“Guerra e informazione nell’era digitale” di Corrado Stefanachi

Guerra e informazione nell'era digitale, Corrado StefanachiGuerra e informazione nell’era digitale
di Corrado Stefanachi
Mondadori Università

«Viviamo nell’era dell’informazione e l’informazione diventa l’aspetto fondamentale anche della guerra e della strategia: essa si impone come l’autentico centro di gravità della guerra nonché come formidabile fattore di trasformazione (o rivoluzione?) dell’azione militare e strategica. […] Certamente, l’informazione è sempre stata un elemento cruciale in guerra. Come scrive uno dei più stimolanti pensatori militari di questi anni, innumerevoli battaglie e campagne militari del passato prossimo e remoto sono state decise dalla più o meno grande capacità dei comandanti in campo di rispondere alle tre fatidiche domande: «dove mi trovo? Dove si trovano le forze nemiche? Dove si trovano i miei soldati?» [Leonhard 1998]. Dai grandi pensatori militari dell’antichità a quelli dell’evo contemporaneo, non è certo mancata la consapevolezza circa il ruolo fondamentale delle informazioni a ogni livello dell’universo bellico. Com’è noto, il grande Carl von Clausewitz [1970, 84-89] annoverava proprio le informazioni – nel senso qui della scarsità di informazioni attendibili (la «nebbia della guerra») – tra le immancabili «frizioni» che condizionano inesorabilmente e pesantemente la guerra reale, sempre pronta, anche per questo, secondo il generale prussiano, ad allontanarsi dall’implacabile ma astratta ‘perfezione’ della «guerra assoluta». Quel che sembra però contraddistinguere la nostra era dell’informazione – che coincide, in larga misura, con l’era dell’informatica, della digitalizzazione – è la capacità senza precedenti, grazie alla tecnologia (sensori, calcolatori, telecomunicazioni), di raccogliere, ‘processare’, condividere e sfruttare tempestivamente le informazioni utili ai fini dell’impresa bellica […]. Cyberwar, netwar, neocortical warfare, cognitive warfare ma soprattutto information warfare – la nozione più larga e capiente – sono solo alcune delle nuove etichette a cui ha fatto ricorso il discorso strategico a cavallo tra la fine del secolo scorso e il nuovo secolo per trasferire sul piano dei concetti il fenomeno appunto dell’inedita pervasività in guerra – e della portata trasformativa – dell’informazione. Il modo di valorizzare appieno, in strategia, questo inedito salto sul terreno informativo emerge dunque come il cuore pulsante della riflessione e pianificazione strategica nell’era postindustriale. La guerra si vince o si perde sul terreno dell’informazione; essa diventa prima di tutto guerra dell’informazione (e, in tutto questo, guerra informatica): in ciò risiede, in effetti, l’opinione condivisa dalla gran parte delle voci e degli indirizzi che hanno occupato la scena degli studi strategici degli ultimi trentacinque anni circa. […]

Nei capitoli di questo volume seguiremo la trama complessa di questa riflessione ed elaborazione strategica, avviata sulla scia della potentissima suggestione prodotta dalla guerra del Golfo del 1991 (davvero una sorta di epifania dell’information warfare, agli occhi di tanti osservatori, ma anche interpretata perlopiù come una rivoluzione incompiuta) e proseguita nel dopo-Guerra fredda, sollecitata da altri, importanti, avvenimenti (dalla guerra del Kosovo del 1999 alla seconda guerra del Golfo del 2003, dalle ‘rivoluzioni colorate’ dello spazio postsovietico degli anni Duemila alla lunga guerra russo-ucraina in corso). Nonché rilanciata dalla comparsa di nuove tecnologie in campo digitale, come l’avvento dell’intelligenza artificiale di nuova generazione. Nella prima sezione del volume si tratterà, più esattamente, di dipanare i diversi fili che – non senza sovrapposizioni o intersezioni – compongono quella trama di voci, correnti, visioni, dottrine. Dovremo insomma schizzare una sorta di mappa concettuale delle diverse declinazioni del concetto di ‘guerra delle informazioni’ – facendo emergere soprattutto le tre correnti fondamentali già evocate in questa Introduzione: le teorie dell’informazione come moltiplicatore di forza dell’azione militare (cap. 1); la concezione della pura guerra cibernetica come arma ‘strategica’ da affiancare al potere militare ‘strategico’ (navale, aereo, nucleare) già esistente negli arsenali tradizionali, e forse suscettibile di soppiantarlo (cap. 2); le visioni, infine, che vedono nell’informazione – intesa adesso come contenuto prettamente semantico (notizie, opinioni, narrazioni) creato, condiviso e fruito nell’ecosistema digitale – una cruciale risorsa da mettere al servizio di una guerra variamente definita come «mentale», «neocorticale» o «cognitiva» (cap. 3).

