Prof.ssa Annalisa Andreoni, Lei è autrice del libro Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella edito da Piemme: perché possiamo affermare che l’italiano è lingua più bella?
Ama l'italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella, Annalisa AndreoniChe l’italiano si distingua per la sua bellezza è un’opinione espressa nel tempo da moltissimi poeti, scrittori, artisti ed è diffusa anche nel senso comune, soprattutto fra gli stranieri. Tra i motivi per i quali l’italiano è così amato vi sono la sua musicalità, la particolare sonorità e la grande espressività delle frasi idiomatiche. La nostra lingua è inoltre associata alle bellezze del nostro Paese e alla ricchezza della nostra storia artistica e culturale. E non dobbiamo dimenticare la bellezza della nostra letteratura, che dalle origini in poi ha dato al mondo capolavori capaci di segnare intere epoche culturali. I nostri autori hanno sperimentato tutto il ventaglio degli stili, dal sublime al comico. La grazia e la leggiadria, in particolare, sono state caratteristiche ricercate dai nostri autori da Petrarca al Rinascimento, età in cui si è codificato l’italiano della poesia.

Quali caratteristiche rendono l’italiano uno degli idiomi più particolari al mondo?
L’italiano è una grande lingua di cultura che ha saputo, grazie ai grandi autori che l’hanno plasmata, accogliere in sé anche le bellezze del latino e del greco. La nostra lingua vanta inoltre una tradizione letteraria e linguistica propria che conta ormai ottocento anni. Sul piano delle caratteristiche intrinseche della lingua, l’italiano è caratterizzato da una grande duttilità sintattica che permette un’ampia libertà espressiva e da un bagaglio lessicale ricco di infinite sfumature grazie alla suffissazione. L’italiano è considerato, inoltre, fin dal Settecento, una lingua molto musicale, grazie alla chiarezza e alla sonorità del nostro sistema vocalico e al ritmo estremamente vario, effetto della grande mobilità dell’accento tonico. La diffusione planetaria dell’opera lirica ha contribuito a diffondere questa percezione dell’italiano nel mondo.

Nel Suo libro Lei racconta la storia della nostra lingua, dai poeti medievali ai cantanti rock: un unico filo lega epoche tanto lontane e diverse, quale?
Quello della tradizione. Esiste una tradizione linguistica e letteraria che agisce, più o meno consapevolmente, anche in chi intraprende vie espressive nuove. La lingua della poesia d’amore, per esempio, è stata codificata da Dante e da Petrarca ed è rimasta produttiva per secoli. La lingua della tradizione ha agito fino a Novecento inoltrato e ancora oggi offre, sul piano della parodia e del rovesciamento, molti spunti creativi. Ciò non significa che si debbano ignorare o appiattire le differenze tra le varie epoche storiche. Il rock è naturalmente una forma artistica agli antipodi della poesia medievale, sia sul piano formale che su quello ideologico, e ciononostante non possiamo non scorgere similarità nello svolgimento di certi temi, come per esempio l’amore. La sfida sta nell’essere capaci di apprezzare la trasformazione delle modalità espressive attraverso le varie epoche e nell’apprezzare lo scarto tra l’atto artistico individuale e la norma diffusa in un certo periodo storico.

Perché l’italiano è detto la lingua degli angeli?
Lo definisce così il protagonista del romanzo di Thomas Mann Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull: «Ma signore, che cosa mi domanda? Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. Ho soltanto bisogno d’aprire la mia bocca e involontariamente diventa il fonte di tutta l’armonia di quest’idioma celeste. Sì, caro signore, per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste beate creature si servano di una lingua meno musicale.» Mann era in buona compagnia: il poeta John Keats auspicava che lo studio dell’italiano, che considerava “musicalissimo”, sostituisse quello del francese nel sistema scolastico britannico e il russo Osip Mandel’štam esaltava il ”dadaismo” della nostra lingua, ponendo l’accento sulla sua libertà.

Lei afferma che l’inglese è una lingua che non si ama, ma si usa, l’italiano invece non si usa, ma si ama; eppure l’inglese è la lingua della tecnologia, della finanza: quale futuro per l’italiano in un mondo sempre più anglofono?
Non dobbiamo rassegnarci alle subalternità culturale e linguistica. Il futuro dell’italiano dipenderà da chi lo parla. E da questo punto di vista, l’italiano gode di ottima salute. È la quarta lingua straniera più studiata al mondo, dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese, e ha suscitato negli ultimi anni un interesse sempre crescente. Un malinteso senso di inadeguatezza porta talvolta gli italiani a credere che per apprendere l’inglese si debba dimenticare o smettere di usare la propria lingua. Niente di più miope e ingiustificato. Se è vero che oggi la lingua di comunicazione fra gli scienziati è l’inglese, non significa che si debba rinunciare all’italiano nell’insegnamento e nella divulgazione. L’esempio di Galileo, che scriveva in italiano perché voleva essere inteso anche da coloro che non conoscevano il latino, può servire ancora oggi da modello di riferimento.

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