Casa dolce casa? Italia, un paese di proprietari, Marianna Filandri, Manuela Olagnero, Giovanni SemiProf.ssa Marianna Filandri, Lei è autrice con Manuela Olagnero e Giovanni Semi del libro Casa dolce casa? Italia, un paese di proprietari edito dal Mulino: quali interpretazioni è possibile fornire del fatto che l’Italia sia un paese di proprietari di case?
Innanzitutto, precisiamo che sebbene sia vero che la maggioranza degli Italiani possiede la casa dove vive, l’ampia diffusione della proprietà non è una anomalia in Europa. I dati sugli altri stati (che riportiamo nel volume), mostrano che il nostro paese non rappresenta affatto un’eccezione e neppure il caso più estremo, essendo perfettamente in linea con la media europea. Le uniche eccezioni all’ampia diffusione della proprietà della casa sono rappresentate dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Austria. E se guardiamo agli altri paesi del Sud Europa e a quelli dell’Est Europa vediamo anche che l’Italia mostra una più bassa percentuale di famiglie che vive in una propria casa.

E se il nostro paese non ha il primato europeo della proprietà della casa, possiamo però pensare che si caratterizzi per avere da sempre un tasso di proprietari piuttosto elevato. Neppure questo è vero. Gli Italiani sono infatti per la maggioranza proprietari di casa, ma non lo sono da molto tempo e la diffusione della proprietà della casa è un fenomeno piuttosto recente. Nel dopoguerra meno della metà degli italiani infatti viveva in proprietà e la percentuale di famiglie proprietarie, pur andando sempre aumentando nel tempo, è rimasta sotto il 60% fino al censimento del 1991 che ha registrato il 68% di nuclei in proprietà.

Il trend crescente di diffusione della proprietà è andato di pari passo con altri due importanti fenomeni, legati tra loro, che riguardano le condizioni abitative nel nostro paese: l’aumento del numero di abitazioni e la diffusione di uno standard abitativo adeguato. Sempre adottando uno sguardo di lungo periodo, i dati censuari del secondo dopoguerra mostrano che il numero di alloggi disponibili era inferiore al numero di famiglie e molte famiglie vivano in condizioni abitative deprivate in case senza bagno o senza acqua corrente.

Quali soluzioni ha storicamente trovato la questione abitativa nel nostro Paese?
Nel volume illustriamo come in un arco di tempo relativamente breve, a partire dal secondo dopo guerra, si sia delineato uno scenario caratterizzato sia da una maggiore disponibilità di case rispetto al numero di famiglie, sia da abitazioni con standard migliori. Questi elementi sono fortemente in relazione con la diffusione della proprietà e hanno portato a un generale miglioramento delle condizioni abitative.

Tuttavia non si può considerare che valga l’equazione proprietà assenza di disagio abitativo: l’essere proprietari di casa non esclude infatti il vivere in condizioni di disagio abitativo. E questo è confermato di nuovo anche dai dati a livello europeo. Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto attendere, i paesi con la percentuale più alta di proprietari di case, sono anche quelli con la percentuale più alta di famiglie in condizione di disagio abitativo. Va comunque notato che c’è molta eterogeneità e paesi con tassi di proprietà della casa simili presentano una diffusione del disagio abitativo molto diversa.

Quali rappresentazioni sociali positive sono collegate alla proprietà dell’abitazione?
La diffusione della proprietà non è stata raggiunta per caso. Nel volume mostriamo come per lungo tempo le politiche sociali hanno incentivato in vari modi, alcuni diretti altri indiretti, il raggiungimento della cosiddetta “società dei proprietari di casa” (home-owners society). Il sogno di tutte le famiglie che possiedono una casa è stato ampiamente sostenuto in molte delle nostre società occidentali. E si è giunti alla “società dei proprietari di casa” anche attraverso la diffusione di una cultura dell’abitare in proprietà. Andare a vivere in affitto è considerata una opzione poco auspicabile: pagare l’affitto è considerato inefficiente. Si può anche sentire spesso l’espressione è come «buttare i soldi». La proprietà della casa dovrebbe bilanciare le incertezze del lavoro flessibile e della società flessibile in generale. Inoltre, viene considerata una forma di investimento sicuro e l’abitazione in proprietà si configura a tutti gli effetti come bene rifugio. L’idea di acquistare un immobile è dunque giudicata conveniente e legittima, nonché un modo per massimizzare le risorse: una scelta razionale

Tuttavia, tra le conseguenze, spesso trascurate, dell’ampia diffusione della proprietà della casa ci sono certamente i costi, che ricadono sia sulla collettività, sia sulle famiglie non proprietarie. E uno degli effetti più rilevanti riguarda la disuguaglianza.

