Diventare naturopata. E se vivere della tua passione fosse più semplice di quanto ti hanno fatto credere?di Silvia Giovetti
Autoritas Editore
Diventare naturopata è, in realtà, tre libri in uno: il racconto autobiografico di una vocazione, una guida all’orientamento professionale e un quaderno di lavoro con esercizi da compilare. Silvia Giovetti li tiene insieme in poco meno di duecento pagine, distribuite su dieci capitoli e precedute dalla prefazione della giornalista Angelica Amodei, che firma l’inserto salute Sani e Belli e racconta di essere passata dall’intervistare l’Autrice all’iscriversi alla sua scuola. Il destinatario è dichiarato fin dal sottotitolo: quel «tu» femminile che percorre l’intero testo e che è, a ben vedere, l’invenzione formale più riuscita del volume.
L’introduzione mette in scena, con una precisione quasi cinematografica, la situazione da cui il libro prende le mosse: sono le dieci e mezza di sera, la casa è finalmente silenziosa, e una donna che aveva pensato di distrarsi con il telefono si ritrova invece a scorrere contenuti sul benessere naturale, finché non affiora il pensiero che dà origine a tutto — «e se questa cosa non fosse solo una curiosità?» — immediatamente seguito, come sempre accade, dalla sua smentita difensiva. Prima ancora di sviluppare qualsiasi promessa, però, l’Autrice compie un gesto che merita di essere segnalato subito, perché ne informa l’intera architettura: chiarisce che cosa la naturopatia sia e, con maggiore insistenza, che cosa non sia, ricordando che il naturopata non formula diagnosi, non prescrive farmaci e non si sostituisce in alcun modo al medico. Questa premessa, che la Giovetti definisce non teorica ma «una bussola», è la spina dorsale etica del libro.
I primi tre capitoli compongono un movimento unitario che va dal riconoscimento alla trasformazione. Il primo ricostruisce l’incontro dell’Autrice con la disciplina — non un colpo di fulmine, ma un lento affiorare in una stagione di disconnessione da sé, quando la vita «sembrava scorrere su binari tracciati da qualcun altro» —; il secondo, intitolato Da sentirsi scelti a scegliere, mette a fuoco la figura della donna che regge tutto, quella a cui tutti chiedono consiglio e che nel silenzio della sera avverte una stanchezza che non riguarda il corpo, e le offre un nome preso dalla floriterapia di Bach: Agrimony, il fiore di chi sorride mentre dentro tace una tempesta. Il terzo capitolo espone il cuore metodologico dell’opera, il Metodo S.T.A.R.Bene, acronimo in cui la S sta per Salute intesa come radice e ascolto anticipatorio dei segnali, la T per una Terapia da intendersi come cura personalizzata e non protocollo uniforme, la A per Alimentazione come gesto quotidiano di attenzione al corpo, la R per Ricerca come motore invisibile che impedisce al cammino di irrigidirsi; a suggellare l’insieme, il fiore Star of Bethlehem, «faro nella nebbia» e simbolo del ritorno all’equilibrio dopo un urto.
I capitoli centrali spostano il baricentro dalla persona alla formazione. Il quarto affronta con notevole disincanto il mercato dei corsi online, smontando con ironia affilata le promesse dei percorsi che assicurano la competenza in un paio di fine settimana — «se davvero bastassero due fine settimana, ormai saremmo tutti illuminati e con l’orto sinergico avviato» — e distinguendo con onestà tra la pillola di sapere, gradevole come un cucchiaino di miele in una credenza vuota, e la formazione strutturata. Il quinto racconta la nascita dell’Accademia del Naturale, concepita durante un viaggio in Thailandia intrapreso per studiare il massaggio thai, e adotta la metafora della scuola come giardino in cui ogni fiore trova il proprio spazio, con un richiamo suggestivo al micelio che sotto terra collega le radici degli alberi e permette loro di sostenersi a vicenda. Il sesto capitolo, forse il più caldo, affida a una piccola galleria di storie vere — la donna «qualunque» che c’è sempre per tutti tranne che per sé, Laura che passa dall’ombra alla luce — il compito di rispondere all’obiezione più tenace, quella secondo cui gli altri ce la fanno e io no.
Il settimo capitolo, dedicato al rapporto tra naturopatia e medicina allopatica, è a nostro avviso il vertice argomentativo del libro: l’Autrice rifiuta esplicitamente la logica della tifoseria («come se prendersi cura di una persona fosse una partita di calcio»), racconta il caso di una persona con una condizione infiammatoria cronica accompagnata parallelamente dal medico e dalla naturopata, e riporta la frase che quella persona le disse — di sentire, per la prima volta, che tutti lavoravano dalla stessa parte. L’ottavo capitolo passa dai «se» e dai «ma» agli aspetti concreti della professione e non teme di entrare nel merito normativo, richiamando la Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi e la Norma UNI 11491:2013 che definisce ambiti, competenze e limiti operativi della figura. Il nono capitolo dissolve l’alibi del momento perfetto, ricordando che la sicurezza non precede l’esperienza ma la segue, mentre il decimo consegna al lettore una «cassetta degli attrezzi» che, significativamente, non contiene flaconi: ascolto, osservazione, metodo, semplicità, relazione, chiarezza dei confini, curiosità e coerenza personale, sigillati da un «giuramento del naturopata consapevole» in cui spicca la promessa di non promettere miracoli. Chiude il volume una nota professionale che ribadisce, per la terza volta e con lodevole insistenza, il perimetro non sanitario della professione.
