L’eredità di Bauman. Dal postmoderno al pensiero liquido, Carlo BordoniProf. Carlo Bordoni, Lei è autore del libro L’eredità di Bauman. Dal postmoderno al pensiero liquido edito da Armando, che offre un’analisi attenta e completa del pensiero di Zygmunt Bauman. A distanza di pochi anni dalla sua scomparsa, qual è l’attualità del filosofo polacco?
È ancora molto attuale, poiché il mutamento a cui fa riferimento Bauman è ancora in corso e forse avrà conseguenze a lungo termine. Le sue analisi colgono nel segno quando analizzano i comportamenti sociali e individuali delle persone reali in questo momento di crisi, la loro incapacità a relazionarsi, se non attraverso i media digitali, la chiusura di fronte alle prospettive della globalizzazione e dell’apertura delle frontiere, la perdita di solidarietà sociale. È stato il primo sociologo ad osservare le modifiche nel comportamento di chi usa i social nei rapporti personali, familiari e di lavoro. Ma anche a indicare quali nuove strade doveva intraprendere la sociologia per aiutare a capire il presente, uscendo dall’incomprensibilità delle formule e del linguaggio accademico. La sua prima rivoluzione è stata infatti quella di parlare in modo semplice, parlare alla gente comune. Ed è la ragione principale del suo successo e della sua immensa popolarità.

Quali sono i fondamenti del pensiero di Bauman?
Vi sono parecchi argomenti sui quali sarebbe necessario dilungarsi. Per comodità ne elenco i tre principali, che mi sembra riassumano meglio il suo pensiero: la Postmodernità, l’Olocausto, il Pensiero liquido. Ovviamente quest’ultimo è quello che ha avuto maggior impatto sui lettori e che ha segnato un po’ la sua cifra, ma non dobbiamo dimenticare gli altri due fondamenti. La Postmodernità è essenziale poiché rappresenta il momento di rottura col “prima”, che significa sia la base marxista con cui Bauman ha dovuto fare i conti dopo il ’68, lasciando la Polonia per l’acuirsi dell’antisemitismo, sia la natura solida della modernità. La presa d’atto di una crisi irreversibile della modernità avviene tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quando Bauman è già a Leeds ed è in contatto diretto con la cultura occidentale, che in quegli anni sta rivedendo le sue posizioni sulle ideologie, l’idea di progresso, la storia. È influenzato da Lyotard, ma anche da Adorno, Habermas, Lévinas, Gramsci.

Degli anni Ottanta è il tentativo di spiegare le ragioni dell’Olocausto – sollecitato in questo dall’esperienza di sua moglie Janina, che aveva vissuto in prima persona il ghetto di Varsavia e la deportazione – in maniera totalmente diversa dall’interpretazione corrente, ma coerente con le idee di Hannah Arendt. «L’Olocausto è stato un fenomeno tipicamente moderno che non può essere compreso fuori del contesto delle tendenze culturali e dei progressi tecnici della modernità» (Bauman 1989[2009]: XIII). In quanto prodotto della modernità e della sua tendenza a razionalizzare il comportamento sociale dei cittadini, non è imputabile unicamente alla Germania, ma era ed è possibile in tutto il mondo occidentale che di quel concetto di modernità si è fatto portatore e interprete.

Quale impatto sociale ha avuto il pensiero di Bauman?
Non c’è solo la comprensione del presente, dello stato di crisi e delle mutate relazioni personali e lavorative a connotare il pensiero di Bauman. Il maggior impatto sociale è però dato dalla nuova impostazione dell’analisi sociologica che ha saputo indicare, senza mai realizzare una teoria sistematica che ne paralizzasse i termini e i possibili sviluppi. È una teoria critica (in questo “discepolo” di Adorno) che osserva le condizioni della società e si propone di comprenderle e spiegarle, affinché gli esseri umani siano in grado di scegliere liberamente. Una sociologia come scienza della libertà, non certo uno strumento di dominio nelle mani dei governi, delle multinazionali, dell’industria dei consumi o della cultura. Non è un caso che la figura di Bauman sia paragonabile a quella di Max Weber, il massimo sociologo della modernità, che ha aperto il secolo XX, come Bauman – l’ultimo sociologo della modernità – lo ha chiuso con la speranza di risollevarla da una crisi esiziale. Poiché Bauman, a differenza, di altri, ritiene che la modernità non sia finita, ma possa ancora riservare ci sorprese anche dopo la sua fase liquida.

Di quale importanza per il pensiero contemporaneo è la sua teorizzazione della modernità liquida?
Direi di grande importanza. Perché è il naturale proseguimento della rivoluzione Postmoderna. Dopo quel decisivo strappo con la tradizione culturale precedente agli anni Settanta-Ottanta, la svolta del 2000 operata da Bauman con Modernità liquida (il libro fondamentale per capire il suo pensiero), era necessario liberarsi di ogni ambiguità e condizionamento rispetto all’idea corrente di “postmoderno” come qualcosa di frivolo e legato alla spettacolarizzazione. In più, nelle parole dello stesso Bauman, postmoderno suonava come un’opposizione a ciò che era stato, un passato rifiutato. Invece c’era bisogno di trovare un termine che precisasse la diversa natura della modernità entrata in una fase di profonda trasformazione. Credo che l’idea di liquidità, anche se non ne abbiamo mai parlato direttamente, fosse venuta a Bauman non tanto dal Manifesto di Marx ed Engels, quanto dal libro di Marshall Berman, Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria (ed. orig. 1982, Il Mulino 2012).

