturale indiana. Rushdie confeziona una narrazione orale in forma scritta, in cui il racconto orale corrisponde alla memoria, e un uso originale della magia, della fantasia e del mito permette di trasformare in storia i ricordi individuali. Di fronte a una società in cui la vita scorre solo al presente, Rushdie ribadisce la necessità di ritrovare il proprio passato, come antidoto all’amnesia storica indotta dai mass-media. Attraverso un’abile manipolazione del tempo narrativo, il soggetto ritrova la propria storia e la identifica come parte inscindibile di una più grande Storia collettiva. Il recupero del tempo trascorso è ottenuto attraverso lo sforzo di una memoria volontaria che trasforma il dato contingente in mito, epopea, leggenda, omologando il vissuto all’immaginato, il fittizio al reale. Se Proust recupera il tempo perduto intingendo nella tisana di tiglio un biscottino dolce, Rushdie richiama il passato di tutta una collettività grazie ad aromi intensi: alla madeleine occidentale fanno riscontro i pickles indiani. Leggenda e storia si fondono: la cronaca viene aggirata, la storiografia diventa mito. Il narratore da storico si fa mitografo. Del resto, il narratore rushdiano non manca di sottolineare a più riprese che l’India è, innanzitutto, un sogno: per recuperarne la memoria occorre, allora, una narrazione in cui vero e falso, astratto e concreto, fantastico e reale, si uniscono in una visione politica collettiva. La trasposizione mitica libera la storia dal tempo cronologico per trarne il significato universale, mentre l’attenzione al dato cronachistico inserisce gli individui in un flusso collettivo.

Quella del migrante rappresenta la figura chiave della narrativa rushdiana: quali tratti assume nei diversi romanzi?
Per Rushdie, i migranti sono le figure archetipiche dei nostri tempi: “persone radicate nelle idee piuttosto che nei luoghi; persone che sono state obbligate a definire sé stesse – poiché gli altri così le definiscono – in virtù della loro alterità; persone nel cui intimo avvengono strane fusioni, unioni senza precedenti tra ciò che erano e ciò che si trovano a essere”, spiegava in un articolo del 1985 dedicato al film Brazil di Terry Gilliam, reperibile nella sua prima raccolta di saggi, Patrie immaginarie. E nel saggio che dà il titolo alla sua seconda raccolta di non fiction, Superate questa linea, aggiunge che tutti siamo migranti, poiché, dal momento stesso della nascita, attraversiamo confini, “diventiamo le frontiere che attraversiamo … e le storie sono le tracce che lasciamo.” Troviamo figure di migranti in ognuno dei suoi romanzi: persino Aquila Svolazzante, l’atipico protagonista della sua misconosciuta opera prima, Grimus, un pallido pellerossa che si trova a vivere un’avventura dal sapore fantascientifico, è, a suo modo, un migrante. Nei Figli della Mezzanotte il protagonista migra, suo malgrado, dall’India al Pakistan e si ritrova poi a combattere nella tremenda guerra del Bangladesh: ma, poiché il romanzo celebra le meraviglie di Bombay, città dell’infanzia di Rushdie, la migrazione più ardua è quella dalla magia della prima età alla brutalità della realtà adulta. Nella Vergogna, il romanzo dedicato al Pakistan, troviamo alcuni tra i pronunciamenti più pregnanti di Rushdie sulla migrazione. I Versi satanici è, in certo senso, l’epopea visionaria della migrazione, di cui sono protagonisti individui che dall’Asia meridionale arrivano e cercano di sopravvivere in una Londra inospitale e razzista. A proposito degli inglesi, vi si legge: “Loro ci descrivono… Loro hanno il potere della descrizione e noi soccombiamo di fronte alle pitture che loro costruiscono.” È evidente come, per Rushdie, occorra inventare nuovi modi di descrizione per non lasciarsi travolgere né dall’immaginario dominante né dall’attaccamento regressivo alla cultura d’origine. Nell’Ultimo sospiro del Moro è protagonista l’ultimo discendente dell’unione tra le due comunità religiose più piccole dell’India: ebrei e cattolici. In Furia, scritto all’indomani del trasferimento negli Stati Uniti, New York, come Bombay e Londra città di immigrazione e contaminazione, è vista come una sorta di gigantesco non luogo in cui il protagonista, largamente autobiografico, è assalito dai simulacri del mondo consumistico. E ancora: La terra sotto suoi piedi racconta le gesta di due star del rock che si spostano fra tre continenti nell’arco di quattro decenni, mentre in Shalimar il Clown, tremenda favola per adulti, i personaggi si muovono tra gli Stati Uniti, il Kashmir, la Strasburgo del periodo bellico, la swinging London degli anni Sessanta, la Londra lugubre del decennio successivo e, nell’intento di ritornare al “paese da cui tutti siamo emigrati”, si ritrovano sempre più intrappolati in un mondo lacerato da guerre di religione, fondamentalismi e idolatrie. Nell’Incantatrice di Firenze, è tutto un susseguirsi di trasferimenti, viaggi, nel corso dei quali il protagonista, fiorentino di nascita, cambia più volte nome e identità. Nella Caduta dei Golden, la vicenda ruota attorno a un misterioso “Padrino” indiano trapiantato al Greenwich Village con la sua famiglia, le cui mosse sono spiate da un vicino di casa cinefilo, simile al James Stewart della Finestra sul cortile. Per finire, protagonista di Quixote è ancora una volta un individuo di origine indiana, trasferito negli Stati Uniti.

Recentemente Rushdie è nuovamente balzato alla ribalta della cronaca per l’attentato che gli ha procurato la perdita di un occhio, rischiando di relegarlo nuovamente al rango di cause célèbre, paladino e martire della libertà di pensiero: in che modo, nel libro che ne segue, Coltello, egli offre un’interpretazione del realismo magico che ha da sempre costituito la cifra della sua poetica?
Data la gravità dell’attentato di cui è stato vittima, molte persone hanno parlato di miracolo di fronte all’esito degli eventi. Non credendo a interventi divini ed essendo, anzi, dichiaratamente ateo, Rushdie ha replicato mettendo in campo proprio l’essenza fantastica delle sue narrazioni. In altre parole, secondo lo scrittore, nel caso della sua miracolosa sopravvivenza, il fantastico ha invaso il reale, la magia ha fatto irruzione nel quotidiano. Scrive Rushdie: “Che cosa avevo combinato per cinquant’anni?

Avevo cercato di dire: credo che l’arte sia un sogno a occhi aperti. E che l’immaginazione possa costruire un ponte tra sogni e realtà per permetterci di comprendere il reale osservandolo da prospettive inedite, attraverso la lente dell’irreale. No, non credo ai miracoli, però sì, i miei libri ci credono. […] La realtà dei miei libri – il mio ‘realismo magico’, se proprio volete – è ora la realtà in cui mi trovo a vivere. Forse i miei libri, per decenni, avevano costruito quel ponte, e adesso il miracoloso era in grado di attraversarlo. Il magico era diventato reale. Forse erano stati i miei libri a salvarmi la vita.”

Silvia Albertazzi è Professoressa di Letteratura inglese dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna