“Relazioni internazionali. Dalle tradizioni alle sfide” a cura di Emidio Diodato

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Prof. Emidio Diodato, Lei ha curato l’edizione del libro Relazioni internazionali. Dalle tradizioni alle sfide pubblicato da Carocci: in che modo lo studio delle relazioni internazionali è apparso incapace di misurarsi con la complessità del sistema post-Guerra fredda?
Relazioni internazionali. Dalle tradizioni alle sfide, Emidio DiodatoLa storia della disciplina delle Relazioni internazionali inizia nel 1904 quando fu riconosciuta come ambito di studio della Scienza politica. Questo avvenne negli Stati Uniti dove, tra le due guerre mondiali e soprattutto nel corso della Guerra fredda, le Relazioni internazionali divennero poi oggetto di almeno quattro grandi dibattiti sul metodo e le logiche della disciplina. Vi è sempre stato un forte legame tra lo studio delle Relazioni internazionali e le esigenze di politica estera del governo di Washington. Quando crollò il “sipario di ferro” che aveva diviso il mondo in due blocchi contrapposti – eravamo all’inizio del quarto dibattito sulle Relazioni internazionali – la natura “americana” della disciplina fu fortemente contestata. Da una parte, i cosiddetti razionalisti sostennero che la disciplina aveva ormai trovato un terreno comune tra le diverse tradizioni di pensiero e che, nonostante l’impatto della fine della Guerra fredda, poco cambiava nello studio delle Relazioni internazionali. Dall’altra parte, i cosiddetti studiosi costruttivisti misero in discussione questa certezza. Vi fu addirittura una parte rilevante degli studiosi più giovani che denunciarono l’incapacità della disciplina di misurarsi con la complessità del sistema post-Guerra fredda. Alcuni scrissero che occorreva “dimenticare le Relazioni internazionali”, per far spazio al punto di vista cinese o islamico. Occorre considerare che la fine della Guerra fredda fu vissuta dai più come improvvisa e imprevista. Lo storico John Lewis Gaddis puntò il dito contro il fallimento della Scienza politica, poiché incapace di spiegare la fine della Guerra fredda. In un saggio intitolato International Relations Theory and the End of the Cold War, invitò gli studiosi di Relazioni internazionali a compiere una radicale trasformazione nell’approccio, per dare spazio all’intuizione, al paradosso e all’errore nello sviluppo storico delle relazioni internazionali. Vi furono rilevanti scienziati politici come Francis Fukuyama e Samuel Huntington che alimentarono il dibattito sul futuro delle relazioni internazionali. Ma nell’ambito più ristretto dei cultori delle Relazioni internazionali si comprese che il mondo era entrato in crisi. Lo dico in senso gramsciano, ossia riferendomi a quelle situazioni storiche nelle quali il vecchio muore e il nuovo non può nascere: un periodo di interregno nel quale compaiono una grande varietà di sintomi morbosi. C’è un bel libro che riassume questo clima di disorientamento vissuto dalla disciplina. Lo hanno curato Michael Cox, Ken Booth, Tim Dunne e Christopher Hill. Si intitola The Interregnum: Controversies in World Politics 1989-1999. Fu pubblicato nel 1999 sotto la direzione della British International Studies Association.

