Prof.ssa Enrica Morlicchio, Lei è autrice del libro Sociologia della povertà edito dal Mulino: quali dimensioni assume il fenomeno povertà nella nostra società?
Sociologia della povertà, Enrica MorlicchioNel trentennio post-bellico che gli studiosi francesi definiscono “glorioso, che va dall’inizio del 1970 alla fine del 1990, la povertà, sia in Europa che negli Stati Uniti, venne percepita sempre più come un fenomeno residuale di società avviate verso l’opulenza e i consumi di massa. Di fatto questa visione ottimistica fu messa in dubbio all’inizio degli anni Sessanta dalla pubblicazione negli Stati Uniti di due inchieste sociali, The Other America di Michael Harrington e Night Comes to the Cumberlands di Harry M.Caudill che mostrarono come in alcune e aree degli Stati Uniti, nel pieno della prosperità americana, numerose famiglie vivevano in condizione di povertà tali da sfiorare l’abbrutimento. In Europa invece a contribuire a riaccendere l’attenzione sulla povertà in quello stesso periodo fu una importante ricerca sociologica condotta da Peter Townsend sulla povertà del Regno Unito, i cui risultati furono pubblicati in un volume di oltre mille pagine, con un questionario molto complesso la cui compilazione richiedeva anche alcune ore. Se si scorre l’indice del volume di Townsend si rimane colpiti dalla assoluta attualità dei temi trattati: dalla enorme concentrazione di ricchezza a quello della segregazione territoriale, dalla questione delle minoranze etniche a quella della disabilità collegata alla povertà, dai working poor alle madri sole e via discorrendo. Cosa voglio dire con ciò? Che la povertà è connaturata alle società industriali avanzate, non è solo un problema dei paesi più poveri, ed è stato per primo Karl Marx a dimostrare come l’accumulazione di povertà procede di pari passo con quella della ricchezza. Questo implica anche che non è un problema riconducibile a comportamenti individuali o a caratteristiche personali di chi è in povertà, anche se le forme di adattamento, di fronteggiamento o anche di negazione della propria condizione di povertà possono in taluni casi fare la differenza.

Chi sono oggi i poveri?
Il piccolo imprenditore finito in rovina, il padre separato che dorme in auto, l’anziana donna che fruga tra gli scarti dei mercatini sono stati i soggetti preferiti dalla narrazione sulla povertà durante gli anni centrali della crisi economico-finanziaria del 2008-2014. L’interesse per i casi eclatanti, verificatesi spesso in contesti un tempo ricchi e quindi ancora più stridenti, ha finito per distrarre l’attenzione dagli effettivi elementi di novità: è aumentata la povertà delle famiglie di lavoratori dipendenti, delle giovani coppie con figli e delle famiglie immigrate. E spesso questi tre caratteri si sovrappongono. Ma soprattutto ha fatto perdere di vista la persistenza di povertà tradizionali, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno e, in particolare nella sua principale area metropolitana, vero e proprio epicentro della povertà italiana, come quelle frutto della trasmissione intergenerazionale, della deprivazione culturale e lavorativa.

Quali forme ha assunto la povertà nella società postfordista e che rapporto essa ha con lo spazio urbano?
La analisi del sociologo americano William Julius Wilson a mio parere aiutano molto a chiarire il quadro della povertà post-fordista e il suo rapporto con lo spazio, evidenziando il modo in cui in una situazione dominata dalla disoccupazione si determinano particolari processi sociali di impoverimento. Anche Wilson, così come la maggior parte degli studiosi della povertà contemporanea, guarda alla riduzione delle opportunità di uscita dalla disoccupazione e ai processi di precarizzazione in atto come tratti specifici della nuova povertà urbana. Egli tuttavia ritiene che c’è una aggravante nuova rappresentata dai processi cumulativi della povertà e della disoccupazione su base territoriale i cui effetti egli ha potuto studiare nelle inner cities delle città americane ma che a mio parere sono osservabili anche altrove. Questi che egli definisce “effetti di concentrazione” si producono quando la mancanza di lavoro e la disgregazione familiare si determinano in uno spazio urbano ristretto, favorendo così processi di concentrazione spaziale delle famiglie povere di ampia portata. Non si tratta dunque di sottolineare il fatto che i poveri si concentrano in determinati quartieri, ma che la stessa concentrazione contribuisce alla intensificazione della povertà.