Ricostruito il quadro polifonico della teoria dell’information warfare, nella seconda sezione del volume ci soffermeremo su una serie di questioni degne – a nostro avviso – di approfondimento. Dovremo innanzitutto evidenziare (cap. 4) come il dibattito su guerra e informazione degli ultimi decenni sia stato, per molti versi, il punto di confluenza o, ancor meglio, la sede del rilancio e accentuazione di una serie di tendenze strategiche che vanno indietro nel tempo e che attraversano, a ben vedere, il pensiero nonché la prassi strategica soprattutto degli Stati Uniti nell’ormai lunga stagione del loro impegno geopolitico mondiale. Come si vedrà, guerra a ‘impronta leggera’, impiego immediatamente ‘strategico’ della forza militare (strategic warfare) e ‘guerra politica’ (political warfare) costituiscono tre modalità e criteri d’azione sui quali l’America in particolare ha ricorrentemente riposto le sue speranze di ridurre i costi dell’impegno oltreoceano e dell’esercizio della sua leadership mondiale: a questi tre ‘paradigmi’ l’avvento del digitale è sembrato dare nuovo smalto, inedite possibilità di realizzazione o ‘perfezionamento’. In effetti, quei tre indirizzi tornano in era digitale nelle forme della guerra ‘leggera’ informatizzata (e poi ‘intelligentizzata’), del cyberpotere ‘strategico’ e della guerra mentale, neocorticale o cognitiva.

Per dirla altrimenti, il discorso di matrice statunitense sull’information warfare si presenta come una sorta di catalogo dei sogni della strategia, una galleria di modalità indirette e ‘virtuose’ (o presunte tali) di coercizione politica che sembrano mettere a portata di mano l’ideale di una guerra tanto efficace e decisiva quanto parsimoniosa e ‘leggera’. Grazie al dominio dell’informazione e ai suoi preziosi frutti (trasparenza del campo di battaglia, precisione degli attacchi, coordinamento inter-arma, logistica leggera, tra gli altri), l’azione militare viene esonerata – secondo la maggior parte delle visioni dell’information warfare – dai dispendiosi (e sanguinosi) vincoli che opprimevano la ‘guerra industriale’ (imperativo della massa; centralità delle grandi battaglie; attrito): ecco adesso, e finalmente, una guerra dalla leggerissima impronta, combattuta da forze ‘pulviscolari’ ma comunque rapida e decisiva. Non basta. L’azione strategica potrà anche approfittare – secondo altre formulazioni dell’information warfare – dell’opportunità persino di saltare del tutto il campo di battaglia per colpire direttamente al cuore il nemico (la sua economia, società), con effetti immediatamente strategici (la vittoria in guerra, non di una singola battaglia) sulla falsariga della guerra navale indipendente teorizzata tra fine Ottocento e primo Novecento dall’ammiraglio americano Alfred T. Mahan (il blocco commerciale che piega il nemico aggredendone l’economia). O sull’esempio della guerra area indipendente immaginata, già tra le due guerre mondiali, dai visionari teorici del bombardamento ‘strategico’ (l’impiego dell’aviazione per attaccare in profondità i centri economici e la popolazione del nemico): ma con il vantaggio, quando si tratta del cyberpower, che la campagna ‘strategica’ può evadere dallo spazio fisico e geografico a cui restano vincolate la marina e l’aviazione. Grazie inoltre all’osmosi digitale-mentale – nella visione di altri teorici statunitensi dell’information warfare – la strategia trova la grande occasione di portare a livelli di incisività ed efficacia senza precedenti le pratiche ben note del political warfare, una forma di strategia in cui la componente militare scivola ai margini per lasciare il centro della scena alla valorizzazione di leve e strumenti civili, tra cui spiccano naturalmente la propaganda, le operazioni psicologiche e la sovversione, oggi a mezzo Internet e piattaforme digitali. La morbida, avvolgente noopolitik e le netwar cognitive al posto della spigolosa, muscolare realpolitik, della ‘guerra militare’: è un’idea che circola nella letteratura statunitense sull’information warfare già nei primi anni Novanta del secolo scorso, in effetti come forma aggiornata e potenziata – grazie a Internet – del political warfare con cui America e Unione Sovietica si diedero battaglia nella lunghissima stagione della Guerra fredda.

