“Fare la pace. Accordi, trattati, negoziazioni in età moderna” a cura di Blythe Alice Raviola

Prof.ssa Blythe Alice Raviola, Lei ha curato l’edizione del libro Fare la pace. Accordi, trattati, negoziazioni in età moderna, pubblicato dal Mulino nel 2026. Il libro si concentra su una serie di trattati di pace con l’intenzione di indagarli come soluzioni empiriche, diplomatiche, intellettuali volte a scongiurare il ripetersi della discordia: cosa accomuna gli accordi di pace da Voi selezionati?
Fare la pace. Accordi, trattati, negoziazioni in età moderna, Blythe Alice RaviolaIn verità, la varietà dei trattati prescelti fa sì che non siano necessariamente tutti accomunati fra loro e che, anzi, siano contemplati casi fra loro piuttosto differenti. Si spazia, infatti, fra alcune tipologie di paci e di accordi (alcuni classificabili come trattati, altri come tregue temporanee) che, a grandi linee, servirono a:

  • Fissare i confini
  • Regolare i conflitti dinastici
  • Stabilizzare i conflitti religiosi
  • Stabilire sfere di influenza commerciale
  • Decretare l’autonomia e l’indipendenza di determinati attori politici

Nella maggior parte dei casi esaminati – che sono solo alcuni dei trattati più salienti dell’epoca moderna – gli accordi si concretizzarono dopo mesi, se non anni, di relazioni diplomatiche, di mediazioni formali e informali, di trattative non sempre andate a buon fine. Fare la pace presupponeva, allora come oggi, una comune volontà di intenti, talvolta virtuosamente sostenuti da ideali di concordia, talaltra motivati da fattori economici stringenti.

Possiamo fare qualche esempio. La Pace di Lodi del 9 aprile 1454, con cui si apre il volume (il saggio è di Nadia Covini), fu sollecitata non solo dai potentati coinvolti in una lotta ormai decennale, bensì dalla caduta di Costantinopoli del 1453 che rese evidente al Papato e alle signorie italiane la necessità di far fronte contro una minaccia comune. Questo non avvenne se non per breve tempo e la frammentazione peninsulare perdurò fino alle guerre d’Italia del primo Cinquecento; tuttavia, la pace servì a determinare per secoli lungo la linea dell’Adda il confine fra l’area lombarda e quella veneta.

Lo stesso dicasi per la Pace dei Pirenei del 1659 (approfondita nel libro da Manuel Rivero Rodríguez), la quale siglò la fine del secolare conflitto tra Francia e monarchia iberica, rendendo evidente la crescita della prima come potenza europea e mondiale e l’incipiente declino della Spagna imperiale. Anche in quel caso gli accordi, sofferti e a lungo ricercati, diedero vita a un confine molto stabile lungo la catena montuosa dei Pirenei, appunto, e posero le premesse per un accordo duraturo fra i due Stati.

Paci di apparente minor riuscita come quelle di Rijswijk (1697) e di Passarowitz (1718), studiate da Christopher Storrs e da Géraud Poumarède, misero però in luce l’emergere di altri attori sullo scenario europeo: non solo la Francia di Luigi XIV, dunque, bensì la Gran Bretagna, la Svezia, la Prussia e la Russia, nel confronto con l’Impero ottomano e in un panorama che interessava gli equilibri continentali dal Mar Baltico al Mar Nero.

In generale si coglie, fra i diplomatici e i governi alle loro spalle, la volontà di trovare un equilibrio che spesso, fra Cinque e Settecento, fu sancito mediante uno o più alleanze dinastiche. Al di là, poi, dei tentativi e dei risultati, resta importante ricordare che la diplomazia si fondava sia su pratiche e interessi concreti sia su riflessioni giuridiche e teoriche che si andarono via via perfezionando proprio nel corso dell’età moderna. L’arte del compromesso fu essenziale specialmente laddove si trattava di regolare non solo confini e prerogative dinastiche, ma anche la convivenza fra popoli e confessioni diverse: la poco nota Capitolazione di Cavour del 1561 (di cui si occupa Susanna Peyronel) fu tra i primi tentativi di conciliare la presenza valdese con il governo del ducato di Savoia sempre più orientato verso l’ortodossia cattolica.