Per spiegare come si sia prodotto questo fenomeno come aspetto tipico della “povertà post-fordista” Wilson fa riferimento all’esodo di dimensioni consistenti che ha visto come protagoniste le famiglie delle classi medie e operaie, compresi alcuni settori privilegiati della comunità afroamericana, che a partire dagli anni Settanta del secolo scorso hanno progressivamente abbandonato i quartieri centrali interessati dallo smantellamento dell’apparato produttivo locale in direzione delle aree di nuova industrializzazione, determinando il loro complessivo impoverimento e degrado. Anche quando la deindustrializzazione di tali aree è stata in parte compensata dalla creazione di occasioni di lavoro in altri settori, come i servizi finanziari o i grandi centri commerciali, queste non sono state in grado di rimpiazzare le occupazioni di tipo operaio destinate alla forza lavoro urbana a basso livello di qualificazione. Per la fascia dell’offerta di lavoro costituita da giovani afroamericani e portoricani sono divenute pertanto assai scarse le opportunità di accedere ad un’occupazione con un salario sufficiente per vivere. Ciò ha prodotto un collasso della struttura sociale del ghetto comunitario degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha così perso la sua fisionomia originaria, determinando la trasformazione del ghetto comunitario nell’“iperghetto”. Quest’ultimo condivide con il ghetto la discriminazione istituzionale di tipo razzista e la presenza di subculture locali, ma si differenzia per la elevata concentrazione di famiglie povere e di disoccupati giovani e per i minori livelli di coesione sociale interna. Un aspetto problematico della vita sociale nell’iperghetto è rappresentato dalla cristallizzazione presso i suoi abitanti di atteggiamenti e valori che impediscono di sfruttare le possibilità occupazionali che pure talvolta si presentano nel quartiere o in quartieri limitrofi. In esso infatti povertà e disoccupazione sono la norma, i bambini lasciano precocemente la scuola, le famiglie dipendono per la loro sopravvivenza dai magri sussidi di welfare, gli adolescenti si dedicano alla microcriminalità di strada o adottano precocemente modelli “adulti” mettendo al mondo figli che cresceranno in famiglie disgregate e via di seguito. Un giovane abitante dell’iperghetto difficilmente avrà occasione di entrare in contatto con qualcuno che possa rappresentare un modello di ruolo positivo nello sviluppo della sua identità, o sia in grado di procurargli le informazioni per ottenere un lavoro. Piuttosto sarà portato a sviluppare relazioni soltanto con soggetti altrettanto svantaggiati che non sono in grado di aiutarlo ad uscire dalla disoccupazione e dal contesto segregante del quartiere. Per questo motivo Wilson sottolinea il fatto che un quartiere nel quale le persone sono povere ma occupate è differente da un quartiere nel quale le persone sono povere ma senza lavoro. Nel primo caso la povertà infatti riguarda fasce di popolazione che hanno mantenuto un rapporto con il mercato del lavoro, nel secondo caso invece è proprio la marginalità rispetto al mercato del lavoro a costituire il principale fattore di impoverimento e di impotenza. In ciò sta anche la principale differenza tra l’analisi di Wilson e l’approccio della cultura della povertà nel quale l’elemento centrale è la trasmissione intergenerazionale di atteggiamenti e valori che impediscono di sfruttare le opportunità di miglioramento. Per Wilson al contrario è il depauperamento del contesto e il disimpegno istituzionale, e non l’interiorizzazione di una subcultura intrisa di fatalismo, ad agire sul piano degli atteggiamenti e a ridurre le possibilità di uscita dalla povertà.