D’altra parte – dovremo vedere anche questo – la teoria dell’information warfare si è presto delineata, tutto all’opposto, anche come una galleria degli incubi americani – delle paure, più in generale, delle società occidentali. […] Affiora insomma il timore che, tanto per cominciare, potenze e attori ostili all’ordine internazionale sanzionato dall’America arrivino a sfruttare prima e meglio degli Stati Uniti, ironicamente, le nuove tecnologie dell’informazione, destinate prevedibilmente a diffondersi nel sistema internazionale. Battistrada della rivoluzione informatica, l’America appare come un ‘pachiderma’ militare assai lento a tradurre quel salto tecnologico – questo il timore – in adeguati codici operativi e schemi organizzativi per le sue forze armate. Dando così modo ai suoi avversari di recuperare il ritardo e persino sopravanzarla, e così ideare strategie militari da utilizzare a fini di revisione o eversione degli assetti geopolitici esistenti.

Ma emerge presto anche l’ansiogeno sospetto che, in virtù del livello elevato di digitalizzazione della sua economia, sia proprio l’America – non gli arretrati avversari della sua egemonia mondiale – a essere il soggetto più vulnerabile in particolare alla guerra cibernetica ‘strategica’. Si constata come nessuna nazione al mondo possieda un’economia dalla ‘nervatura digitale’ tanto capillare e articolata quanto quella americana, ciò che potrebbe incentivare gli avversari degli Stati Uniti – è questa la paura – ad approfittarne: a escogitare modalità di attacco digitale all’economia nel tentativo di eludere la superiorità militare americana sul campo di battaglia. Si manifesta infine sul finire del primo decennio del nuovo millennio anche il timore che le delicate e, a questo punto, stanche democrazie liberali occidentali, in crisi di identità dopo la tempesta finanziaria del 2007-2008 e impegnate a leccarsi le ferite della globalizzazione (deindustrializzazione; immigrazione; multiculturalismo; insorgenza populista), rappresentino degli ideali bersagli per una guerra cognitiva e psicologica condotta dalle potenze autoritarie ostili all’ordine internazionale liberale, nel tentativo ancora una volta di ‘smontare’ l’egemonia degli Stati Uniti senza doverne ingaggiare in combattimento le temibili armate. […]

Non mancherà infine un approfondimento sulla guerra russo-ucraina – un conflitto armato senza precedenti sul suolo europeo (per magnitudine, intensità, durata, importanza degli attori coinvolti, direttamente o anche indirettamente) dai tempi della Seconda guerra mondiale, e che pertanto si offre come un terreno di verifica o comunque discussione e problematizzazione delle intuizioni, ipotesi, previsioni e prescrizioni che si sono accumulate nella letteratura sull’information warfare (cap. 7). Come si vedrà, dai campi di battaglia dell’Ucraina viene una stentorea conferma dell’importanza bellica dell’informazione, ma non per questo viene una piena validazione delle idee sulla trasformazione della guerra prevalenti nella teoria strategica degli ultimi decenni. In effetti, la guerra in corso realizza, sotto certi aspetti, alcune delle precoci profezie dei teorici dell’information warfare (si pensi alla letalità del connubio tra sorveglianza e precisione, al fenomeno dell’impraticabilità del campo di battaglia per le forze armate organizzate secondo i criteri della ‘guerra industriale’ o ancora all’importanza delle ‘macchine intelligenti’ sul campo di battaglia). Sotto altri aspetti, però, quanto avviene in Ucraina entra in tensione con quelle profezie, se non le smentisce platealmente: la lenta guerra di attrito in corso in Ucraina è, per tanti versi, quanto di più lontano si possa immaginare dalle visioni di guerra ad alto contenuto informativo che hanno popolato per anni la letteratura strategica.

Avremo dunque modo nell’ultimo capitolo di riprendere i tre indirizzi teorici dell’information warfare ricostruiti nella prima parte del volume, cercando di stabilire che cosa il conflitto in corso abbia da dirci su ciascuno di loro. […] Come insegna la storia militare, il modo migliore di perdere la guerra di domani è prepararsi a combattere quella di ieri, assumendola come modello destinato a permanere nel tempo. La guerra reale non si ripresenta mai uguale a sé stessa: neppure – possiamo immaginare – nell’era dell’informazione.»