Geopolitica Pop. Conflitti, simboli e identità dal K-pop a Masha e Orsodi Giacomo Natali
Treccani
«Perché affiancare temi apparentemente vacui e superficiali alla parola “geopolitica”? Perché cimentarsi con l’analisi geopolitica di Peppa Pig e con quella delle telenovelas turche, con l’idolo delle ragazzine Can Yaman? Davvero c’è bisogno di discutere dell’impatto geopolitico dell’Eurovision sul conflitto ucraino e di quello del servizio militare dei componenti dei gruppi K-pop sugli equilibri atomici tra le due Coree? […]
Questo libro, che riflette su un diverso caso di studio per ciascun capitolo, di volta in volta riguardante fenomeni culturali recenti, di diversa tipologia e in svariate aree geografiche mondiali, intende essere lo strumento per raggiungere la quinta fase: quella dell’accettazione, dell’elaborazione razionale delle specifiche interconnessioni che ci sono tra cultura popolare e politica internazionale, ovvero della comprensione del rapporto esistente tra fenomeni culturali di massa, costruzione dell’identità e conflitti. L’obiettivo è sia di diffondere tra un pubblico ampio una maggiore capacità di comprensione di ciò che avviene nel mondo, di decodifica delle sue rappresentazioni e di interpretazione dei modi con i quali ci interfacciamo a esse attraverso i media, sia di fornire uno stimolo che contribuisca a strutturare meglio un ambito di studi che finora in Italia è stato lasciato ai margini e affrontato in modo estemporaneo, ma che altrove gode di ben altra considerazione e viene definito popular geopolitics (Ó Tuathail, 1996): espressione che, per evitare l’ambiguità che avrebbe avuto in italiano il termine “popolare”, può essere meglio intesa nella nostra lingua come geopolitica pop.
Per spiegare questo fenomeno di dissociazione, che fa sì che spesso non ci accorgiamo di tali aspetti geopolitici del nostro consumo mediatico giornaliero, alcuni pionieri della popular geopolitics ricorrono al principio psicologico raccontato da Daniel Kahneman nel popolare saggio Pensieri lenti e veloci. […] È così che fior di accademici inciampano in risibili teorie del complotto in settori diversi da quelli della loro specializzazione. Ma è anche così che tutti noi, quotidianamente, accettiamo senza mettere in discussione narrative che consumiamo attraverso i media, in particolare quando riguardano altri paesi che non conosciamo approfonditamente.
È per questo che singole e occasionali analisi su specifici casi di cultura pop, anche quando argute e penetranti, finiscono spesso per esaurirsi in sé stesse. Magari illuminandoci su una situazione specifica, ma non consentendo di apprezzare le connessioni e gli elementi in comune tra queste diverse storie. Lo studio di fenomeni pop dal punto di vista sociopolitico e talvolta anche legato a temi internazionali, infatti, non è di per sé nuovo. Ma il più delle volte viene affrontato in modo estemporaneo. Come se ci fosse la percezione istintiva che queste cose siano collegate fra loro, ma al tempo stesso si provasse quasi imbarazzo per l’invasione di campo nei confronti di discipline considerate tradizionalmente di rango superiore. […]
Tra chi si occupa di ricerca o divulgazione, invece, c’è chi affronta alcuni di questi argomenti con esperienza e in modo sistematico, ma in genere all’interno di un quadro molto specialistico. C’è chi studia gli aspetti sociali di un certo genere musicale, chi quelli politici della pallamano, chi esplora eventuali rapporti tra il videogioco Grand Theft Auto e il bullismo. Interventi che spesso sono l’occasione per cercare di inserire una visione laterale nello studio della materia specifica di cui ci si occupa. Ma che, anche in questo caso, sono il più delle volte accolti come stravaganti bizzarrie.