Come argomenta nella Sua prefazione, «numerose paci, anche inconsapevolmente, dialogarono in qualche modo fra loro, fornendo ai diplomatici non solo modelli argomentativi di riferimento, ma precedenti giuridici cui attenersi o appigliarsi nel corso di negoziazioni successive»: quali sono stati i trattati che hanno fatto, in un certo senso, “scuola” e per quali ragioni?
Anche in tal caso la risposta potrebbe essere assai più ampia e articolata, ma scegliamo tre esempi che si rivelano indicativi. La pace di Augusta del 1555, definita una pace “rivoluzionaria” dalla storiografia – come spiega l’autrice del capitolo Lucia Felici -, segnò sì la presa d’atto della rottura dell’unità cristiana dopo la frattura dello scisma protestante, ma pose le premesse per la futura convivenza tra cattolici e riformati in area tedesca. Allo stesso modo, l’editto di Nantes del 1598 (qui analizzato da Stéphane Gal) assicurò quasi cent’anni di tolleranza – non sempre quieta – agli ugonotti e pose le basi per la ripresa di un dialogo con la Spagna, mediante la pace di Vervins firmata pochi mesi dopo.

Sulla base di quei presupposti, dopo la sanguinosa Guerra dei Trent’anni (1618-1648), la pace di Westfalia, frutto di un intenso lavorio diplomatico durato almeno tre anni, determinò non solo l’accettazione della compresenza di confessioni religiose diverse negli ampi spazi dell’Impero, ma anche il riconoscimento della Repubblica delle Province Unite separatesi dalla monarchia spagnola. Gli accordi di Westfalia, come rilevato da Matthias Schnettger, segnarono un momento di svolta nella diplomazia europea: con oltre cento delegati presenti nelle cittadine di Münster e Osnabrück, si trattò di una serie di riunioni senza precedenti, che conferì ad ambasciatori, delegati e inviati straordinari lo status di negoziatori ponendo tutti gli Stati sullo stesso piano giuridico e politico.

I trattati di Versailles e Parigi del 1783 (studiati da Francesco Dendena) decretarono la nascita degli Stati Uniti d’America e chiaramente segnarono una svolta permanente a livello globale, con ripercussioni ideali e ideologiche sull’imminente Rivoluzione francese.

Ancora, il grande Congresso di Vienna del 1815 (studiato nel volume da Vittorio Criscuolo) fu un congresso europeo a tutti gli effetti. Convocato nel novembre del 1814 per iniziativa del ministro degli esteri austriaco Metternich per ripristinare l’ordine continentale dopo l’epopea napoleonica, l’assemblea pose subito in evidenza il ruolo delle principali potente conservatrici – Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna – assegnando comunque alla Francia sconfitta, ma tornata monarchia con Luigi XVIII, una posizione di spicco. Si profilava così un quadro destinato a durare e a determinare la riorganizzazione dello spazio europeo almeno per tutto il secolo XIX.

Quali pratiche e quali liturgie accompagnavano la stipula di una pace d’Ancien régime?
Il tempo dell’Ancien Régime fu segnato dalla cerimonialità, sebbene non si debba trascurare la dimensione di rappresentanza che tuttora riguarda gli eventi di carattere diplomatico, a partire dagli incontri dei cosiddetti “Grandi”, dalle riunioni dei G7 a quelle dei G20.

Certamente, fra XV e XVIII secolo, le pratiche diplomatiche e gli accordi di pacificazione subirono via via un mutamento: se, ancora nel Quattrocento, essi interessarono in special modo le cancellerie e gli spazi aulici delle corti, a partire dal Cinquecento iniziarono ad assumere forme di visibilità pubblica. La pace delle dame siglata nel 1529 da Luisa di Savoia e Margherita d’Asburgo per conto del re di Francia Francesco I di Valois e dell’Imperatore Carlo V (studiata nel libro da Daniela Cereia), anche per via della presenza eccezionale delle due donne investite della funzione di tutrici e mediatrici, fu celebrata da precoci incisioni a stampa. In quelle immagini si vedono le due sovrane, accompagnate da Margherita d’Angoulême (figlia di Luisa e sorella di Francesco) dialogare in armonia all’insegna de Le triumphe de la paix, come si intitola l’incisione coeva di Jehan Thibault.

