“Infoguerra. Guerre d’informazione nell’infosfera” di Eugenio Iorio

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Infoguerra. Guerre d'informazione nell'infosfera, Eugenio IorioProf. Eugenio Iorio, Lei è autore del libro Infoguerra. Guerre d’informazione nell’infosfera, edito da Rubbettino: perché si può affermare che la manipolazione delle informazioni e la gestione della percezione dell’opinione pubblica rappresentano il più grande pericolo per le nostre democrazie occidentali?
Il libro nasce proprio dalla consapevolezza che tutte le democrazie occidentali, oggi, sono in grande pericolo. La manipolazione delle informazioni, la gestione della percezione dell’opinione pubblica, la guerra di informazioni non sono fenomeni adducibili solamente allo “sharp power” di potenze straniere, ma possono essere anche strategie di élite, ad esempio quelle finanziarie, che si pongono di sovragestire gli Stati Nazione.

La realtà può essere conosciuta dall’uomo mediante la percezione. Il più grande massmediologo Marshall McLuhan, nel libro Gli strumenti del comunicare, ci ricorda che: «Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi ed i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti.»

Nell’era dell’informazione – in cui internet, nelle sue diverse forme social media, metaversi, etc. determina e egemonizza la nostra percezione – gli algoritmi e le piattafome del capitalismo digitale gestiscono il nostro senso comune.

Oggi, al centro del discorso sta il rapporto tra mito e politica, che è fondativo della dimensione del politico stesso e che si rivela sempre più attuale in anni di attività politica mediatizzata, spettacolare e “liquida”.

La comunicazione politica che viviamo utilizza la “mitopoiesi” come dinamica elementare di costruzione della realtà: miti, luoghi comuni, fake news, teorie della cospirazione, strutture narrative ricorrenti determinano modalità di percezione e di comportamento.

Le narrazioni dei social media – concatenazione di simboli preesistenti in sequenze temporali, spaziali e causali – fondano, danno luogo e stabilizzano la soggettività stessa, sempre più separata e diversa dalla realtà dei fatti.

Cos’è l’Information Warfare (infowar) o guerra di informazioni?
L’Infowar o Information Warfare è una guerra asimmetrica fondata sulla centralità dell’informazione che si manifesta, grazie a internet, travalicando le distanze, influenzando le scelte politiche, finanziarie e militari, conferendo maggiore influenza e/o togliendola, manifestandosi secondo una modalità universale e interdipendente.

La guerra di informazioni è antica quanto l’uomo. Nel VI sec. a.C. il generale cinese Sun Tzu scrive nel trattato di strategia L’Arte della guerra che «la guerra si fonda sull’inganno» e che «vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo».

L’Infowar è un concetto basato sull’idea, quindi, che quello informativo sia un vero e proprio nuovo dominio in cui, tra Stati ovvero tra Stati e attori non statuali, si gioca un confronto che vede le informazioni costituire, a un tempo, strumento di offesa e obiettivo.

Il termine Information Warfare indica le azioni intraprese al fine di acquisire superiorità nel dominio informativo minando i sistemi, i processi e il patrimonio informativo dell’avversario e difendendo al contempo i propri sistemi e le proprie reti nonché, più in generale, l’impiego delle informazioni ai fini del perseguimento degli interessi nazionali.

In che modo le guerre contemporanee sono sempre più guerre di informazioni?
Le guerre di informazione, da un lato, coinvolgono a vario titolo i servizi di intelligenze e informatici e assumono i connotati della cyberwar – la guerra cibernetica fatta di cyberterrorismo e cyberpropaganda – che consente agli attori asimmetrici, gli infowarrior o agenti di influenza, di avere un contatto diretto con il pubblico completando l’azione dei media.

Dall’altro lato, invece, hanno a che fare più con la sfera del soft power e dello sharp power: si tratta cioè di persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili l’opinione pubblica rispetto al “nemico”.

E uno degli approcci tipici è quello di sfruttare i media e le informazioni per delegittimare l’avversario nella percezione pubblica: in tal caso, l’Information Warfare prende il volto della guerra di propaganda.

