“Le leggi del regno eremita. Come si governa la Corea del Nord” di Federico Lorenzo Ramaioli

Dott. Federico Lorenzo Ramaioli[1], Lei è autore del libro Le leggi del regno eremita. Come si governa la Corea del Nord, edito da Mimesis. La Corea del Nord rimane ancora oggi un Paese avvolto dal mistero, «uno dei pochi Paesi al mondo a vivere in un rigido isolamento e sulla scorta di una ideale autosufficienza dai poteri del mondo esterno, percepiti come corrotti e corruttori di una purezza ideologica sublime nel suo fondamentalismo»: ha senso parlare di “diritto” nel contesto di quella che è stata definita “la prima monarchia comunista ereditaria del mondo”?
Le leggi del regno eremita. Come si governa la Corea del Nord, Federico Lorenzo RamaioliA volte, in Occidente, siamo soliti guardare al fenomeno del diritto unicamente attraverso le lenti della nostra cultura e della nostra sensibilità. In questo modo, siamo portati a pensare non solo determinati valori, ma anche determinati strumenti siano in qualche modo universali, e universalmente destinati a trovare applicazione in ogni parte del mondo. Parlo di strumenti come la costituzione, lo stato, la stessa idea di legge nazionale come è stata concepita in Europa a partire dalla modernità, e successivamente diffusa in tutto il mondo. In realtà in una società sempre più globalizzata, è oggi più che mai necessario pensare al diritto in maniera ampia, contestualizzata sulla base del contesto di appartenenza, e comprensiva di tutta quella serie di sensibilità che, a volte, possono sfuggire ai nostri strumenti di comprensione. Da questo punto di vista, il diritto è innanzitutto cultura, e studiare il diritto di un popolo non significa solo studiarne le leggi, intese come atti positivi, ma anche e soprattutto capire come un popolo pensa all’autorità, al potere, a regolare la società, a organizzare il vivere comune e, chiaramente, al senso dell’obbligo verso qualcosa di più alto.

La Corea del Nord rappresenta un esempio interessante, forse proprio perché si tratta di un Paese ancora relativamente avvolto nel mistero, attraversato da grandi tensioni interne e caratterizzato da un sistema di potere del tutto peculiare. Da questo punto di vista, esaminare il diritto della Corea del Nord non equivale semplicemente a studiarne la costituzione o le leggi (che pure esistono), ma significa in primo luogo cercare di capirne la società e la cultura, con particolare riguardo a come il Paese pensa a sé stesso e a che regola intende darsi. Si tratta di capire la dinastia Kim, i rituali, le forme e le sostanze del potere, e come questa peculiarissima forma di governa è cambiata e continua a cambiare nel corso del tempo.

Nel mio libro, che non è né un manuale né un codice di leggi, ho cercato partire proprio da questo, ossia dall’esaminare il mistero Corea del Nord a partire dall’evoluzione del suo sistema di governo, dalla cultura del dovere e dell’obbligo, dal senso di appartenenza e dall’immaginario dell’autorità che tutt’oggi influenza la vita dei suoi cittadini. Solo in questo modo, ritengo, si potrà cercare di comprendere un po’ più a fondo quello che continua ad essere uno dei Paesi più isolati del mondo.

Quali influenze culturali si riverberano nel sistema politico nordcoreano?
Si tratta di uno dei temi più interessanti, a mio modo di vedere. Il sistema politico-sociale nordcoreano è infatti attraversato da molte influenze culturali distinte, anche molto distanti tra loro in termini di spazio e tempo, e che vanno da Oriente a Occidente. Tuttavia, si tratta di influenza che si amalgamano nel tempo, che si fondono nell’ambito del sincretismo tipico delle società estremorientali, sino a dare vita ad un connubio del tutto peculiare e, di fatto, ad un sistema del tutto nuovo, che può essere definito distopico ma che è di interesse analizzare più a fondo.