I più abili nell’ottenere un certo grado di legittimazione, in questo senso, sono stati forse gli studiosi degli aspetti politici legati al mondo dello sport: da tempo è infatti piuttosto consolidata la consapevolezza del ruolo dello sport nel posizionare un paese nella sfera globale. Sia quando venga utilizzato coscientemente come strumento di propaganda, sia quando questo accada indirettamente. […]
I temi affrontati in questo libro non sono solo singoli momenti in cui si incrociano (e spesso si scontrano) le strade di fenomeni culturali, guerra e politica internazionale: questi “incidenti” sono come lampi che per un istante illuminano una situazione, svelando come fatti apparentemente molto distanti tra loro siano in realtà collegati.
- Editore: Treccani
- Autore: Giacomo Natali
- Collana: Visioni
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2023
Ma c’è di più dietro? C’è una relazione più profonda? Ci sono elementi in comune, nel meccanismo che determina gli equilibri internazionali, tra gli investimenti cinesi nei film di supereroi americani, gli appelli della Croce rossa per l’istituzione di tribunali penali internazionali virtuali all’interno dei videogiochi di guerra, il modo in cui le trasmissioni di cucina diffondono gli stereotipi nazionali e dunque le nostre rappresentazioni mentali del diverso? Per cercarli, approfondiremo alcuni di questi cortocircuiti: dalle Americhe fino a Cina, India, Corea e Giappone; passando per i nuovi conflitti europei e l’emergere in Africa di fenomeni culturali che ribaltano molte delle assunzioni sul continente, la sua percezione e il suo futuro ruolo globale.
Vista la diversità dei contenuti, delle storie e dei media considerati, l’approccio applicato nell’osservarli è necessariamente multidisciplinare. Da un lato attingendo a semiotica, sociologia, cultural studies e altre discipline che studiano direttamente questi prodotti culturali e i loro rapporti con chi li consuma e la società in generale. Dall’altro richiamandosi alle diverse radici del discorso geopolitico, dalle relazioni internazionali alla geografia umana e agli studi strategici. […]
Ma se la nostra comprensione di ciò che ci circonda è sempre mediata da segni e rappresentazioni culturali, ciò vale ancora di più per la nostra comprensione del mondo e dei rapporti internazionali, che raramente avviene per esperienza diretta, ma è mediata dal consumo culturale di rappresentazioni create da altri (Dittmer, 2010). Allo stesso modo, se consideriamo ovvio il fatto che la cultura popolare è un fattore rilevante nella costruzione dei rapporti sociali, questi comprenderanno inevitabilmente anche quelli attraverso le frontiere. E i conflitti che ne possono scaturire.
Per questo, le polemiche scoppiate in numerosi paesi europei sulla censura alla cultura russa in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022 dovrebbero semmai stupire per la rarità con cui tali situazioni si verificano. Quando consumiamo un prodotto fisico, infatti, è piuttosto diffusa la consapevolezza di stare sostenendo economicamente e simbolicamente il paese nel quale questo viene prodotto, ideato o a cui è associato. E ciò avviene sia a livello di scelte individuali, che nell’ambito delle molte sanzioni economiche incrociate attualmente in vigore tra decine di paesi. Nonostante tale legame dovrebbe essere teoricamente ancora più evidente per quanto riguarda i prodotti culturali, lo percepiamo in realtà meno quando consumiamo questi ultimi. In molti casi, legittimamente: per fortuna la lettura dominante dell’ascesa dei cartoni animati giapponesi negli anni Ottanta non li inquadrò come strumento di espansione culturale di una ex potenza dell’Asse tornata dominante sul piano tecnologico ed economico. […]
Proprio osservando questi casi, si potrebbe sospettare che, in tale fenomeno, giochi un ruolo la diversa percezione di cultura alta e cultura popolare. La prima probabilmente avvertita come più fondamentalmente e istituzionalmente legata all’identità nazionale, così che Dostoevskij e Wagner – quest’ultimo ancora oggi di fatto bandito in Israele – assumono istintivamente un valore identitario differente rispetto a Masha e Orso e all’Ispettore Derrick, nonostante anche quest’ultimo sia stato, invece, bandito in Germania dopo la scoperta del passato nelle Waffen SS dell’attore protagonista. Appare chiaro, infatti, che anche il cinema e la musica svolgono da decenni un ruolo di primo piano come strumento di propaganda. Basta guardare a come gli Stati Uniti d’America abbiano puntato ampiamente e coscientemente su Hollywood per supportare lo sforzo bellico durante la seconda guerra mondiale (da Casablanca ai cartoni Looney Tunes con Bugs Bunny in divisa militare). Per poi beneficiare, a partire dal dopoguerra e per tutta la guerra fredda, di un processo di americanizzazione sostenuto proprio dal successo della propria cultura pop e dei valori da essa trasmessi.