In questa dinamica la segregazione razziale, pur rilevante, ha agito soltanto da aggravante, ma non costituisce la causa principale della formazione della “povertà del ghetto” che si fonda invece sulla cumulatività degli svantaggi in condizioni di segregazione territoriale e di deprivazione delle risorse istituzionali e comunitarie e sul circuito vizioso che si stabilisce tra queste condizioni di esclusione e la devianza dei comportamenti sociali e demografici. In Italia gli effetti di concentrazione possono essere osservati su due scale diverse: a livello urbano, a carico soprattutto delle periferie, e a livello di macro regioni con un effetto di cumulo nel Mezzogiorno.

Come si misura la povertà?
Vi sono molti modi diversi di misurare la povertà o meglio, come preferiamo dire noi sociologi, di rilevare empiricamente la povertà. Le due principali misure sono la povertà assoluta, che fa riferimento alla incapacità di conseguire un livello di reddito o di consumi tale da garantire condizioni di vita minimamente dignitose, e la povertà relativa, che misura la povertà con riferimento allo standard di vita medio di un paese in un determinato momento storico.

Molti sostengono che le misure di povertà relativa siano meno efficaci nel descrivere i fenomeni reali quando si registra un impoverimento generalizzato e si arresta la crescita economica come è avvenuto dopo il 2008, poiché si tratta di misure di disuguaglianza che non fanno riferimento al valore costante di un dato paniere di beni e servizi come nel caso della povertà assoluta, ma a una distribuzione dei redditi o dei consumi in continuo mutamento. Se si vuole adottare una metafora sportiva si potrebbe dire che, come avviene in una corsa ciclistica, se l’intero gruppo dei ciclisti rallenta l’andatura durante una salita impervia (la crisi), quelli in coda (i più poveri) avrebbero teoricamente la possibilità di accorciare le distanze dal gruppo di testa (i più ricchi) non per un loro effettivo recupero ma semplicemente per un arretramento degli altri. Per questo motivo sempre più di frequente si adotta una soglia di povertà relativa cosiddetta “ancorata” al 2008 (o a qualsiasi altro anno considerato rilevante). Quest’ultima mima la dinamica di una soglia assoluta, poiché è calcolata rivalutando di anno in anno la soglia relativa per il 2008 per la sola variazione dei prezzi. Con essa si intende stimare non il numero di famiglie che vivono al di sotto dello standard medio di un dato anno, bensì quelle che non hanno speso quanto necessario per raggiungere lo standard di riferimento del 2008.

Quale evoluzione ha subito il modello italiano di povertà?
Prima ancora che il blocco delle attività economiche dovuto alla diffusione del Covid-19 determinasse una recrudescenza della povertà anche nelle aree del paese in passato meno colpite dal fenomeno, in Italia si era verificato un importante elemento di novità. Infatti secondo le stime comunicate dall’Istat, nel 2019 la povertà assoluta aveva fatto registrare un calo, con 148mila famiglie e 447mila individui in meno rispetto al 2018. Questa riduzione non ha interessato in ugual misura le aree del paese: il calo ha coinvolto tutte le macroaree ad eccezione del Nord-est , dove il numero di famiglie in povertà assoluta è in aumento (+34mila); si riduce invece nel Nord-ovest (-25mila) e al Centro (-42mila), mentre al Sud (-56mila) e nelle Isole (-60mila) si registra la riduzione maggiore, sebbene nel Mezzogiorno il numero delle famiglie in condizione di povertà assoluta sia ancora piuttosto elevato (706mila). In termini di diffusione notiamo una riduzione della povertà relativa e assoluta nel Mezzogiorno rispetto all’anno precedente; anche al Centro – dove si registrano le variazioni percentuali più consistenti – si riporta un miglioramento, mentre la situazione al Nord resta sostanzialmente invariata. Tuttavia non ci si può certo rallegrare del fatto che nel Mezzogiorno sia la povertà assoluta che relativa, anche avendo fatto segnare un calo rispetto all’anno precedente, interessino rispettivamente “solo” l’ 8,6% e il 21,1% delle famiglie.