Una prima influenza, andando in ordine di tempo, è chiaramente quella del socialismo sovietico. Non bisogna dimenticare che la prima costituzione del Paese (1948), appena dopo la sua fondazione, fu redatta con la diretta assistenza dell’Unione Sovietica, sulla base del proprio modello politico. Con il tempo, tuttavia, i principi marxisti non rilevarono in grado di fornire una lettura adeguata delle nuove dinamiche del Paese: si trattava pur sempre di una dottrina pensata per un diverso contesto culturale, che avrebbe quindi dovuto adattarsi alla tradizione e alla cultura locale. Si è parlato quindi, in Corea del Nord, di un “socialismo nel nostro stile”, che gradualmente si allontana dai dettami dell’internazionalismo proletario e dal Marxismo in generale, per muoversi verso una visione sempre più nazionale, caratterizzata da elementi autoctoni e intimamente legati al contesto locale, come le idee di juche e di seongun.

Si tratta di un percorso di de-occidentalizzazione graduale del sistema giuridico e politico, che va verso la riscoperta più o meno consapevole di tradizioni antiche e dimenticate, che in qualche modo avrebbero potuto meglio dare una lettura della società e del potere, della comunità e del diritto. E così, il Paese si è mossa verso la riscoperta di una seconda, fondamentale influenza, ossia quella del pensiero confuciano, che ha lasciato profonde tracce in tutte le società estremorientali. Affermando “il popolo è il mio Cielo”, Kim Il-sung recupera gradualmente l’idea del mandato celeste, fornendo una legittimazione superiore al proprio governo, e quindi per estensione alla propria famiglia. Il rito, compreso il lutto pubblico per i leader scomparsi, è qui molto più funzionale a regolare il potere che non la legge in sé considerata. Tradizioni ed usi che altrimenti potrebbero apparire come inspiegabili, come per esempio la divinizzazione degli antenati della dinastia (i cosiddetti “leader eterni”) o la relazione di tipo familiare tra il leader, il partito e i cittadini, vanno appunto inquadrati in un processo di ri-attualizzazione dei valori confuciani. Non è più quindi lo stato occidentale il modello da seguire, ma l’antica famiglia-nazione di tipo confuciano, con i suoi “figli del Cielo” ed i suoi miti.

Una terza influenza che vale la pensa di menzionare è quella dello sciamanesimo coreano, soprattutto con riferimento a tre persone e ad un luogo: la divinità celeste Hwanin, suo figlio Hwanung che si pone quale tramite tra cielo e terra, e suo nipote Dangun, che fonda il primo leggendario regno coreano di Gojoseon; il luogo sacro, fulcro di questi eventi, è il monte Baekdu. Il parallelismo che viene creato, in questo caso, è fin troppo evidente: un nonno, un figlio e un nipote, nuova “dinastia del monte Bakedu, come sono stati definiti, che gettano un nuovo ponte tra il mondo visibile e quello invisibile per guidare il Paese verso un nuovo destino destino.

Come si governa la Corea del Nord e quali sono le leggi del regno eremita?
La Corea del Nord si governa in maniera particolarmente complessa, appunto perché, per capirne i meccanismi di funzionamento, non basta esaminare un documento scritto come una costituzione, ma è necessario innanzitutto approfondire la sua cultura. La costituzione è particolarmente utile come descrizione dei rapporti di forza nell’ambito dello stato, ma lo stato è solo uno dei poteri che vengono in gioco. Esistono anche il partito, ed anche le Forze Armate, in un contesto in cui tutti i poteri esistenti trovano una propria unificazione nella guida del leader, che è allo stesso tempo a capo di stato, partito ed esercito.

Esiste quindi un diritto scritto ed un diritto non scritto, laddove il diritto scritto si basa su norme e leggi, e quello non scritto di consuetudini, di riti, che non sono meno importanti delle prime. In accordo alla tradizione confuciana, per esempio, il potere del leader non è regolato da leggi, ma dalla morale e dal rito: non c’è bisogno, per esempio, di leggi di successione, perché è la consuetudine e il culto degli antenati a mostrare gradualmente al popolo chi sarà il “grande successore”, come viene definito.