Che nesso esiste tra titolo di godimento dell’abitazione e povertà?
La proprietà, sebbene per lo più associata a migliori condizioni abitative, non è di per sé una garanzia sufficiente a prevenire situazioni di disagio. Anche tra le famiglie proprietarie vi sono infatti quelle che vivono con standard abitativi inadeguati o in condizione di sovraffollamento. La relazione tra titolo di godimento della casa e povertà in Italia mostra che la proprietà è frequente anche tra le famiglie povere. Questo è coerente con il fatto che la proprietà è diffusa tra tutti gli strati della popolazione, sebbene le famiglie povere abbiano sempre più probabilità di vivere in affitto.

Parlare di proprietari in condizione di povertà sembra un ossimoro. In realtà non è un fenomeno raro. In Italia nel 2016 la percentuale di individui poveri che vivevano in una abitazione in proprietà era di circa il 20%. E sono le famiglie povere che incorrono più spesso in un carico gravoso dei costi abitativi rispetto alle famiglie non povere. Tuttavia, pur a fronte di una grande eterogeneità delle condizioni dei proprietari, il fatto di possedere una casa è associato a un benessere medio migliore se confrontato con quello degli affittuari.

Sono, infatti, più frequentemente in condizione di stress finanziario i nuclei che si trovano in affitto. Si tratta qui di una questione piuttosto rilevante e nota in letteratura da tempo, benché la percezione sociale di questo fenomeno non sia spesso conseguente: i poveri, per definizione, pagano in termini relativi più delle famiglie non-povere la propria abitazione.

Quali conseguenze sociali e ambientali produce la “corsa” alla proprietà immobiliare?
Le politiche attuali sono particolarmente carenti nell’affrontare le diverse problematiche legate alla questione abitativa e nel volume mostriamo quattro ambiti di criticità che la lunga stagione di accordi politici e adattamenti sociali e territoriali, non ha sciolto o ha addirittura alimentato. In primo luogo, è sempre più rilevante la questione delle case vuote. Sono sempre di più le famiglie che possiedono alloggi che non utilizzano e non affittano.

In secondo luogo, un secondo problema rilevante riguarda gli squilibri territoriali. La questione geografica con spaccature in macro-aree, ma anche in zone urbane e aree interne riporta l’attenzione sull’eterogeneità delle condizioni abitative e sulle disuguaglianze di accesso, mantenimento e sfruttamento del bene casa che si sommano a quelle territoriali, in molti casi contribuendo alla polarizzazione delle famiglie.

In terzo luogo, connessa ai prime due punti vi è la questione dell’economia della rendita e della connessa questione sociale. Il possesso di una seconda casa in una zona di prestigio comporta un ulteriore vantaggio, nel beneficiare del boom turistico, anche spesso attraverso il mercato degli affitti brevi. E con gli affitti tramite piattaforme, le conseguenze non sono limitate al benessere o al disagio dei proprietari, ma sono estese all’intera società. Oltre all’ulteriore arricchimento di chi possiede più case, vi è anche un peggioramento delle condizioni degli affittuari. Attualmente la tassazione non prevede incentivi per coloro che affittano sul mercato residenziale e quindi l’esigenza di trovare una casa dove risiedere è sostanzialmente equiparata a quella di chi si cerca un alloggio per visitare una città per tre giorni.

Infine l’ultima questione, su cui riflettiamo nel volume e che non può essere trascurata quando si parla di casa, è quella ambientale. Le mappe sul consumo di suolo, incrociate con quelle sul suolo edificato e poi abbandonato, raccontano un paese che ha prima incentivato, poi tollerato e, infine, quasi dimenticato che il nesso tra ecosistema e intervento umano dispiega i suoi effetti nel medio e lungo termine. Il nostro paese non può permettersi una discussione pubblica sul mutamento climatico che non tenga in conto la questione sociale e ambientale legata al tema della casa.

Marianna Filandri è ricercatrice in Sociologia economica presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino dove insegna Sociologia delle disuguaglianze economiche e sociali e Analisi dei dati. Ha pubblicato per Carocci, Proprietari a tutti i costi (2015) e ha curato con Nicola Negri per Il Mulino, Restare di ceto medio (2010).

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