La qualità che colpisce di più, a lettura conclusa, è il controllo del registro. Silvia Giovetti scrive come parlerebbe a un’amica davanti a un tè, e questa scelta, che in mani meno sicure avrebbe prodotto la cantilena consolatoria di tanta manualistica motivazionale, qui funziona perché è costantemente corretta da due contrappesi: l’autoironia, che sgonfia il rischio dell’enfasi ogni volta che la pagina si avvicina al sublime da grafica social, e l’onestà, che porta l’Autrice a smentire in anticipo le formule più comode del genere, a partire da quel «puoi tutto» che, come lei stessa osserva, funziona bene sulle immagini motivazionali e lascia pochissimo nella vita reale. Ne deriva una prosa mobile, capace di alternare il periodo breve e franto — usato come battito, per scandire i passaggi emotivi — a distese più ampie e ragionate quando il discorso si fa tecnico o normativo.
Notevole è poi la coerenza del sistema metaforico, tutto costruito sul lessico vegetale: il bambù che per anni sembra immobile mentre sotto terra lavorano le radici, il seme, l’aloe che accumula prima di offrire il proprio gel, l’ulivo che resiste al vento perché sa piegarsi senza spezzarsi, il dente di leone che affida i semi al vento senza attendere condizioni ideali, la peonia che sboccia soltanto dopo una lunga maturazione sotterranea. Ogni capitolo si chiude affidando al successivo una pianta o un fiore, cosicché l’immagine non è mai ornamento estemporaneo ma cerniera narrativa, e il lettore avanza seguendo una germinazione. A ciò si aggiunge la dimensione laboratoriale del volume, con spazi bianchi, domande e brevi esercizi — tra cui l’invito a costruire un proprio acronimo S.T.A.R. personale — che trasformano la lettura in una pratica e restituiscono al libro il carattere di quaderno da compilare, riprendere, rileggere a distanza.
Sarebbe ingeneroso, e soprattutto inesatto, leggere queste pagine come un saggio neutrale sulla naturopatia: Diventare naturopata è anche, dichiaratamente, il manifesto di una scuola e della sua fondatrice, che nelle pagine conclusive indica i propri canali, i propri corsi e la possibilità di prenotare una chiamata conoscitiva. Ma proprio la trasparenza di questa intenzione, mai dissimulata dietro una finta imparzialità, va ascritta al merito dell’Autrice, tanto più che il libro non si limita a promuovere un percorso: costruisce attorno a esso un discorso di responsabilità professionale, rivendica l’esigenza di una rappresentanza credibile per una disciplina «per troppo tempo raccontata da chi non la conosceva davvero», e ricorda con insistenza quasi pedagogica i confini oltre i quali il naturopata non deve spingersi. Chi cerchi una discussione critica dell’efficacia clinica delle singole tecniche dovrà rivolgersi altrove, perché non è questa la domanda a cui il volume intende rispondere; chi invece si interroghi sulla possibilità di trasformare una passione in una competenza seria vi troverà una guida ordinata, calorosa e sorprendentemente concreta.
Il pregio ultimo del libro, in fondo, sta nel destinatario che riesce a immaginare e a rispettare: non l’aspirante professionista libero da vincoli, ma la persona con la vita piena — lavoro, figli, genitori, turni, stanchezza — che mette abitualmente sé stessa per ultima e che, per questo, ha bisogno non di essere esaltata ma di essere accompagnata. A questa lettrice, e a questo lettore, Silvia Giovetti non promette scorciatoie né trasformazioni miracolose: offre una rotta, l’esperienza di chi quella traversata l’ha già compiuta incontrando mare calmo e mare agitato, e la convinzione, ripetuta con dolcezza in ogni capitolo, che il primo atto di cura verso gli altri consista nell’imparare a farne uno verso di sé. È una promessa modesta e, proprio per questo, credibile: la ragione per cui Diventare naturopata si legge con piacere e si richiude con la sensazione, non frequente in questo genere di libri, di essere stati trattati da adulti.
L’Autrice
Silvia Giovetti è naturopata, erborista e formatrice, fondatrice e docente dell’Accademia del Naturale, scuola dedicata alla formazione in naturopatia e discipline bio-naturali. Dopo una laurea in Tecniche Erboristiche e anni di pratica e successo nel campo del benessere naturale, oggi accompagna naturopati e aspiranti tali nel loro percorso professionale. È autrice di Diventare naturopata. E se vivere della tua passione fosse più semplice di quanto ti hanno fatto credere?, un libro nato dall’esperienza personale e professionale maturata nel mondo della naturopatia e da una domanda: come può una passione trasformarsi in una nuova possibilità professionale?




