“La povertà educativa in Italia” di Orazio Giancola e Luca Salmieri

La povertà educativa in Italia, Orazio Giancola, Luca SalmieriLa povertà educativa in Italia. Dati, analisi, politiche
di Orazio Giancola e Luca Salmieri
Carocci editore

«Questo volume nasce con l’obiettivo di fornire un’analisi aggiornata della povertà educativa in Italia, anche in comparazione internazionale, e delle sfide che tale fenomeno pone al futuro del nostro paese. A questo fine il volume raccoglie e integra una serie di ricerche e analisi che abbiamo realizzato negli ultimi tre anni aventi per oggetto la definizione della povertà educativa, i metodi per misurarne l’intensità e la diffusione, le sue molteplici cause e suoi effetti nefasti, tanto per i soggetti che ne sono direttamente colpiti, che per il tessuto sociale in generale. I diversi contributi puntano a un’omogeneità di trattazione, sia in termini storici che analitici e si basano su un metodo empirico e quantitativo.

La povertà educativa è un problema poco considerato in Italia. Eppure, dal punto di vista culturale e delle competenze di base, il nostro paese è tra quelli più poveri in Europa; il più povero in assoluto, se si considerano le capacità della popolazione adulta di compiere alcune operazioni relativamente semplici di lettura, calcolo e problem solving. Non si tratta di semplice ignoranza, ma di qualcosa di più grave. L’ignoranza è facilmente superabile: basta informarsi, capire, decodificare e farsi una propria idea sostenuta da un minimo di fatti e di evidenze logiche. Il problema è quando mancano o sono estremamente deboli o indeboliti gli strumenti e le capacità necessarie per uscire dall’ignoranza. In tal caso mancherà anche la consapevolezza del problema. Non solo questa drammatica situazione ha radici profonde, ma nel corso degli anni tende a peggiorare. Già nel 2014 il compianto Tullio De Mauro riportava che circa due milioni di italiani erano analfabeti totali, 13 milioni semi-analfabeti, ovvero appena in grado di scrivere il proprio nome e fare somme e sottrazioni semplici, altri 13 milioni avevano perso l’uso fluido della lettura e della scrittura. Insomma, circa la metà della popolazione adulta era sotto la soglia minima della piena alfabetizzazione. Nel corso degli anni successivi si sono colti numerosi segnali di deterioramento delle competenze minime per una quota crescente dei nostri concittadini: il problema della povertà educativa, per quanto ancora abbastanza taciuto in sede di dibattito pubblico, è così entrato prepotentemente nei diversi campi della ricerca sociale italiana. Negli ultimi cinque anni si è assistito, infatti, a una crescita delle pubblicazioni che trattano della povertà educativa nel nostro paese e in chiave comparativa.

L’Italia è il paese OCSE con la più bassa quota di laureati (18% della popolazione adulta) e il più basso investimento pubblico in istruzione (il 7% della spesa per servizi). In rapporto al PIL, lo Stato italiano destina all’istruzione appena il 3,6%, contro la media europea del 4,7% e quella dei paesi OCSE del 4,8%. Se si considera la quota di spesa devoluta all’istruzione sul totale della spesa pubblica, il nostro paese con l’8,1% delle risorse destinate al sistema di istruzione si colloca addirittura nella terzultima posizione europea, davanti soltanto a Grecia (6,8%) e Romania (7,6%). In Italia il reddito medio degli insegnanti è tra i più bassi d’Europa: per i docenti italiani di primaria e di scuola media lo stipendio si aggira intorno al 68% dello stipendio medio di un laureato occupato; i docenti di scuola superiore percepiscono poco di più, il 72%. Tali quote sono inferiori a quelle calcolate per l’insieme dei paesi europei (UE22), rispettivamente pari all’82, 88 e 93% per i tre gradi di scuola.

L’opinione pubblica si è spesso concentrata sulla scuola italiana come unica o principale responsabile, non tanto della povertà educativa in cui versa la popolazione, ma della disoccupazione giovanile, lamentando un supposto decadimento del personale docente, della qualità degli insegnamenti e della preparazione al mondo del lavoro. Mentre la scuola italiana è diventata il capro espiatorio di quasi tutti i mali della società e della cultura nostrane, pochi riflettono su dati e ricerche che evidenziano la correlazione tra le diffuse condizioni di analfabetismo e semi-analfabetismo e una serie di fattori extrascolastici. Certo, come vedremo, i risultati degli studenti italiani ai test internazionali e nazionali di valutazione delle competenze non sono così incoraggianti. Comunque, anche in questo caso, frettolose interpretazioni di tali esiti hanno quasi sempre preso il sopravvento su studi analitici e rigorosi che da decenni suggeriscono che la povertà educativa dipende soprattutto dalla riproduzione delle disuguaglianze di origine sociale, dal capitale culturale delle famiglie e da un fenomeno su cui poco si riflette: l’obsolescenza delle competenze durante la vita adulta.

L’opinione pubblica e il senso comune associano la povertà educativa a coloro che non sono scolarizzati o che hanno studiato per pochi anni della loro vita e ritengono che si tratti di un problema diffuso soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Niente di più falso: la povertà educativa è ampiamente presente in Europa e non tocca soltanto coloro che non hanno completato l’obbligo scolastico, una quota della popolazione che, invece, nel nostro continente, è ormai molto limitata.

L’Italia è uno dei paesi sviluppati con il più basso tasso di istruzione della popolazione, tanto quella adulta che giovane. La combinazione di scarsa istruzione iniziale e mancanza di opportunità per migliorare le competenze ha molte probabilità di evolvere in un circolo vizioso in cui le scarse competenze iniziali conducono a minori opportunità di svilupparle in seguito. In questo circolo vizioso sono intrappolati milioni di italiani.

In passato la povertà educativa veniva fatta corrispondere all’analfabetismo e visti gli elevati livelli di alfabetizzazione scolastica raggiunti nei paesi “avanzati” era percepita come un problema marginale, riguardante piuttosto quelli in “via di sviluppo”. Nel corso degli ultimi due decenni, tuttavia, numerose ricerche e analisi sull’obsolescenza delle competenze degli adulti, sulla dispersione scolastica e sulla persistenza delle disuguaglianze scolastiche nei paesi europei hanno evidenziato il carattere esteso, crescente e urgente della povertà educativa nelle società a diffusa scolarizzazione. Si è meglio compreso allora che la povertà educativa corrisponde all’impossibilità e incapacità di usare le competenze minime richieste per adattarsi alla complessità dei cambiamenti sociali, culturali e tecnologici e di continuare ad apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni lungo tutto il corso della vita.

Oltre e prima di padroneggiare competenze specifiche, i cittadini del XXI secolo sono chiamati a possedere una base di capacità di elaborazione delle informazioni, ovvero a saper leggere, comprendere, scrivere, applicare e sviluppare il pensiero e la comprensione matematica per risolvere una serie di problemi in situazioni quotidiane e ad alimentare le cosiddette abilità “generiche”, come la comunicazione interpersonale, la capacità di apprendere, l’uso consapevole e critico di Internet e dei devices di comunicazione a distanza. In questo volume affrontiamo proprio questi aspetti, facendo leva su ricerche e analisi già pubblicate ma che in parte riprendiamo qui in una versione riveduta, a seguito di discussioni e confronti con colleghi e ricercatori»