C’è anche da dire che nel corso delle guerre del XXI secolo ribelli, giovani, donne e bambini hanno conquistato l’attenzione internazionale per i loro aggiornamenti dalle zone di guerra, aiutando le narrazioni delle Information Warfare a plasmare l’opinione pubblica globale.

Negli ultimi anni, gruppi di militanti transnazionali, attivisti della società civile e hacker sono stati tutti in grado di infliggere sconfitte ai propri avversari che fossero Stati o multinazionali, in parte sfruttando la velocità di connettività e comunicazione offerta da internet.

Con la comparsa di Anonymous e WikiLeaks dal 2006 in poi, l’ultimo decennio ha visto l’inarrestabile accelerazione e proliferazione di quella che è stata una forma di denuncia delle irregolarità nella politica globale che il creatore di Occupy Wall Street Micah White ha definito “leaktivism” e l’antropologa Gabriella Coleman ha definito “hack di interesse pubblico”.

Quali forme assume l’infoguerra?
L’Infowar è una guerra profonda, cognitiva, mnesica e di percezione abilitata da una violenza tribale, determinata da passioni – culturali, etniche, politiche – polarizzate e caratterizzate da una sempre più divisione ideologica, fatta di punti di vista sui fatti e gli eventi del mondo.

La complementarietà tra l’influenza e altre tipiche attività d’intelligence – l’ingerenza, la disinformazione e l’intossicazione – sono impiegate in modo coordinato e combinato per pianificare e condurre operazioni offensive finalizzate alla destabilizzazione di mercato o di una reputazione politica, aziendale o di uno stato.

L’influenza, in definitiva, si fonda sull’impiego mirato delle informazioni per generare effetti cognitivi e psicologici in grado di alterare le percezioni e di condizionare comportamenti, attitudini e opinioni.

Tale processo di orientamento può essere sviluppato sia mediante l’uso di informazioni totalmente vere, facendo prevalere i fattori di credibilità e attraenza, sia mediante il ricorso a tecniche di inganno (deception), privilegiando gli aspetti manipolativi e ingannevoli.

L’inganno è quel complesso di misure attuate da un attore al fine di trarre in inganno un avversario e ottenere un vantaggio strategico.

L’influenza, in particolar modo quella di livello strategico, si articola per mezzo di un complesso “ecosistema”, composto da una vasta gamma di strutture organizzate, le cui competenze non sono sempre marcate da confini rigidi e le cui funzioni effettive non appaiono facilmente riconoscibili, e singoli individui, alcuni dei quali non sempre consapevoli del loro ruolo e delle finalità ultime del loro agire.

Quali tecniche e tattiche caratterizzano la guerra di informazioni?
Nella guerra di informazioni le Information Operations (InfoOps) hanno un ruolo strategico. Nascono originariamente come tentativi, in ambito militare, di sviluppare una serie di tecniche e tattiche di lavoro per sfruttare le informazioni in contesti diplomatici e militari. Oggi, invece, rappresentano l’ampia gamma di tecniche e tattiche utilizzabili nella guerra di informazioni.

La guerra di informazioni include una serie di attività tipiche della tradizione intelligence – ma che oggi possono avvalersi delle potenzialità offerte dal progresso tecnologico – quali: attività informative d’intelligence; counterintelligence; deception/inganno; disinformazione; guerra elettronica e informatica; operazioni d’influenza; ingerenza; gestione e manipolazione della percezione; propaganda.

Provo a fare un esempio con tecniche e tattiche: un “attore nemico”, che sia uno stato o un agente di influenza non statuale, può sfruttare le crepe nel tessuto della società occidentali, individuando le divisioni sociali, demografiche, economiche ed etniche, per distorcere il senso comune creando narrazioni alternative.

Avvolgendo queste narrazioni attorno ai “noccioli di verità” – che di fatto aiutano a diffondere le falsità – può organizzare, così, una comunità di supporto, attraverso le piattaforme digitali più trend, coltivando relazioni con persone ricettive a quelle narrazioni attraverso la pubblicità mirata e l’utilizzo di bot per la promozione di contenuti specifici.

