Oltre le nuvole. La storia vera di un assistente di volo per guardarsi dentro, porsi le giuste domande e cambiare prospettivadi Simone Giusti
C’è un istante, in apertura di Oltre le nuvole, che racchiude in sé l’intero movimento del libro: un ragazzo seduto davanti allo schermo di casa, il cursore fermo sul pulsante che invierebbe una candidatura, e nella mente quella domanda muta e ostinata — sarò davvero all’altezza? — che tutti abbiamo formulato almeno una volta davanti a una soglia. Da quel clic, compiuto senza alcuna certezza e quasi per curiosità, prende avvio la vicenda che Simone Giusti affida a queste pagine: la storia vera di un giovane cresciuto in un piccolo paese della provincia romana che, rispondendo a un annuncio segnalatogli dal padre durante un pranzo qualunque, diventa assistente di volo e finisce per costruire la propria esistenza tra Bergamo, Göteborg, Malmö e Copenaghen.
Il volume si distende in tre parti, che riproducono con felice economia le fasi di un volo e, simultaneamente, le tappe di una maturazione interiore. La prima, «Il decollo», ripercorre il tempo dell’attesa e della prova: il colloquio online sostenuto in una lingua che l’Autore non padroneggiava ancora, la giornata delle selezioni a Roma, con le sue dinamiche di gruppo osservate in silenzio da esaminatori muniti di cartellina, la scelta — decisiva sul piano etico prima che pratico — di presentarsi per ciò che si è anziché recitare la parte del candidato perfetto. Seguono il trasferimento a Bergamo, che l’Autore preferisce chiamare «la mia prima città», e le settimane trascorse a studiare da solo, sul tavolo di cucina di un appartamento svuotatosi per l’abbandono progressivo dei coinquilini, un manuale di oltre cinquecento pagine interamente in inglese; poi gli esami, la consegna delle ali durante la cerimonia finale, l’assegnazione della base e il congedo dai genitori.
La seconda parte, «Tra le nuvole», è il cuore documentario e umano del libro. Qui il racconto si fa quotidiano e insieme corale: il primo volo in autonomia dalla forward galley, le sveglie alle tre del mattino, i quarantacinque minuti di briefing che precedono ogni imbarco, la stanchezza mentale che nessun passeggero immagina. Vi trovano posto le emergenze — un dolore al petto su un volo diretto a Doha, gestito con la lucidità che solo l’addestramento consente; una giovane madre che, tremante, cerca rifugio nella galley posteriore durante una turbolenza, preoccupata soltanto di non spaventare la figlia — e vi trovano posto anche le difficoltà materiali, come lo stipendio insufficiente a sostenere il costo della vita in Svezia, cui l’Autore risponde non con la rinuncia ma con un secondo impiego in un ristorante italiano del centro di Göteborg. Accanto a questo, i viaggi che hanno modificato il suo sguardo — la disciplina giapponese, il silenzio di un monastero buddhista fra le montagne a poca distanza da Seul, la sobria ricchezza delle Figi —, l’incontro con Sille e la lenta, necessaria ridefinizione dell’idea stessa di casa.
La terza parte, «Oltre le nuvole», abbandona quasi del tutto la cronaca per assumere un andamento meditativo. Vi si riflette sul fallimento di un progetto di e-commerce, riletto non come sconfitta ma come deposito di esperienza; sul tempo come unico bene realmente non recuperabile; sulla solitudine delle camere d’albergo, che occupano circa metà dei giorni di un mese di lavoro e che, se non attraversata consapevolmente, rischia di prendere il sopravvento; sul prezzo che ogni scelta esige, fatto di compleanni mancati, di Natali trascorsi in città straniere e di inviti declinati per necessità di recupero. L’epilogo restituisce infine al lettore l’immagine iniziale, ma capovolgendone la direzione: il cursore torna a lampeggiare sullo schermo, e la domanda non riguarda più l’Autore.
Recensione
Oltre le nuvole adotta una strategia tanto semplice quanto efficace: non argomenta, racconta. E poiché racconta una vicenda concreta, circostanziata, misurabile — con le sue date implicite, i suoi luoghi riconoscibili, i suoi fallimenti dichiarati —, la lezione che ne discende non è imposta al lettore ma se ne stacca naturalmente, come un residuo del narrato. È questa, a nostro avviso, la ragione principale della riuscita del libro.