Così scrive Peter Beilharz in proposito: «Benché non vi siano dubbi sull’influenza di Marx, Peter Beilharz suggerisce che «una presenza in assenza nella scrittura di Bauman era la figura e l’opera di Marshall Berman, specificamente in Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria; essa stessa una presenza ubiquitaria, un talismano e quasi una vacca sacra per gli studi culturali contemporanei di quel periodo. Marx era, per Berman, la figura perfetta della modernità e del modernismo, dove ambivalenza, ambizione ed entusiasmo per queste forme sociali si riversavano l’una sull’altra. Il compito di Berman era quello di cercare di tenere insieme queste tensioni, in modo che il moderno mantenesse il suo senso di promessa, così come la minaccia (e in effetti ci potrebbe essere più una promessa che una minaccia: la modernità, qui, era un vero piacere)».

Ma perché la modernità è in crisi? È periodo più evoluto della civiltà umana, ha segnato il primato dell’idea di progresso, dell’industrializzazione come perfezionamento della tecnica.

Le sue certezze sono destinate a svanire nell’aria per quello stesso mutamento culturale e sociale che essa stessa aveva propugnato e promosso come una finalità progressista. L’arma del progresso si è rivolta contro la modernità stessa e ha scatenato un’implosione letale per la sua esistenza. La sua crisi è scritta nelle sue stesse origini, in quell’immagine mostruosa del Leviatano di Hobbes, formato da tanti piccoli esseri umani costretti dal bisogno e in forza della legge – più per speranza, che per paura, nelle parole di Spinoza – a stringersi gli uni accanto agli altri, sotto la guida di un sovrano che detiene il potere, mantiene l’ordine, impone la lingua e la religione. Lo Stato moderno, per funzionare, sostenersi e mantenersi nel tempo, ha bisogno di cittadini “uguali”, di persone conosciute e prevedibili, e quindi controllabili. Può ottenere questo risultato attraverso l’educazione e le pubbliche istituzioni che regolano la vita dei singoli, dalla nascita alla morte.

Fin dalle origini della modernità è stato subito chiaro che la compresenza di istanze di libertà e dominio sarebbe stata inconciliabile. Le premesse davano già un’idea di prevedibile evoluzione, quando la formazione dello Stato moderno ha chiesto ai cittadini di rinunciare a una parte della loro libertà in cambio del bene comune. Come parte del progetto istituzionale, dove lo Stato assicura una serie di benefici e servizi in cambio di una restrizione delle libertà individuali. Ma non accompagnata, dall’altra parte, da un’analoga restrizione dell’idea di dominio; al contrario l’antica determinazione a usare il potere per dominare il mondo, che nella classicità era stata sanzionata dall’Hybris, trova nella modernità la sua massima esaltazione.

Liberata dai condizionamenti religiosi, confortata dal progresso scientifico che permette di far uso della tecnica più potente, la modernità non si è accontentata di rivolgere il suo dominio alla natura – modificando il territorio e sfruttando le risorse naturali – ma si è estesa all’uomo.

Da qui l’origine più profonda della crisi, le promesse non mantenute, il crollo della fiducia nel sistema-stato. E la liquefazione inevitabile delle strutture sociali.

Qual è l’eredità baumaniana?
Un’eredità di impegno e di apertura al mondo che cambia: è necessario proseguire sulla strada che ha indicato, soprattutto tenendo presente che la fase liquida è solo un tratto del mutamento in corso, serve comprenderla per poterla superare. Di questo superamento aveva già cominciato a segnalare qualche indizio, ad esempio introducendo il concetto di “interregnum”, tratto dal pensiero di Gramsci, a cui doveva molto. L’interregno è un periodo di tempo limitato che sta tra la morte di un sovrano e delle sue leggi – in questo caso la modernità solida – e un tempo nuovo che non ha ancora fissato le sue regole e i suoi valori.

Vivere nell’interregno – come noi tutti stiamo facendo – crea una sensazione di incertezza e di inutilità esistenziale, perché ogni azione appare priva di speranza e fare progetti sembra inutile. Si ha la sensazione di un grande vuoto di valori, di un deserto in cui ognuno detta la sua legge e tutti pensano a salvaguardarsi, anche a spese del prossimo. Invece l’interregno, a ben guardare, è un periodo positivo. Permette di imbastire il nuovo, preparare il terreno per il domani, mettere le basi di costruzioni alternative: perché il tempo che verrà, che sostituirà quella modernità solida che ci siamo lasciati alle spalle, sarà formato proprio dalle elaborazioni, dai pensieri, dalle idee e dalle scelte che gli uomini di oggi avranno saputo creare. Non c’è un domani prefissato, un destino che ci attende, – sottolinea Bauman – ma solo il domani che avremo saputo immaginare.

Dopo L’eredità di Bauman (Armando, 2019), uscirà il prossimo anno da Mimesis una raccolta di saggi di autori italiani e stranieri sul pensiero di questo straordinario pensatore, che ha attraversato tutto il Novecento e ne ha saputo interpretare le tendenze e le ragioni. Si intitolerà Zygmunt Bauman, sociologo della modernità e conterrà un suo testo inedito e la bibliografia completa.

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