“Volare oltre il cielo. I segreti dell’esplorazione spaziale” di Paolo Ferri

Volare oltre il cielo. I segreti dell’esplorazione spaziale, Paolo FerriVolare oltre il cielo. I segreti dell’esplorazione spaziale
di Paolo Ferri
Raffaello Cortina Editore

«La Terra è il nostro mondo. L’ambiente terrestre, con la sua temperatura in media mite, la sua atmosfera respirabile che ci protegge dalle radiazioni spaziali, il suo campo magnetico che è abbastanza debole per non disturbarci ma abbastanza forte da creare uno scudo nello spazio che ci ripara dalle particelle cariche che provengono dal Sole, sembra fatto apposta per ospitarci e renderci la vita confortevole.

In realtà, questo non è un caso fortunato: noi esseri umani ci siamo evoluti su questo pianeta e siamo gradualmente diventati un organismo adatto a vivere proprio in questo ambiente. I nostri occhi vedono solo le radiazioni che attraversano l’atmosfera (la luce visibile), i nostri polmoni respirano l’ossigeno, che normalmente è un gas molto aggressivo e pernicioso, il nostro corpo ha una struttura e una fisiologia adattate alla forza di gravità della Terra. Insomma, siamo fatti per vivere qui, e ogni variazione ambientale, anche minima, mette a rischio l’equilibrio fisiologico e la nostra stessa vita. La Terra è il nostro mondo. L’unico.

Attorno al nostro pianeta c’è quello che chiamiamo spazio. E lì cominciano i problemi: assenza di gravità, di atmosfera respirabile; radiazioni elettromagnetiche e particellari che ci bombardano, danneggiando i nostri delicati tessuti biologici, le nostre cellule. Lo spazio non è il nostro mondo. È un mondo ostile, dove tutto sembra fatto, invece che per ospitarci, per distruggerci, al punto che per poterlo esplorare siamo costretti a costruire macchine molto particolari, molto diverse da quelle che costruiamo sulla Terra, i veicoli spaziali. E se poi vogliamo avventurarci noi stessi nello spazio, siamo costretti a portare con noi un pezzetto del nostro mondo, un ambiente artificiale che ricostruisce su spazi ristretti quello che ci circonda sulla Terra. Chiamiamo questi ambienti tute spaziali, capsule, stazioni spaziali. Cambiano le dimensioni ma si tratta sempre della stessa cosa: un “guscio” artificiale che avvolge e contiene l’essere umano e che riproduce l’ambiente terrestre, almeno in termini di atmosfera respirabile, di pressione e di temperatura. Tuttavia questo guscio non riesce a riprodurre altro, come la forza di gravità o una protezione completa dalle radiazioni, così che, nonostante tutto, ancora non siamo in grado di sopravvivere a lungo nello spazio senza riportare danni anche gravi sul nostro corpo. Insomma, lo spazio non ci è amico, anzi, sembra fare di tutto per convincerci a rimanere a casa nostra, sulla Terra.

Ma siamo esseri umani, non ci facciamo impressionare da questo tipo di avversità, e le difficoltà non ci hanno mai fermati, anzi, hanno sempre stimolato in noi idee via via più ingegnose per aggirarle. Così, poco più di mezzo secolo fa, abbiamo cominciato a esplorare lo spazio, sia con delle macchine sia con degli esseri umani. Con le macchine – i veicoli spaziali – siamo arrivati sulla Luna, sui pianeti, abbiamo osservato da vicino asteroidi e comete, ci siamo avvicinati al Sole. E con esse dallo spazio abbiamo osservato meglio l’universo lontano. La sete di esplorazione che ci ha portati a oltrepassare i nostri confini ha generato esperienze e tecnologie che poi abbiamo utilizzato per scopi inediti, spesso nemmeno immaginati prima di aver osato affrontarli. Così anche nello spazio abbiamo creato infrastrutture e applicazioni nuove, che oggi usiamo quotidianamente per migliorare la nostra vita sulla Terra.

Oggi l’infrastruttura spaziale che abbiamo costruito ha dunque un ruolo importante nella nostra vita, ma lo spazio rimane comunque un ambiente estraneo, ostile, totalmente al di fuori del nostro mondo. E proprio per questo lo spazio resta così difficile da comprendere per chi non si occupa di queste cose. Anche se tutti usiamo in qualche modo i satelliti che volano attorno alla Terra per comunicare, per sapere esattamente dove ci troviamo o che tempo farà domani, non abbiamo ben chiaro il funzionamento di queste macchine misteriose, e abbiamo, anzi, un’idea piuttosto vaga di quali strumenti, tecniche e conoscenze servano per farle funzionare. I meccanismi che permettono la realizzazione del volo spaziale, poi, sono talmente misteriosi che spesso rinunciamo a domandarci come funzionano, accettando come un dato di fatto che sia una cosa possibile.

Ma lo spazio non è solo scienza e tecnica. Sicuramente è difficile arrivarci e per farlo bisogna attingere profondamente al bagaglio tecnologico e scientifico che l’umanità ha sviluppato negli ultimi quattrocento anni. Ma se fosse stata solo una questione di fisica, matematica e alta tecnologia, forse avremmo smesso da tempo di occuparcene. Troppo complesse le sfide, troppo costosi gli investimenti, troppo frequenti i fallimenti. Allora da dove viene la spinta che ci porta a continuare a esplorare lo spazio?

Come spesso è successo nella storia della tecnologia e della scienza, le prime spinte sono state purtroppo di tipo bellico. È innegabile che le imprese spaziali siano figlie della tecnologia militare e che, almeno nei primi decenni, siano state finanziate, dagli USA da una parte e dall’Unione Sovietica dall’altra, quasi esclusivamente per raggiungere per primi una supremazia militare a livello globale. Oggi però, benché lo spazio sia diventato un elemento fondamentale dell’apparato militare di molte nazioni, il suo utilizzo bellico è decisamente limitato all’orbita terrestre. Qualcuno comincia a pensare che la Luna possa essere il nuovo settore di sviluppo militare, ma al momento non ne vedo, almeno io, il motivo.

Poi c’è l’aspetto commerciale. Sicuramente fino a oggi questo è rimasto in secondo piano, anche se proprio ultimamente si è cominciato a parlare di economia spaziale, e molti investimenti privati stanno arrivando a finanziare imprese spaziali. Anche qui al momento le prospettive di guadagni sostenibili sono confinate ad applicazioni e infrastrutture nell’orbita terrestre. E anche qui qualcuno sta cominciando a sbandierare la Luna come prossimo Eldorado. Vedremo.

Forse le cose cambieranno nei decenni a venire, ma sicuramente nel primo mezzo secolo di imprese spaziali c’è un altro fattore che è stato trascinante e che ha alimentato i programmi più spettacolari: la passione, lo spirito di esplorazione di noi esseri umani. […] Così la struttura del libro è diventata un alternarsi di sette capitoli, ciascuno dei quali su un aspetto della scienza e della tecnologia necessario per volare nello spazio, e di nove aneddoti personali, legati a ognuno di questi aspetti. L’ottavo capitolo è invece orientato a fare il punto sul presente e sul futuro delle imprese spaziali in questo momento di grande cambiamento che stiamo vivendo ormai da qualche anno.»