L’architettura tripartita costituisce di per sé un piccolo pregio compositivo. La metafora aeronautica — decollo, crociera, ciò che sta oltre la coltre — non è ornamento sovrapposto alla materia, bensì impalcatura portante: essa scandisce il ritmo della narrazione, ne governa le accelerazioni e le pause, e conferisce a un’esperienza professionale specifica una portata esistenziale che qualunque lettore può riconoscere come propria. Nella medesima direzione opera il dispositivo circolare che apre e chiude il volume. Il cursore immobile sul pulsante, colto nella prima pagina come immagine di un’esitazione privata, ritorna nell’ultimo capitolo e poi nell’epilogo trasferito al lettore, in un ribaltamento della persona grammaticale che trasforma il memoir in interpellazione diretta. È un gesto retorico antico e collaudato, e tuttavia qui perfettamente calibrato, perché giunge al termine di un percorso che ne ha guadagnato il diritto.
Merita attenzione anche la scelta stilistica. Giusti scrive per paragrafi brevissimi, spesso di una sola frase, separati da ampi spazi bianchi, con un ricorso frequente all’anafora e alla struttura ternaria. Ne risulta una prosa che tende al ritmo del versetto più che al periodare narrativo, e che qualche lettore potrebbe giudicare franta: eppure, a un esame più attento, tale soluzione appare tutt’altro che casuale. Quel bianco tipografico è il correlativo visivo della quota, dell’aria, del silenzio che il titolo evoca; e la brevità impone al lettore una cadenza lenta, meditativa, che asseconda la natura riflessiva del testo. Il leitmotiv del volume — «Non bisogna essere pronti per iniziare. Lo si diventa lungo il percorso» — compare in esergo, riaffiora al termine di un capitolo centrale e torna nei ringraziamenti, costruendo una struttura ad anello che tiene insieme le tre parti come un basso continuo.
Sul piano dei contenuti, il libro possiede un valore che eccede l’intento motivazionale e che vorremmo definire propriamente testimoniale. La professione dell’assistente di volo è, nell’immaginario collettivo, tra le più mitizzate e insieme tra le meno conosciute: la si associa alle destinazioni esotiche, alle uniformi, a una mobilità percepita come vacanza permanente. Giusti smonta questa rappresentazione senza polemica e senza vittimismo, semplicemente descrivendo: i controlli di sicurezza affrontati anche dall’equipaggio, il briefing in cui il capo cabina assegna le posizioni fra colleghi che spesso non si conoscono, l’ora di lavoro già consumata quando l’imbarco comincia, la concentrazione che non può mai venir meno, la spossatezza che dopo quattro o cinque tratte nella medesima giornata si fa sentire in tutto il corpo. Vi è, in queste pagine, una precisione lessicale — galley, jumpseat, minimum rest, Initial, Conversion — che non ostenta tecnicismo ma restituisce l’esattezza di un mestiere, e che costituisce uno dei documenti più onesti che la nostra recente pubblicistica abbia dedicato a un lavoro tanto diffuso quanto raramente narrato dall’interno.
Il capitolo dedicato alle emergenze ad alta quota rappresenta, sotto il profilo narrativo, il vertice del volume. L’Autore vi dà prova di un controllo del ritmo notevole per un esordiente: la dilatazione soggettiva del tempo, l’avvio del protocollo, l’annuncio rivolto ai passeggeri per cercare medici a bordo, lo spostamento della passeggera dalla Economy alla Business — motivato, si precisa con scrupolo, non da ragioni di comfort ma dalla necessità di spazio operativo —, e infine il sollievo di vederla scendere dall’aereo sulle proprie gambe. Nessuna concessione al patetico, nessuna ricerca dell’effetto: la tensione nasce dalla sobrietà del referto. Analogamente memorabile, per ragioni opposte, è l’episodio della madre che chiede soltanto di potersi nascondere per qualche minuto nella parte posteriore dell’aereo. Da esso l’Autore ricava una delle osservazioni più fini del libro, e cioè che le persone raramente domandano che si elimini la loro paura, mentre quasi sempre chiedono che qualcuno le aiuti ad attraversarla. È un’etica della cura formulata senza apparato concettuale, e non per questo meno persuasiva.
