«Ma tu sei proprio convinto che io sia capace di fare ciò che mi chiedi?» domandò a Virgilio. «Hai scritto che Enea, ancora vivo, è andato nell’aldilà . Ebbene, è evidente che Dio gli aveva concesso tale privilegio perché lui, Enea, predestinato a fondare Roma, nel mondo dei morti avrebbe appreso cose necessarie per compiere la sua missione. Nei piani divini Roma avrebbe dato vita a un impero, e così i papi, che in quella città avrebbero avuto sede, avrebbero diffuso in tutto il mondo il messaggio cristiano. Anche san Paolo è salito, vivente, in Paradiso; e questo affinché il suo apostolato ne avesse giovamento e la fede cristiana si spandesse più sicura tra i popoli. Ma io non sono Enea, non sono Paolo! So bene di non essere degno di questo privilegio. Per me questo viaggio sarebbe una pazzia.»
Combattuto tra paura e desiderio, nel corso della notte Dante aveva consumato la bella sicurezza con la quale si era messo in cammino.
«La tua» gli rispose Virgilio «è viltà , e la viltà impedisce agli uomini di compiere grandi imprese. A questo punto è bene che io ti riveli perché ti sono venuto incontro.»
Raccontò che nel Limbo, dove egli era relegato tra le anime non sottoposte ai tormenti infernali ma prive della speranza di conoscere la beatitudine celeste, si era sentito chiamare per nome. Una donna bella, dagli occhi più splendenti delle stelle, con una voce angelica e modi semplici e soavi, gli aveva detto che un suo amico, un vero amico, aveva perso la strada e aveva bisogno di aiuto. Lo aveva pregato di soccorrerlo, pur temendo che ormai fosse troppo tardi. Aveva detto di chiamarsi Beatrice, di essere discesa dal Cielo spinta dall’amore. Lui si era dichiarato pronto a esaudire quel desiderio, ma le aveva chiesto come mai un’anima beata non avesse avuto timore di scendere dal Paradiso fino all’Inferno.
«Bisogna temere» gli aveva risposto lei «solo ciò che può nuocere, ma niente di questo vostro mondo infelice può toccare me beata.»
In Paradiso, aveva continuato Beatrice, la Vergine Maria provava compassione di quell’amico suo incapace di uscire dalla foresta, tanto che, infrangendo la severa sentenza emessa da Dio contro di lui, aveva chiamato Lucia e le aveva raccomandato di prendersi cura di quell’uomo, che era pure un suo devoto. Lucia era subito corsa al luogo dove lei, Beatrice, sedeva accanto a Rachele, la moglie di Giacobbe (Dante le vedrà sedute insieme nel canto 32 del Paradiso), e le aveva detto: «Beatrice, perché non aiuti colui che ti ha tanto amata e che si è innalzato sopra gli altri rimatori grazie alle poesie scritte per te? Non ti addolora vederlo vicino a morire?».
Santa Lucia è la martire di Siracusa venerata come protettrice della vista. Dante soffriva di disturbi agli occhi, e ciò potrebbe spiegare la devozione che nutriva nei suoi confronti. È probabile che anche Beatrice, in vita, fosse una sua devota. La casa del quartiere d’Oltrarno nella quale Bice Portinari era vissuta dopo aver sposato Simone dei Bardi, infatti, era quasi addossata a una chiesa dedicata alla santa, ed è perfino ipotizzabile che la donna fosse stata sepolta proprio lì. C’erano dunque tutte le ragioni biografiche perché nel poema santa Lucia svolgesse una funzione di tramite fra Dante e Beatrice.
Udite quelle parole, Beatrice si era subito alzata dal suo scranno e si era precipitata all’Inferno (la scena sarà rievocata nel canto 32 del Paradiso). Mentre parlava, disse Virgilio, piangeva, e anche il suo pianto lo aveva spinto ad affrettarsi a salvare Dante dalla lupa.
«Dunque, cosa ti succede? Perché ti fermi? Perché ti lasci prendere dalla viltà ? Sapere che tre donne come queste vegliano su di te in Paradiso dovrebbe darti coraggio.»
E Dante il coraggio lo ritrovò immediatamente.
«Sono deciso» gli disse. «Fammi da guida e da maestro.»
E così cominciarono a scendere per un cammino impervio.»
tratto da Il racconto della Commedia di Marco Santagata, edito da Mondadori