Questo elemento di novità in ogni caso andrà sicuramente approfondito nelle sue cause e nella sua portata tenendo conto anche della eccezionalità degli eventi, e delle misure di contrasto alla povertà, messe in atto durante la Pandemia. Per il momento si può ipotizzare che esso sia in parte da imputare al peggioramento della condizione economica delle famiglie di persone straniere e regolarmente residenti nel nostro paese, concentrate soprattutto nel Centro-Nord (83%) che hanno incontrato maggiori difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro dopo la crisi, possono contare meno su aiuti familiari e hanno avuto accesso solo in minima parte al Reddito di cittadinanza per la penalizzazione dovuta a criteri stringenti di residenza. Andando infatti ad analizzare la condizione degli stranieri residenti in Italia, è possibile osservare come questa componente sia particolarmente colpita: sul totale delle famiglie residenti in Italia in povertà assoluta, circa una su tre è una famiglia con stranieri, sebbene questa tipologia familiare rappresenti l’8,9% sul totale delle famiglie residenti. Tra le famiglie che comprendono stranieri l’incidenza della povertà assoluta è del 22,0 % se vi è almeno uno straniero in famiglia e del 24,4% se tutti i componenti sono stranieri a fronte del 4,9% delle famiglie di soli italiani. Ne consegue che qualsiasi intervento di contrasto alla povertà che escluda o penalizzi questa significativa componente della povertà italiana sia da forme di sostegno al reddito sia dall’accesso a servizi essenziali, come le mense e il trasporto scolastico, mancherebbe del tutto il suo obiettivo. Va tra l’altro osservato che anche la condizione di povertà delle famiglie di stranieri risente della dimensione territoriale. Nel solo Mezzogiorno la stessa incidenza sale al 36,8% per le famiglie con stranieri dove sono presenti minori, contro il 10,6% delle famiglie di soli italiani sempre con minori. Un altro elemento di rilievo relativo all’ultimo biennio che induce ad una certa prudenza nel manifestare ottimismo rispetto al calo della povertà assoluta è l’aumento della sua intensità. Questo indicatore misura “quanto poveri sono i poveri”, ovvero di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere risulta al di sotto della soglia di povertà. Nei suoi Rapporti periodici l’Istat avverte che da un anno all’altro le variazioni non possono sempre dirsi significative. Tuttavia vale la pena osservare come abbia avuto luogo un aumento della intensità della povertà in tutte le circoscrizioni italiane e esso risulta più accentuato nel Nord-ovest Si può dire dunque che in Italia si confermano le caratteristiche di fondo del modello italiano di povertà, sebbene tenda a modificarsi la composizione dello “zoccolo duro” per la maggiore presenza, accanto alle famiglie numerose meridionali di famiglie immigrate o coppie di giovani precari, nonché da famiglie di working poor.

Enrica Morlicchio è professore ordinario di sociologia economica nell’Università di Napoli Federico II dove insegna Sociologia economica e Innovazione sociale, Terzo settore e sistemi di welfare. Dirige “Sociologia del lavoro” ed è componente del comitato di direzione della rivista “il Mulino”. Tra le sue pubblicazioni recenti: La povertà. Eredità del passato, certezza del presente, incognita del futuro (Feltrinelli 2019), C. Saraceno, D. Benassi, E. Morlicchio (2020), Poverty in Italy, Features and drivers in a European perspective (Policy Press) ed E. Morlicchio (2020), Sociologia della povertà, II edizione, il Mulino.

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