Chi cercasse in queste pagine il tono trionfale dell’autobiografia di successo resterebbe smentito. Fra i capitoli più riusciti figurano proprio quelli in cui l’Autore contabilizza le perdite: «Solitudine ad alta quota», dove si constata con impressionante freddezza aritmetica che circa metà della propria vita si consuma in una stanza d’albergo, e che imparare a stare bene con se stessi non è un esercizio spirituale facoltativo ma una condizione di sopravvivenza professionale; e «Il prezzo delle scelte», in cui il declinare l’invito a una cena viene ricondotto non a disaffezione, bensì alla necessità di proteggere le poche ore che separano un rientro dal decollo successivo. Vi è, in questa disponibilità a nominare il costo, una maturità che distingue nettamente il libro dalla produzione motivazionale corrente, la quale tende per statuto a occultare il rovescio del proprio racconto. Alla medesima onestà va ascritta l’ammissione dell’insuccesso imprenditoriale, riletto senza infingimenti come tale prima che come occasione di apprendimento.
Un accenno merita infine il capitolo «Casa», forse il più lirico dell’intero volume, in cui l’Autore ripercorre la propria geografia affettiva — il paese della provincia romana, New York, Dublino, Bergamo, Göteborg, Malmö, Copenaghen — per approdare a uno spostamento semantico di sicura efficacia: casa cessa di essere un luogo e diventa una scelta reiterata quotidianamente, una condizione interiore trasportabile. Chi conosca la lunga tradizione della letteratura italiana della partenza vi riconoscerà una variazione contemporanea, giocata non più sul registro dello sradicamento doloroso ma su quello della mobilità elettiva. E se il lettore volesse collocare il libro entro una genealogia più ampia, il riferimento naturale sarebbe alla grande stagione della letteratura aeronautica di Terra degli uomini e Volo di notte: con la differenza, non piccola, che Saint-Exupéry scriveva dalla cabina di pilotaggio e con l’ambizione dell’epica, mentre Giusti scrive dalla cabina passeggeri e con l’attenzione, tutta domestica e tutta contemporanea, di chi accoglie, rassicura, serve. L’eroismo solitario del pilota cede il campo all’etica corale dell’equipaggio: uno spostamento di prospettiva che ha, a suo modo, un preciso significato culturale.
Non mancano, come è naturale in un’opera prima, alcuni punti di minor tenuta. La densità aforistica, che nei capitoli narrativi funziona come naturale coronamento dell’episodio, in quelli più marcatamente gnomici — si pensi a «Le coincidenze non esistono» o a «Trova la soluzione» — tende talvolta ad appiattirsi sulle formule condivise del discorso motivazionale, sottraendo al testo quella singolarità che altrove costituisce la sua forza principale. Il libro, in altri termini, dà il meglio di sé quando racconta e lascia che la lezione affiori, mentre risulta meno incisivo quando la lezione precede il racconto. Si tratta però di una oscillazione contenuta, ampiamente compensata dall’onestà dell’insieme, e che non intacca il giudizio complessivo.
Nel suo formato agile — poco più di cento pagine che si percorrono in un paio d’ore — Oltre le nuvole si rivolge con evidenza a più tipologie di lettori: ai giovani collocati davanti a una scelta di cui non si sentono all’altezza, a quanti attraversano una transizione professionale, a chi nutre timore del volo e potrà trarre dalle pagine dedicate alle turbolenze una rassicurazione fondata su competenza e non su generico incoraggiamento, e naturalmente a chiunque coltivi l’aspirazione a intraprendere questo mestiere. Ma il suo destinatario più autentico è forse un altro, ed è chiunque conservi il ricordo di un’occasione lasciata cadere per non essersi sentito pronto. A costoro il libro non promette scorciatoie né garantisce esiti. Offre qualcosa di più misurato e, proprio per questo, di più credibile: la testimonianza documentata che il coraggio non precede l’azione, ma si forma cammin facendo, e che la fiducia in sé non è requisito d’accesso bensì conseguenza. È una tesi antica quanto la letteratura di formazione; qui, però, non viene enunciata. Viene mostrata.
L’Autore
Simone Giusti è un assistente di volo con anni di esperienza sulle rotte europee e internazionali, oltre a essere un Coach professionista certificato in Programmazione Neuro-Linguistica (PNL). Da sempre affascinato dalle dinamiche umane e dal potenziale della mente, ha vissuto e lavorato in diverse città europee, trasformando i lunghi voli e gli scali nel mondo in un’occasione di crescita personale e introspezione. Con il suo libro d’esordio, Oltre le nuvole, unisce il racconto autobiografico alla sua esperienza nel coaching, offrendo ai lettori spunti di riflessione per superare i propri blocchi, porsi le giuste domande e ritrovare la propria rotta interiore.