Nascondendo la provenienza delle storie, le farà sembrare generate da fonti diverse e dal basso e coltivando “utili idioti”, che credono e amplificano le narrazioni, attraverso polarizzazioni utili a far prendere posizioni ancora più estreme di quanto farebbero altrimenti. Tutto questo genera senso comune e dissenso e può sfociare in conflitto sociale.

Ecco un esempio di strategia, di tattiche e di tecniche dell’information warfare.

In cosa consiste la guerra memetica?
I meme sono fondamento delle strategie di propaganda e di guerra psicologica, un tipo di guerra ideato per alterare il modo in cui le persone interpretano le informazioni.

Ma cosa sono i meme? I meme non sono immagini divertenti; racchiudono un sacco di bagaglio emotivo in un’“unità” culturale. Il “meme” è un’unità di trasmissione culturale (uno slogan, un pensiero, una melodia, un concetto di moda, filosofia, politica) che si trasmette di cervello in cervello.

La guerra memetica viene intesa come una serie di operazioni d’informazione che vengono messe in atto attraverso i social media. Queste operazioni avvengono attraverso la diffusione dei meme e si cerca, quindi ,di stabilire un vantaggio competitivo politico, economico rispetto a un avversario.

Alla base della creazione di questi strumenti potentissimi, ovvero i meme, possono esserci centri specializzati che mirano sia a crearli, sia a far sì che si inneschi una diffusione virale di questi ultimi.

Nell’ottica della guerra memetica se si controlla il meme si controlla l’idea; se si controlla l’idea, si controlla il sistema di valori; se si controlla il sistema di valori, si controlla come vengono raccontati i fatti; se si controlla l’esposizione dei fatti, si controlla la popolazione.

Il concetto di memetica è legato al motivo per il quale un’idea possa venire introdotta in una società, come essa cambi nel tempo e che impatto abbia infine sulla cultura, sui sistemi di credenze sociali e sulla credulità collettiva.

Quali prospettive per l’Information Warfare?
L’Information Warfare, in un futuro molto prossimo, utilizzerà l’intelligenza artificiale per le sue campagne di hacking cognitivo.

L’hacking cognitivo mira a entrare nella mente di una persona o di gruppo sfruttando le vulnerabilità di tipo cognitive, bias cognitivi, punti trigger ed emozioni psicosociali (ad esempio paura, rabbia, odio, ansia, onore ecc.) per influenzare il loro comportamento.

L’Intelligenza Artificiale sarà applicata non solo alle letture sociocognitive e psicografiche, ma sarà utilizzata per manipolare la percezione dei fatti e della realtà. Già oggi viene impiegata per organizzare eserciti di bot o di socket puppets, ovvero gli account falsi che gestiscono i feed delle notizie nell’infosfera per diffondere a livello computazionale la propaganda.

Esistono diverse tendenze nella propaganda computazionale. Nelle democrazie candidati, politici, manager di campagne elettorali e agenzie lobbistiche utilizzano botnet campagne d’influenza.

Le forme più potenti di propaganda computazionale coinvolgono entrambi distribuzione algoritmica e cura umana: robot e troll funzionanti insieme.

Gli algoritmi che curano i nostri feed di notizie sociali sono sensibili alla manipolazione. I feed di notizie sociali sono regolati da incentivi che danno la priorità a visualizzazioni estreme e contenuti condivisibili rispetto alla qualità e verità

Questo crea uno scenario in cui gli utenti ingeriscono e promuovono narrazioni che credono essere vere, indipendentemente dalla loro validità.

Percepire e vivere la realtà sarà sempre più difficile.

Eugenio Iorio insegna Social Media Analysis nell’Università Suor Orsola Benincanca di Napoli. È codirettore dell’UniSOB MediaLab, con cui conduce ricerche sull’infosfera italiana. Già dirigente pubblico, è dirigente della ricerca scientifica nel campo della sicurezza e dell’intelligence economica.

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