“Perché la guerra” di Marcello Flores e Giovanni Gozzini

Prof. Marcello Flores, Lei è autore con Giovanni Gozzini del libro Perché la guerra, edito da Laterza: è concepibile un mondo senza guerre?
Perché la guerra, Marcello Flores, Giovanni GozziniUn mondo senza guerra sarà probabilmente possibile solo quando un governo internazionale vero, appoggiato e legittimato da tutti i grandi stati e buona parte dei medi, potrà reggere le sorti del mondo: una prospettiva al momento del tutto utopica ed estremamente lontana nel tempo. Quello che invece può diventare possibile più rapidamente è una riduzione dei conflitti sulla base di un nuovo patto internazionale che si basi su un nuovo equilibrio tra le grandi e medie potenze, su un organismo – le Nazioni Unite – riformate, con nuovi e più numerosi protagonisti e la fine del diritto di veto per i soli cinque stati che fanno parte stabile del Consiglio di Sicurezza, con possibilmente un esercito o una forza di pronto intervento capace di sedare sul nascere conflitti che, quasi sempre, se fermati immediatamente possono evitare l’escalation e la durata che spesso osserviamo nei conflitti degli ultimi decenni.

Le guerre aumentano o diminuiscono?
È impossibile dare una risposta netta a questa domanda, perché vi sono in gioco troppi parametri che si sono modificati e trasformati nel tempo. Quando parliamo di guerre intendiamo i conflitti tra stati? O anche i conflitti civili interni agli stati? Solo quelli in cui sono coinvolti eserciti statali o anche quelli in cui sono presenti gruppi e organizzazioni non statali, come bande paramilitari di tipo terroristico, religioso, indipendentista, ecc.? L’aumento dei conflitti che si verifica dopo la fine della seconda guerra mondiale è legato a due circostanze che s’intrecciano e si alimentano: da una parte la crescita del numero di stati, per la forte spinta alla nascita di stati indipendenti nel processo di decolonizzazione o con la disintegrazione dell’Unione Sovietica; dall’altra la preponderanza di guerre civili, di conflitti intra-state come vengono chiamati, al posto di quelli inter-state che avevano caratterizzato i cento o centocinquanta anni precedenti. Dopo il 1945 i conflitti tra stati assommano soltanto al 7% di tutte le guerre in corso. Al tempo stesso, però, le guerre civili aumentano in cifra assoluta ma diminuiscono in proporzione alla moltiplicazione dei soggetti capaci di scatenarli (stati nazionali, minoranze interne agli stati di tipo etnico, religioso, ecc). la durata dei conflitti civili, che nel 1947 era circa di due anni, nel 1999 raggiunge i quindici anni. Stabilire se le guerre aumentano o diminuiscono dipende dai parametri prescelti come fondamentali, senza riuscire, in genere, a farci capire molto di più delle guerre. Diverso è il caso se ci poniamo domande più circoscritte: quanti conflitti tra stati, quante guerre civili, quanti di coloro che le hanno iniziate alla fine sono risultati vincitori, quante le vittime sia militari che civili, quanta la durata dei conflitti, quante le paci e quanto durano, e così via.

Quali sono i presupposti della pace?
La pace è il risultato della guerra e, come tale, non ha una propria autonomia, né come oggetto di studio né come obiettivo politico. È semplicemente il risultato della guerra. A volte le scelte compiute dai vincitori di guerre che hanno coinvolto più stati (ma il discorso può valere anche per conflitti tra due stati soltanto) hanno permesso periodi di pace più lunghi, anche se guerre più piccole sono avvenute comunque: pensiamo al periodo successivo alla pace di Vestfalia, nel 1648, o a quella dopo il congresso di Vienna, 1815, che pone fine ai lunghi anni delle guerre napoleoniche. In altri casi, invece, la pace è stabilita con forti connotati punitivi, ad esempio la pace di Versailles nel 1919, che non riescono a impedire una ripresa dei conflitti nell’arco di pochi anni. Come finiscono le guerre e come si attuano le paci è così fondamentale per capire la possibilità di un periodo successivo caratterizzato da meno guerre o dalla ripresa dei conflitti. Se guardiamo alla storia vediamo che le guerre diminuiscono dopo la pace di Vestfalia e dopo il Congresso di Vienna, cioè dopo accordi di pace che, pur stabiliti dai vincitori nelle loro linee essenziali, tengono presente la necessità di un equilibrio internazionale che prevenga lo scoppio di nuovi conflitti. A partire dalla seconda guerra mondiale c’è solo – o soprattutto – un periodo che vede chiaramente la diminuzione dei conflitti, quello compreso tra il 1991 e il 2006, dalla fine della guerra fredda, e che coinvolge anche le guerre civili, con un calo della proliferazione di gruppi armati non statali e della spinta degli attori in gioco a rifiutare processi effettivi di pacificazione. La più importante causa di questa nuova – nel ‘900 – diminuzione dei conflitti è la fine della Guerra Fredda e il clima internazionale segnato da un nuovo spirito di collaborazione e di fiducia negli organismi sovranazionali: le Nazioni Unite, infatti, riescono a promuovere un maggior numero di missioni di peacekeeping (perché diminuisce drasticamente l’uso del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza) che per oltre la metà dei casi si concludono con un cessate il fuoco o una vera e propria pace. Se contiamo l’insieme delle missioni Onu tra il 1946 e il 2019, che sono 88, vediamo che oltre 50, quasi i due terzi, vengono organizzate nell’epoca del calo delle guerre, tra il 1991 e il 2006; e di quelle più di 20 si chiudono con una pace stabile, una decina con il cessate il fuoco, e un’altra ventina con la vittoria di uno dei contendenti, lasciando soltanto una decina di conflitti a proseguire a bassa intensità senza raggiungere la pace. I presupposti della pace, quindi, sono al tempo stesso l’esistenza di una pace «giusta», capace cioè di evitare di far rinascere il conflitto nell’arco di qualche anno, e il permettere agli organismi internazionali, alle Nazioni Unite in primo luogo, di svolgere il proprio lavoro con una minore ingerenza delle potenze, soprattutto maggiori, nelle questioni relative sia ad altri paesi che all’equilibrio internazionale.