Paci transitorie come quella di Cherasco del 1631, a conclusione delle guerre di Successione di Mantova e Monferrato, diedero visibilità a piccoli centri urbani che si trovarono a ospitare nei palazzi di maggior rappresentanza le delegazioni convenute. Un grande letterato, il gesuita Emanuele Tesauro, declamò in quella circostanza un panegirico intitolato La pace.

Georg Frideric Handel compose un maestoso Te Deum per celebrare la Pace di Utrecht del 1713 (studiata nel volume da Frédéric Ieva), mentre la pace di Vienna del 1738, che pose fine alla Guerra di successione polacca, fu festeggiata con fuochi d’artificio e con la composizione di un Idylle pour la paix a firma di César Clarembault (il contributo relativo si deve ad Alessandra Dattero).

Proprio a Vienna, nel 1815, le feste che fecero da contorno alle trattative diplomatiche rimasero celebri sia per il nutrito numero degli invitati e delle invitate (le consorti di regnanti, ministri e diplomatici) sia per i balli, poi caratteristici di tutto l’Ottocento europeo: il genere del valzer viennese ricevette grande impulso durante quei mesi e si può affermare che le danze contribuirono alla pratica della diplomazia informale.

La pace e le paci, dunque, meritarono sempre più di essere festeggiate a fronte di sudditi esausti per le guerre e per le loro drammatiche conseguenze mediante “liturgie”, possiamo definirle così, utili anche ai fini propagandistici delle dinastie regnanti.

Che rilevanza assumeva la dimensione materiale delle carte?
Per chi si occupa di storia i documenti sono, ovviamente, fondamentali e i trattati di pace risultano fonti preziose anche sotto questo profilo, innanzitutto per la loro natura ufficiale e di rappresentanza: in numerosi archivi gli accordi sono messi in mostra nelle bacheche museali per il loro pregio estetico (spesso recavano sigilli pendenti o in cera lacca) e la loro importanza storica. È tuttavia utile studiare quelle carte anche per cogliere l’evoluzione grafica e, se vogliamo, tipografica dei trattati. Si osserva che i primi trattati rilevanti per la modernità (la pace di Lodi, quella cruciale di Cateau-Cambrésis del 1559 di cui si è occupato Pierpaolo Merlin) occupavano un numero ridotto di pagine mentre le paci dei secoli successivi iniziarono a essere strutturate in volumetti composti dal dettato principale e da un numero considerevole di capitoli o articoli.

Un dato che si sottolinea nel volume è pure la progressiva comparsa di carte geografiche a sostegno delle disposizioni in materia di confini: a partire dai Trattati di Utrecht e Rastadt del 1713 e ’14, le mappe divennero non solo un complemento indispensabile degli accordi, ma parte integrante della documentazione ufficiale.

Altrettanto importante è tener conto, consultano le fonti di prima mano o le grandi raccolte dei diplomi e trattati edite a partire dal tardo Seicento, del dato linguistico: redatte per lo più in latino le paci più antiche, nel corso del Cinquecento le lingue dei potentati contraenti si fecero strada, dando luogo a trattati bi o plurilingue.

Un ruolo essenziale svolsero, in quei consessi, i diplomatici, da quelli più celebri a coloro che negoziarono attivamente pur restando nell’ombra o non lasciando particolare memoria storiografica dietro di sé: come si articolavano le trattative diplomatiche?
È difficile rispondere in maniera stringata a questa domanda, dal momento che le trattative, pur articolandosi ovunque nel tempo in maniera simile, dipendevano dalle contingenze e anche dalle personalità dei ministri e dei diplomatici coinvolti. I vari capitoli del libro intendono porre in risalto il fattore umano, che è al centro delle attenzioni della cosiddetta New Diplomatic History. Gli emissari ricevevano spesso istruzioni preliminari da parte dei sovrani e dei ministri incaricati degli affari esteri e le prime interlocuzioni avvenivano per corrispondenza, mediante dispacci, lettere, relazioni più o meno formali. Spesso, specie nel Cinque e Seicento, a condurre le trattative furono grandi dignitari di corte e uomini d’arme, come Antoine Perrenot de Granvelle e Ferrante Gonzaga delegati da Carlo V per la Pace di Crépy con la Francia del 1544 (qui letta da Michele Rabà).