Non è un caso, da questo punto di vista, che nel sistema di potere nordcoreano acquistino una valenza particolare i cosiddetti Dieci Principi, introdotti nel 1974 e aggiornati nel 2013. Non si tratta di leggi o di regolamenti, ma per l’appunto di principi, di norme morali e di regole di condotta che i cittadini devono interiorizzare e fare propri per rendere assoluta l’autorità del leader e massima l’obbedienza alla dinastia.

Gli ideali hanno una profonda influenza sul sistema normativo, come nel caso di juche, l’idea cardine intorno a cui tutto ruota, ossia l’idea dell’autosufficienza totale, del bastare a sé stessi e del non dipendere da alcun aiuto esterno, in una sorta di destino nazionale e collettivo che si fonda sull’abbandono alla volontà del leader. Non è solo il contenuto ad essere peculiare, ma sono gli stessi strumenti ad esserlo, e definire una governance che non trova facili parallelismi in altri Paesi.

Come concepiscono gli obblighi e i privilegi, i diritti e i doveri i suoi abitanti e la sua classe dirigente?
Riguardo a ciò, esiste chiaramente una realtà fattuale ed una realtà percepita. La realtà fattuale è fatta anche di repressione, di violazioni, di crisi economica, ed è nota sino ad un certo punto, essendo piuttosto scarse le notizie di dettaglio che trapelano da al di là del trentottesimo parallelo, se raffrontate al mondo di oggi. La realtà percepita, tuttavia, non è meno interessante, perché, attraverso il materiale ideologico prodotto dal regime, ci fornisce una testimonianza interessante di come la Corea del Nord pensa a sé stessa, di come vorrebbe presentarsi al mondo e di come vorrebbe essere a livello ideale.

Al di là della lettera della legge, è ancora una volta necessario rifarsi alle molte influenza del contesto culturale locale, per poter capire le dinamiche tra il popolo e il regime, o meglio tra sudditi e sovrano, a prescindere dai titoli utilizzati. Il leader, da questo punto di vista, è “padre” del popolo, un popolo che soffre di una paura atavica di restare orfano, e che per questo viene rassicurato, sempre a livello ideale, dalla sicurezza della successione in occasione dei grandi riti di passaggio, come i funerali pubblici dei leader defunti. Il leader non è solo una figura paterna, ma è anche destinato alla divinizzazione, ad ascendere ad una dimensione celeste dopo la morte, venendo assorbito dal pantheon personale del culto degli antenati: anche la sua dimensione di eternità è infatti funzionale a garantire una presenza, in questo caso una presenza non fisica ma altrettanto importante per quanti vedano in lui un punto di riferimento imprescindibile per la propria vita sulla terra.

Non si tratta quindi del dovere verso una figura di potere politico nell’ambito di uno stato, ma piuttosto dell’obbedienza filiale verso una figura patriarcale nell’ambito di quella che viene percepita come una famiglia nazionale. Alla luce di ciò è evidente come molti comportamenti, e molte immagini che tutti abbiamo avuto modo di osservare, acquistano una valenza completamente diversa.

Come è percepita la dinastia Kim, e attraverso quale legittimazione lancia la propria sfida temeraria al mondo?
Nei testi biografici ufficiali di Kim Jong-il, e quindi secondo la lettura che il regime fornisce al suo popolo, viene spiegato come la sua nascita sia stata accompagnata da auspici favorevoli della natura, come se il cielo stesse annunciando un evento straordinario. Non è infatti un’esagerazione affermare come i leader nordcoreani siano dei nuovi “figli del Cielo”, attualizzazione distopica degli antichi Imperatori della Cina confuciana, e che così siano percepiti da quella società che hanno contribuito a plasmare. E non importa se, nel corso degli anni, abbiano assunto appellativi diversi, come premier, presidente della repubblica, presidente della commissione di difesa nazionale, segretario generale del comitato centrale del partito, e così via: il titolo più importante, suryeong (appunto, leader, guida) è stato per molti anni un titolo meramente consuetudinario, che non ha avuto bisogno di altre formalizzazioni al di là della sua provenienza.

