La seconda guerra fredda. Lo scontro per il nuovo dominio globale, Federico RampiniÈ lo scontro tra Stati Uniti e Cina per il predominio globale il tema del nuovo libro di  Federico Rampini dal titolo La seconda guerra fredda. Lo scontro per il nuovo dominio globale edito da Mondadori.

«Sta cominciando la nuova guerra fredda, ma sarà profondamente diversa dalla prima. Cambieranno molte cose per tutti noi, in questa sfida tra America e Cina nessuno potrà rimanere veramente neutrale. L’economia e la finanza, la scienza e la tecnologia, i valori politici e la cultura, ogni terreno sarà investito dal nuovo conflitto.»

Con una grande differenza rispetto alla prima guerra fredda: «l’Urss fu una superpotenza bellica e anche ideologica (quando il Vangelo comunista era all’apice della sua diffusione mondiale), ma rimase sempre un nano economico, poco integrata e poco influente negli scambi internazionali. La Cina ha un’economia equivalente a quella americana, ed è già penetrata profondamente nei tessuti industriali e finanziari di tutti i paesi occidentali, oltre che in Asia, Africa, America latina.» Quello cinese, infatti, è «un impero postmoderno nella sua idea di espansione fondata prevalentemente sull’influenza economica, tecnologica e finanziaria». Il piano delle Nuove Vie della Seta, o Belt and Road, ne rappresenta un evidente esempio.

«La resa dei conti si avvicina in fretta, a tutti i livelli: le maggiori multinazionali Usa stanno rivedendo i loro piani cinesi e la loro dipendenza da quel paese. Quando un gigante digitale come Google decide di negare il proprio software alla Huawei, campione cinese della telefonia, è perché preferisce perdere un grosso cliente piuttosto che esporsi al suo spionaggio tecnologico e alle sanzioni del governo federale di Washington.»

Gli scenari di come avverrà il passaggio dal secolo americano al secolo cinese sono assolutamente incerti: «Neppure i leader al comando delle due superpotenze hanno un’idea chiara sulla dinamica della sfida, sulle prossime puntate di questa storia, sul punto di arrivo finale. Mettono in moto forze che loro stessi non sapranno dominare fino in fondo. È un mondo nuovo, che in poco tempo sta cancellando le regole fissate nell’epoca precedente.»

Dal punto di vista strategico e geopolitico «lo scenario della «trappola di Tucidide» (la rivalità Atene-Sparta che sfociò nella guerra del Peloponneso) va studiato sempre più attentamente. Lo intuì nel 2015 un professore della Harvard Kennedy School, esperto di storia militare e strategia, Graham Allison. Il suo saggio Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi Editore, 2018) fu studiato con attenzione a Pechino, e Xi Jinping lo citò nel suo primo incontro con Trump. L’uso che ne fanno i cinesi è evidente: dicono a noi occidentali, e all’America in particolare, che non dobbiamo cadere nella trappola di altre potenze, quelle che in passato tentarono di bloccare l’ascesa di un rivale con ogni mezzo, inclusa la guerra.»

Certo, gli USA mantengono vantaggi enormi nei confronti della superpotenza asiatica. «L’America è ormai saldamente nel trio di testa delle potenze energetiche, con Arabia Saudita e Russia; non importa più una sola goccia di petrolio dal Golfo Persico; anzi, si mette in concorrenza diretta sui mercati. Mentre la Cina rimane fortemente dipendente dall’energia importata. E finché lo Stretto di Malacca è presidiato da flotte militari americane, è una sorta di vena giugulare dove gli Stati Uniti potrebbero strangolare l’avversario in caso di conflitto armato. La Cina avrebbe in teoria delle grandi riserve di shale gas, ma le mancano le tecnologie e soprattutto l’acqua per estrarle. Quando ci s’interroga sul futuro della sfida Usa-Cina, e ci si chiede se siamo nella fase di transizione dal secolo americano a un secolo cinese, nel valutare i rapporti di forze tra le due superpotenze bisogna tener conto del fattore risorse naturali, nonché dei suoi riflessi sulla vulnerabilità relativa al cambiamento climatico. Per la maggiore densità della sua popolazione, per i processi di desertificazione in atto, per la scarsità di terre arabili e di riserve idriche, la Cina ha un handicap ambientale nel lungo periodo.»

Gli USA soffrono un handicap dal punto di vista militare: «l’America è costretta a disperdere la propria potenza militare in aree che alle forze armate cinesi interessano poco (almeno per ora), come l’Europa; di conseguenza il budget per gli armamenti viene speso in modo meno efficiente perché «spalmato» ai quattro angoli del pianeta. La Cina si è data un obiettivo iniziale più preciso: alzare al massimo i costi di un intervento americano in Estremo Oriente. Dotandosi di armamenti più leggeri ma micidiali, le «guerre asimmetriche» che Pechino sta simulando assomigliano più alle tattiche dei guerriglieri.»

Il conflitto si è finora manifestato nella guerra commerciale fatta di dazi sui prodotti d’importazione: «Nello scontro tra i due protezionismi americano e cinese, a lungo termine gli Stati Uniti godono della posizione contrattuale più forte. Anzitutto per lo stesso squilibrio commerciale che è all’origine della tensione: un paese che esporta verso un altro paese il quintuplo di quello che ne importa è ovviamente più vulnerabile dell’altro ai dazi. Inoltre la capacità di ritorsione «occhio per occhio, dazio per dazio» è limitata dal fatto che la Cina partiva già da livelli di tasse doganali molto più elevati.»

Lo scontro tra le due superpotenze è anche e soprattutto una guerra per la supremazia tecnologica: «Nella sfida Usa-Cina una cosa ormai è chiara: la vera posta in palio non sono più soltanto gli squilibri import-export, macroscopici ma tutto sommato aggiustabili. La nuova guerra fredda dovrà decretare un vincitore nella gara per la supremazia tecnologica». Già adesso Pechino destina alla ricerca sull’Intelligenza artificiale il 60 per cento di tutti gli investimenti mondiali!

Ed è proprio la corsa alla supremazia tecnologica che rischia di accendere il conflitto tra i due paesi. Al riguardo è istruttivo quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale, con l’attacco a Pearl Harbor da parte del Giappone, che determinò l’intervento militare diretto degli Stati Uniti. «Nella narrazione giapponese quell’attacco a tradimento, senza una formale dichiarazione di guerra, si era reso inevitabile perché l’America stava mettendo in difficoltà l’economia del Sol Levante con un embargo: non tanto di materie prime (benché Tokyo fosse dipendente dal petrolio americano) bensì di macchinari, aeroplani, prodotti tecnologicamente sofisticati. A quasi ottant’anni di distanza, ci si interroga su scenari simili, dopo l’embargo decretato da Trump sulle vendite di semiconduttori made in Usa alla Cina e la minaccia di Xi di vendicarsi privando l’Occidente di minerali preziosi che sono indispensabili per le nostre batterie elettriche, i computer e gli smartphone. Sul terreno delle tecnologie avanzate Stati Uniti e Cina sembrano avviati a cadere nella «trappola di Tucidide», l’inesorabile resa dei conti tra una potenza egemone in declino e una potenza in ascesa che aspira alla leadership.»

«Chi non ha ancora deciso «cosa farà da grande», cioè l’Unione europea, rischia di pagare dei prezzi pesanti in termini di perdita di autonomia. In un senso o nell’altro.»

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