Se la differenza non sta nei contenuti, allora, forse ciò che ci distrae dal riconoscere fenomeni analoghi nella cultura popolare contemporanea è forse proprio la distanza temporale: è più facile distinguere la propaganda del passato rispetto a quella che si rivolge direttamente a noi. […]
A tal proposito, il concetto di “soft power” nasce anch’esso nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra fredda e proprio negli Stati Uniti che ne sono usciti vincitori (Nye, 2004). Il suo obiettivo, non a caso, è quello di spiegare come sia possibile raggiungere i propri obiettivi strategici non attraverso la coercizione militare o economica, ma con la persuasione, creando consenso e seducendo attraverso i propri valori, la propria cultura e la propria identità. […]
Quando ogni anno diversi istituti mondiali pubblicano ciascuno il proprio Indice globale del soft power, è come se il concetto di egemonia culturale di Gramsci si materializzasse in una comoda classifica (format ideale per il consumo mediatico) dei paesi che contano di più sul pianeta. Oppure se questi diventassero brand commerciali. […] Germania, Francia e Regno Unito si alternano regolarmente con gli Stati Uniti in cima a queste classifiche. Naturalmente tra le prime posizioni compaiono anche potenze asiatiche come Cina e Giappone. Ma nel mondo del soft power c’è ancora spazio per piccole potenze europee, come Svezia e Olanda, che riescono a contare ben oltre il proprio peso effettivo. Cosa che, in proporzione, vale anche per l’Italia. […]
Inoltre, se questo non avviene ovunque nel mondo con la stessa intensità è anche perché occorre in genere una forte motivazione affinché questi fenomeni si manifestino in modo significativo. Senza considerare che, spesso, per metterla in pratica occorrono investimenti economici rilevanti. Ecco che, per esempio, per alcuni paesi minori ma dalle elevate risorse, come la Svizzera, spendere per ospitare conferenze internazionali, legare la propria identità a quella del tennista Roger Federer e divenire lo sfondo da sogno delle produzioni cinematografiche indiane e cinesi, può essere un investimento fruttuoso per mantenere il proprio posizionamento nella gerarchia globale. Altre volte, una motivazione ancora più valida è fornita da esigenze di natura conflittuale: come per esempio accade in caso di conflitti di lunga durata, come quelli tra Russia e Ucraina, tra Azerbaigian e Armenia, tra India e Pakistan, dove nel corso dei decenni viene a stratificarsi una narrazione funzionale a sostenere le proprie ragioni sia a livello interno che sul piano internazionale. In alcune situazioni le due cose combaciano e si rafforzano reciprocamente: come nel caso della Corea del Sud, che da alcuni anni, infatti, è protagonista di una rapida e costante ascesa in queste graduatorie.
Una volta assodata la validità del legame tra cultura popolare e geopolitica, l’ultima sfida di questo libro sarà quella di spingersi oltre: fino a suggerire che la geopolitica pop potrebbe rivelarsi utile nel correggere alcuni difetti congeniti della geopolitica. La quale, anche dopo aver superato la propria rigida fase originale, sembra spesso ancora presupporre che gli umani si comportino come giocatori razionali, cadendo così in un’illusione simile a quella di tanti economisti, che poi si sorprendono quando individui, popoli e nazioni finiscono per andare contro i propri interessi. Oppure quando eventi reali smentiscono previsioni basate su considerazioni logiche che sembravano inattaccabili.»