Con il passare degli anni, quello che aveva iniziato con l’essere un governo socialista di ispirazione sovietica, nato anche per combattere gli strascichi feudali del passato confuciano compresi i titoli nobiliari e i privilegi ereditari, ha finito con il trasformarsi in una monarchia ereditaria, retta dalla consuetudine e dal rito, ma non meno sacra di quelle che l’hanno preceduta. L’aura di sacralità che attornia la dinastia è riferita non solo ai leader ma anche alla famiglia, ai luoghi, alle stesse cose che entrano in contatto con i suoi componenti. Il Cielo, da questa prospettiva, manifesta il proprio volere attraverso il leader, e il leader-padre lo trasferisce a un popolo di figli, in un ciclo continuo che si rinnova attraverso le generazioni. Questo, chiaramente, è l’ideale del regime, che deve tuttavia lottare per far fronte a sfide molto più terrene, come quelle della crisi economica e del fallimento della pianificazione, oltre che alla questione dei diritti civili.

Come si uniscono, in Corea del Nord, il passato e il presente, il cielo e la terra, in un ideale senso di continuità̀?
L’introduzione di un elemento divino, che si richiama sia al mandato celeste confuciano sia all’antico sciamanesimo coreano, è funzionale a stabilire un ponte, appunto un ponte tra cielo e terra, che la governance di tipo sovietico non era stata in grado di stabilire, anche vista la profonda diversità culturale tra i due sistemi e un materialismo storico ha dovuto presto cedere il passo alla riscoperta di antichi miti mai veramente dimenticati. Certo il “Cielo” a cui si riferivano Confucio e Mencio è oggi concepito in maniera del tutto diversa, più laica, e si riferisce al popolo in una forma idealizzata ed onnisciente, e il mito fondativo è oggi la lotta per l’indipendenza nazionale dopo la dominazione nipponica; eppure, le dinamiche sono pressappoco le stesse, e vengono recuperate da secoli remoti per costruire le base dell’architettura di un nuovo stato.

Vi è chi ha parlato di una nuova religione, in Corea del Nord, appunto riconducibile al culto del leader e della sua famiglia, che dall’eternità continua a governare sul suo popolo di figli. Più che di religione, è possibile parlare di nuovo senso del sacro, che fa parte di una mistica del potere senza dubbio interessata a garantire il controllo del regime sulla cittadinanza, ma che crea anche un muovo modello culturale e sociale, che crea nuovi miti e che plasma il culto di nuovi eroi.

E poco importa la percezione che ne ha il mondo esterno, se, in base all’idea di juche e dell’assoluto autosufficienza di un Paese che continua a percepirsi come straordinario, nel senso di fuori dall’ordinario, la Corea del Nord continua a voler bastare a sé stessa. Si tratta di un sistema chiuso, tanto più interessante quanto più chiuso, che tuttavia ha bisogno del mondo esterno per poter sopravvivere, non fosse altro che per affermare la sua assoluta distanza da esso. Un rapporto di amore e odio, quindi, un rapporto tormentato che tuttavia definisce, pur nelle sue contraddizioni, quello che continua ad essere uno dei Paesi più isolati al mondo.

Federico Lorenzo Ramaioli, PhD, è un diplomatico e avvocato italiano. Ricopre attualmente l’incarico di Vice Capo Missione presso l’Ambasciata d’Italia a Doha (Qatar), ed è Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Le sue pubblicazioni includono monografie in italiano e inglese su temi inerenti il diritto comparato e la filosofia del diritto, con particolare riferimento all’Estremo Oriente e al mondo islamico. È inoltre autore di numerosi articoli in riviste accademiche peer reviewed.

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[1] Eventuali opinioni espresse sono riferibili unicamente all’autore a titolo personale, e non sono in alcun modo riconducibili ad enti o istituzioni di appartenenza.