Quali sono le principali tradizioni di pensiero e le questioni metodologiche della disciplina delle relazioni internazionali?
Le principali tradizioni di pensiero sono indubbiamente il realismo, il liberalismo e il marxismo. Ma in questa seconda edizione del volume, ho ritenuto opportuno includere anche il costruttivismo tra i principali paradigmi della disciplina. Il realismo si è affermato nelle Relazioni internazionali subito dopo la Seconda guerra mondiale, anche grazie a ingenti finanziamenti elargiti dalla Rockefeller Foundation. Tornando al legame tra le Relazioni internazionali e le esigenze di politica estera del governo di Washington, si può sostenere che la principale preoccupazione del realismo fu quella di contenere l’Unione Sovietica, quindi gestire la Guerra fredda e l’equilibrio di potenza in epoca nucleare. In un primo momento, il realismo contestò il fatto che le Relazioni internazionali dovessero seguire il metodo empirico della Scienza politica: poiché diversa è la natura del potere entro lo Stato e nei rapporti tra gli Stati. Successivamente, tuttavia, il cosiddetto neo-realismo attuò una torsione metodologica che aprì la strada verso la già citata svolta razionalista entro la disciplina. La tradizione realista è approfondita nel volume da Valter Coralluzzo. Il liberalismo ha avuto più successo a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando il principale problema della politica estera degli Stati Uniti divenne quello di governare l’interdipendenza dopo la crisi dell’ordine economico internazionale, soprattutto a seguito degli shock petroliferi e con il crescente ruolo internazionale di Germania e Giappone. Il grande merito del liberalismo è l’aver posto al centro dello studio delle Relazioni internazionali, intese come settore della Scienza politica, il tema delle istituzioni internazionali. Si tratta di un tema molto ampio che va dal reciproco riconoscimento delle sovranità fino alla governance globale. Tuttavia, il dibattito attuale sulla crisi dell’ordine internazionale liberale ha messo alla prova questa tradizione di pensiero, che è approfondita nel volume da Sonia Lucarelli. Il marxismo ha una storia differente che corre parallelamente alla disciplina delle Relazioni internazionali e, quindi, della stessa Scienza politica. Indubbiamente pone al centro della riflessione metodologica il raffronto tra metodo storico e metodo empirico, ma soprattutto contestata la natura anarchica del sistema internazionale a favore di una visione alternativa, contrassegnata da rapporti di dipendenza di tipo imperiale o egemonico tra centri e periferie del mondo. Inoltre, le diverse tradizioni critiche (tanto quelle marxiste quanto quelle post-marxiste approfondite nel volume da Damiano Palano) introducono nel dibattito il tema dell’emancipazione sociale e del cambiamento dei rapporti di dominio e potere. Il contributo di questa tradizione di pensiero è divenuto più incisivo, nell’ambito della disciplina, proprio quando è crollata l’Unione Sovietica. È tuttavia il costruttivismo che ha dominato la riflessione post-Guerra fredda, al punto da presentarsi oggi come un nuovo paradigma, alternativo al razionalismo. Da un lato, con il costruttivismo si è fatto strada un metodo di indagine più sociologico che pone attenzione ai temi delle identità e della costruzione delle regole di condotta degli Stati o di altri attori nel sistema delle relazioni internazionali. Dall’altro lato, l’importanza accodata dal costruttivismo alle idee nella costruzione sociale del sistema internazionale ha dato campo a diverse letture dello stesso costruttivismo, che sono ricostruite, nel volume, da Carla Monteleone.

Quali nuovi interrogativi e prospettive teoriche caratterizzano lo stato attuale delle relazioni internazionali?
I nuovi interrogati e le nuove proposte teoriche delle Relazioni internazionali sono oggetto di un nuovo capitolo, incluso nella seconda edizione del volume e scritto da Rodolfo Ragionieri, con il quale si apre la seconda parte dedicata alle sfide. Senza dubbio le Relazioni internazionali si trovano ad affrontare un mondo più complesso rispetto a quello della Guerra fredda, quando si sono affermate come disciplina. Ma in fondo si tratta di ripartire dall’analisi di ciò che costituisce il problema di fondo (o la questione antica) delle relazioni internazionali, vale a dire l’alternarsi della guerra e della pace. Senza però sottovalutare l’importanza e l’impatto, nel mondo contemporaneo, dei processi di globalizzazione economica. Il volume include due capitoli dedicati proprio alla globalizzazione economica, discussa da Francesco Moro attraverso le lenti della International political economy, e alla trasformazione della guerra, argomento trattato da Marco Valigi attraverso le lenti dei cosiddetti Studi strategici. Oltre alla globalizzazione economica e alle strategie di guerra, tra le sfide ho deciso di mantenere quella posta dalla politica estera dell’Unione europea, un tema tornato di grande attualità dopo la Brexit e, aggiungerei, soprattutto dopo il Covid-19. Riuscirà l’Unione europea a ritagliarsi un’autonomia strategica dopo aver realizzato l’unità monetaria? Elena Baracani ha scritto un capitolo completamente aggiornato su questo tema. Infine, ho deciso di aggiungere una nuova sfida che ha anch’essa origine in un tema classico, vale a dire la sfida posta dall’evoluzione della diplomazia. Due ricercatrici più giovani, Alessia Chiriatti e Sofia Eliodori, hanno scritto un capitolo conclusivo dove si discute l’impatto dei nuovi media sulla diplomazia. Personalmente mi sono molto interrogato, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, sull’impatto della comunicazione globale sul sistema delle relazioni internazionali. Oggi questo dibattito si è un po’ perso, forse perché troppo influenzato dalla questione della propaganda di guerra al tempo dell’avvento delle televisioni satellitari. Ma penso che la rivoluzione digitale stia riportando al centro della riflessione internazionalistica molte questioni sopite su quello che possiamo considerare il “villaggio” della comunicazione globale. E penso che sia utile, soprattutto per gli studenti che si avvicinano alle relazioni internazionali, ripartire proprio dalla quella antica arte che, agli albori della modernità politica, Françoise de Callières defini la manière de négocier avec les souverains.

Emidio Diodato è professore ordinario presso l’Università per Stranieri di Perugia, dove presiede il corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni, con Federico Niglia, Berlusconi ‘The Diplomat’. Populism and foreign policy in Italy, di cui sarà presto disponibile la traduzione italiana per la Luiss University Press.

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