Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda, Maurizio MolinariSi intitola Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda l’ultimo libro del direttore de La Repubblica Maurizio Molinari, edito da La nave di Teseo.

La seconda guerra fredda «ha colto di sorpresa l’Occidente: è radicalmente diversa dalla prima perché gli attori principali non sono più soltanto due ma molteplici, le armi più temibili non sono più quelle nucleari ma quelle digitali e gli scontri ad alto rischio non sono frontali bensì asimmetrici, ibridi.»

I protagonisti dello scontro «sono dittature e autarchie che cingono d’assedio le democrazie dell’Occidente, adoperando ogni arma a disposizione: convenzionale, nucleare, economica, cibernetica.» Parliamo di Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Turchia. La sfida «più insidiosa proviene» però «dall’interno, ovvero da un paese membro della nato come la Turchia, il cui presidente, Recep Tayyip Erdoğan, persegue la creazione di una sfera di influenza neo-ottomana».

La Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping guidano «l’assalto all’Occidente» con l’obiettivo di «far implodere NATO e UE, allontanando quanto più possibile gli Stati Uniti dai loro tradizionali alleati» europei. Alla base vi è la «convinzione che, rescindendo il legame euroatlantico, l’Occidente come entità strategica avrà fine, consentendo ai suoi maggiori rivali di rafforzarsi, potendo di conseguenza inseguire gli obiettivi più ambiziosi.»

La strategia che anima le due autocrazie è evidente: «Putin scommette su crisi militari lungo i propri confini – dalla Georgia all’Ucraina – per frenare l’espansione dell’Occidente, su interferenze politiche e religiose nei singoli stati democratici per portare lo scompiglio dentro le alleanze dell’Occidente, UE e NATO; Xi punta invece sulle grandi infrastrutture marittime e terrestri della Belt and Road Initiative per realizzare lungo il percorso dell’antica via della seta una dorsale di investimenti capaci di trasformare l’Europa occidentale prima in un mercato per i propri prodotti e poi in una testa di ponte sull’Atlantico, anche grazie all’espansione aggressiva del 5G e ad altre tecnologie hi-tech, nelle quali Pechino è in vantaggio su Washington, proprio come avvenne a Mosca dopo il lancio nello spazio della sonda Sputnik nel 1957.»

La corsa alla supremazia tecnologica, e, in particolare, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, costituisce l’elemento più dirompente: «L’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence, AI) ha un’importanza strategica per l’economia digitale, simile a quella avuta dall’elettricità nella seconda rivoluzione industriale, e dunque la contesa fra Stati Uniti e Cina per averne la leadership è una finestra sui nuovi equilibri di potenza di metà XXI secolo.»

C’è anche «chi vede in questi scenari anche la genesi di nuovi conflitti, pensando in particolare a Taiwan, perché l’isola indipendentista vanta la maggior concentrazione di produttori di processori e la Cina potrebbe aver bisogno di annetterla al fine di vincere il braccio di ferro con il rivale americano, che per il motivo opposto potrebbe essere tentato di proteggere con le armi la sovranità taiwanese.»

L’Europa, stretta tra «la crescente profondità delle crisi interne ai paesi europei, dovute a diseguaglianze economiche, migrazioni di massa, ultranazionalismo, separatismi locali e diffusione di false informazioni sul Web» e «l’indebolimento delle due alleanze occidentali – l’UE e la NATO – a causa del risorgere degli egoismi nazionali, delle efficaci interferenze russe e del moltiplicarsi di crisi internazionali» appare così «vulnerabile a crisi politiche, tensioni etniche, rivalità nazionali e aggressioni esterne che mettono a rischio la sicurezza collettiva».

La sfida per le democrazie occidentali è dunque esiziale: «le democrazie in Europa e America del Nord sono chiamate a rispondere a un assedio che punta non a sconfiggerle sul campo di battaglia ma a farle implodere. Innescando dentro le loro società conflitti economici e sociali di una tale dirompenza da delegittimare la democrazia parlamentare, spingendo la popolazione a cercare soluzioni in modelli politici alternativi, di stampo leaderistico, autocratico o autoritario.»

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