Alessandro Magnodi Pietro Citati
Adelphi
«Alessandro Magno aveva l’abitudine di tenere il collo lievemente inclinato verso sinistra, come chi indugia riflettendo intorno a se stesso o a qualcosa. Lo sguardo, colmo di «una effusa e liquida dolcezza», era quasi sempre rivolto verso l’alto, a inseguire i presagi, i cenni e le rivelazioni, che si affacciavano tra le nuvole del cielo. La carnagione era bianca, delicata, con sfumature color rosso porpora sulle guance e sul petto: la pelle emanava un profumo, che impregnava le leggere tuniche di lino. […]
Quando leggiamo questa pagina di Plutarco, o contempliamo al British Museum la copia del famoso ritratto di Lisippo, abbiamo l’impressione di conoscere un giovane sognatore appena atteggiato: uno di quei ricchi e squisiti dilettanti di letteratura e di filosofia, che nei dialoghi di Platone escono dalle quinte per pochi minuti, dicono qualcosa e poi scompaiono per sempre, avvolti da una oscurità che nulla riuscirà a illuminare. Anche Alessandro sarebbe potuto diventare un semplice amatore di letteratura. Tutte le sere prima di addormentarsi leggeva qualche verso dell’Iliade, e poi la riponeva sotto il guanciale: venerava Pindaro, amava le tragedie di Euripide, conosceva la filosofia, la matematica, la medicina e la botanica della sua epoca. Se si fosse accontentato di leggere libri, ora Alessandro sarebbe soltanto uno di quei bellissimi giovani morti anzi tempo, ai quali Kavafis dedicò le sue lievi lapidi d’aria.
- Editore: Adelphi
- Autore: Pietro Citati , F. Sisti
- Collana: Gli Adelphi
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2004
Ma Alessandro non era nato per questi destini modesti, oscuri e invidiabili. Così l’efebo dalla testa inclinata diventò il più grande conquistatore che la storia abbia mai conosciuto: il modello di Pompeo e di Cesare, il sogno di Germanico, di Nerone, di Traiano, di Adriano, di Luigi XIV e di Napoleone. Nessuno toccò tanti cuori e risvegliò tante fantasie ed entusiasmi, come questo macedone che scomparve a trentadue anni, senza lasciare eredi alle spalle. […] Le leggende di ogni popolo e di ogni religione si impadronirono della sua figura. Nelle tradizioni giudaiche, egli diventò un precursore del Messia: in quelle musulmane, un eroe dell’Islam, che aveva conquistato l’India: in quelle egiziane, l’ultimo dei faraoni: nel Medioevo francese, un esploratore dei cieli e delle profondità marine: in quello tedesco, il re degli gnomi: in Abissinia, un santo cristiano; e a Babilonia, un viaggiatore che aveva oltrepassato il paese della Tenebra e raggiunto le rive del più lontano tra gli oceani.
Qualche volta l’immaginazione degli uomini sceglie una figura del passato; e vi raccoglie i suoi desideri, come accade nelle cristallizzazioni dei sogni. Ma i montanari dell’Hindukush e dell’Himalaya, i sacerdoti copti, gli abitanti della Kirghisia, gli innumerevoli lettori occidentali ed orientali del Romanzo d’Alessandro non lo amarono soltanto perché era stato un grande stratega, o il più illuminato uomo politico dell’antichità classica. La causa di questa venerazione universale fu un’altra. Mentre tutti cerchiamo di essere noi stessi – «persone» –, Alessandro non si preoccupò di essere se stesso – il figlio di Filippo e di Olimpiade, un uomo non alto, dai capelli biondi, che sapeva a memoria le tragedie di Euripide. Egli volle imitare qualcosa che era stato, e che molti credevano morto. Con tutta la forza della passione, pose davanti agli occhi della sua mente una moltitudine di figure divine ed eroiche, e cercò di risuscitarle e di reincarnarle nella propria vita. […]
I modelli di Alessandro furono un dio, un semidio, un eroe e un sovrano: Dioniso, Ercole, Achille, Ciro il Grande di Persia.»