Molto contavano l’interazione con gli altri ambasciatori una volta raggiunta la sede delle negoziazioni, i tempi con cui notizie e informazioni erano scambiate, il cambio repentino degli scenari che poteva incidere sulle decisioni da prendere. Maria Teresa d’Austria potè giungere alla Pace di Aquisgrana del 1748 (affrontata da Marcello Verga) anche grazie al riallineamento fra Francia e Inghilterra dell’anno precedente. In altri casi, i trattati furono preceduti da accesi dibattiti, come accadde per quello di Parigi del 1763, che pose fine alla Guerra dei Sette anni, un conflitto globale e una pace con effetti mondiali, come spiega Eric Schnackenbourg: l’opinione pubblica inglese si interrogò per mesi se fosse meglio conservare il Canada o Guadalupe (prevalse la prima opzione). Quanto al celebre Trattato di Campoformio del 1797 imposto personalmente da Napoleone (il capitolo è di Stefano Levati), è noto che per la sua spregiudicatezza e la cessione della Repubblica di Venezia all’Austria causò sconcerto e dolore a molti, in primis a Ugo Foscolo.

Blythe Alice Raviola è professoressa associata di Storia moderna presso il Dipartimento di Studi storici “Federico Chabod” dell’Università degli Studi di Milano. Ha studiato i piccoli Stati europei, in particolare il Ducato di Savoia e il Monferrato sotto il dominio dei Gonzaga (Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed élites di un “micro-stato”, Firenze 2003; L’Europa dei piccoli Stati. Dalla prima età moderna al declino dell’Antico Regime, Roma 2008; L’Infanta. Caterina d’Austria, duchessa di Savoia (1567-1597), curato con F. Varallo, Roma, 2013; Il Piemonte sabaudo. Dal ducato transalpino all’unità, Bologna 2025) nelle loro relazioni con la Spagna fra Cinque e Seicento. Tra i temi prediletti nel corso di tali studi spiccano gli aspetti storico-territoriali e ambientali degli attori politici presi in esame, con particolare attenzione ai confini e all’uso delle vie d’acqua, e la questione del potere femminile esplicato nella reggenza effettiva o mancata di figure quali Catalina Micaela d’Asburgo e Margherita di Savoia-Gonzaga. Membro del Collegio dottorale dell’Università di Verona e del Comitato ordinatore del Master di secondo livello in Digital Humanities dell’Università di Milano, è stata vicepresidente della Fondazione 1563 per l’arte e la cultura della Compagnia di San Paolo di Torino per due intere consiliature, dal 2020 al 12 aprile 2026; alla storia della Compagnia ha altresì dedicato un volume (La Compagnia di San Paolo (1563-2020). Torino, Europa, Bologna 2022). Ha all’attivo numerose collaborazioni con diversi Atenei internazionali, fra i quali l’Universidad Autónoma de Madrid, l’Universidad Complutense de Madrid, le università di Cáceres, Saragozza e Murcia in Spagna; l’Università di Grenoble; l’Università Uken di Cracovia. Negli ultimi anni ha svolto ricerche sulla vita e l’opera di Giovanni Botero (1544-1617), contribuendo alla fondazione, nel 2021, del Centro Studi Botero, del quale è Presidente. Ha pubblicato l’edizione delle Relazioni universali (3 voll., Torino 2015-2017) e de I capitani (Torino 2017), nonché la biografia intellettuale Giovanni Botero. Un profilo fra storia e storiografia (Milano 2020), e ha appena licenziato, con Tiziana Provvidera, l’edizione critica del testo a stampa e del manoscritto ritrovato del De regia sapientia dello stesso Botero, un trattato del 1583 tradotto dal latino da S. Lorenzini (La sapienza dei re, Napoli 2026).