Le democrazie fanno meno guerre?
A questa domanda, se si deve dare una risposta sintetica e schematica non si può che rispondere: no. Ma anche in questo caso vanno fatte distinzioni, ricordando che domande di carattere generico e un po’ astratto come questa possono essere analizzate in modi diversi e con parametrio differenti, che possono dare, quindi, risposte non omogenee. Nel 1970 il 58% dei tre miliardi e mezzo di abitanti della terra viveva sotto regimi autocratici; nel 2018 ci vive solamente il 26% (su sette miliardi e mezzo) mentre il 58% vive in democrazia. Eppure in questo periodo, se si esclude quel quindicennio già visto tra fine XX e inizio XXI secolo, a questo allargamento delle democrazie non corrisponde una diminuzione dei conflitti armati. Tra le molte «nuove» democrazie che si affacciano dagli anni ’70, solo un terzo regge nel tempo, e un terzo conosce nuove rotture autoritarie mentre il restante rimane in bilico tra democrazia e autocrazia. Un dato certo è che, dal secondo dopoguerra soprattutto, non vi siano più stati conflitti tra le democrazie, un dato che si può far risalire fino a tutto il XIX secolo anche se i parametri per valutare allora una democrazia sono parecchio diversi da quelli che esigiamo oggi. In ogni modo, che non vi siano conflitti tra – poniamo – Belgio e Nuova Zelanda o Italia e Canada, è praticamente privo di significato, mentre che non vi sia stata più guerra tra Francia e Germania, dopo settant’anni caratterizzate da guerre sanguinose, ha evidentemente un significato molto rilevante. Quello che si può dire è che, in generale, tra le democrazie non scoppiano conflitti e non ci sono guerre, anche se questo non vuol dire che le democrazie non ricorrano alla guerra. Ne hanno fatte in abbondanza per tutta l’epoca della loro avventura coloniale, di conquista e sottomissione di interi continenti, e continuano a farne contro regimi non democratici, con le più diverse giustificazioni, alcune accettabili (e legittimate dalle Nazioni Unite, come quella del 1991 contro Saddam Hussein dopo che l’Iraq aveva invaso il Kuwait), altre sicuramente no (come la guerra, sempre contro l’Iraq, promossa dagli Usa nel 2003. Del resto la definizione stessa di regimi democratici cambia nel tempo e non sempre gli elementi necessari e sufficienti decenni fa lo sembrano ancora oggi. I più importanti istituti internazionali che monitorano il livello di democrazia (Polity5, Freedom House, V-DEM), oltre ad avere parametri non perfettamente identici, hanno scelto di posizionare i regimi degli stati in un arco ampio, in cui sono possibili sei o dieci livelli diversi, non soltanto l’affermazione sì/no per definire se un regime è democratico. L’idea che le democrazie non si facessero guerra tra loro era stata argomentata nel modo migliore da Kant, nel suo libretto del 1795 sul Progetto per una pace perpetua. Egli individuava tre pilastri su cui la pace poteva reggersi: se in ogni paese ci fosse stata una rappresentanza politica ugualitaria, il riconoscimento dei diritti degli individui, una forte interdipendenza transnazionale. Un obiettivo da conquistare attraverso una forma di stato repubblicana e democratica e una federazione di liberi stati dove fosse centrale il diritto all’ospitalità degli stranieri.

Marcello Flores ha insegnato Storia contemporanea nelle Università di Trieste e di Siena. Tra le sue pubblicazioni, Storia della Resistenza (con Mimmo Franzinelli, Laterza) e, con Giovanni Gozzini, 1968. Un anno spartiacque (il Mulino), Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano e Perché il fascismo è nato in Italia (entrambi per Laterza).