«Il mio corpo è diventato la tela su cui dipingere il dolore che non potevo dire.Il vuoto che cresceva era l’unico spazio in cui potevo finalmente respirare»
Il peso delle parole, la leggerezza del corpo di Daniela Vallelunga racconta il rapporto complesso e doloroso con il proprio corpo. L’autrice ripercorre gli anni segnati dall’anoressia nervosa e il lungo confronto con sé stessa, cercando di dare voce ai pensieri e alle sensazioni rimaste a lungo nel silenzio. In queste pagine, troviamo le cadute e le fragilità che hanno segnato il suo rapporto con la malattia. «A chi si sente fuori posto. A chi ha fame e non sa di cosa. A chi ha costruito una vita, nonostante le crepe» è la dedica di questo libro che si rivolge a chi ha vissuto esperienza simili (e non solo) mantenendo però il carattere profondamente individuale della storia vissuta.
A partire dall’esordio della malattia, Vallelunga racconta il rapporto con il cibo e con la propria immagine, il desiderio di scomparire e la lunga difficoltà di riconoscersi. L’anoressia non riguarda soltanto il cibo, ma diventa progressivamente un tentativo di trovare pace nell’autodistruzione. Agire sul proprio corpo le dà, almeno all’inizio, la sensazione di averne il controllo. Quel bisogno diventa però sempre più rigido, fino a trasformarsi in una prigione. Nel tentativo di comprendere da dove provenga questa sofferenza, l’autrice torna alla sua infanzia. Ricorda la bambina malinconica e timida che è stata, il rapporto con una madre severa e alcune dinamiche familiari che hanno influito sul modo in cui ha imparato a guardare sé stessa. In questo senso, sua sorella maggiore ha avuto un ruolo significativo, una presenza essenziale e allo stesso tempo ambivalente. Con lei Vallelunga si è sentita speciale, unica, protetta. Ma quella protezione comportava anche altro: «Lei mi proteggeva, sì. Ma anche mi controllava. Mi dirigeva. Mi costruiva intorno un personaggio che non ero io, ma che dovevo interpretare», quello della bambina brillante e performante, finendo nel tempo per allontanarla da chi è realmente o da chi desidera essere. Il bisogno di rispondere a determinate aspettative, di essere all’altezza dell’immagine costruita intorno a sé, contribuisce a rendere ancora più difficile il rapporto con la propria identità. Il libro torna più volte su questa distanza tra quello che gli altri sembrano vedere e quello che, invece, l’autrice sente dentro di sé.
Nel racconto della malattia e del lungo percorso terapeutico, la filosofia occupa uno spazio importante. Laureata in filosofia e oggi insegnante in un liceo, Vallelunga racconta come il pensiero filosofico sia diventato per lei uno strumento per mettere in discussione l’inevitabilità delle cose, per «scardinare i miti» e «nominare l’ingiustizia». Tra le figure che hanno avuto maggiore influenza sul suo modo di pensare e di guardare il mondo c’è Simone Weil che, come scrive Vallelunga, «più di tutte ha parlato con la mia fame. Con la mia solitudine. Con il mio bisogno di giustizia e di invisibilità insieme». La «fame» è una delle parole che, nel corso della narrazione, assume significati diversi: non solo la privazione del cibo ma anche il bisogno di essere riconosciuta e, allo stesso tempo, di sottrarsi allo sguardo giudicante e normativo degli altri.
Anche la lettura diventa uno strumento attraverso cui riconoscere parti di sé rimaste a lungo inascoltate. Leggere Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés permette all’autrice di ritrovare una dimensione che sentiva soffocata: «ritrovavo la mia anima selvatica, la bambina ribelle, la donna che non voleva piegarsi». Il rapporto con la femminilità occupa infatti un posto rilevante nel libro. Per molto tempo Vallelunga ha desiderato di non essere più una donna, non perché non si riconoscesse in quanto tale, ma per quello che essere una donna comporta in una cultura patriarcale. Quel desiderio nasceva dal rifiuto di un ruolo fondato sull’obbedienza e sulla subordinazione, da cui sentiva il bisogno di sottrarsi. In questo senso, il rapporto con il corpo acquista un significato più ampio. Il corpo femminile è continuamente esposto allo sguardo e al giudizio degli altri, sottoposto ad aspettative che contribuiscono a determinarne la percezione. Cercare di cancellarlo può allora apparire come un modo per sottrarsi a quelle richieste, pur conducendo a una sofferenza sempre più profonda. Nel libro emerge tutta la contraddizione di questo rapporto: il desiderio di possedere completamente il proprio corpo e quello di liberarsene, il bisogno di proteggerlo e la volontà di distruggerlo.
In questo quadro, la terapia è un percorso continuo di elaborazione e lavoro su di sé che porta l’autrice a confrontarsi con quello che per anni ha cercato di tenere lontano. Centrale è soprattutto il rapporto con la psicoterapeuta che l’ha accompagnata nel corso degli anni. Vallelunga si sofferma molto nel libro sul valore di questa relazione e sottolinea l’importanza di avere uno spazio in cui poter finalmente parlare. Per Vallelunga, tuttavia, anche la scrittura ha avuto un ruolo incisivo nel suo percorso. Mettere le parole sulla pagina significa lasciare una traccia di quello che altrimenti rischierebbe di scomparire. Scrivere è un «atto di riconciliazione», ma anche un gesto di resistenza, un modo per «non sparire del tutto».
La riflessione filosofica interroga il corpo anche attraverso il confronto con Sartre. «Anche Sartre, pur nel suo rigore, sapeva che il corpo non è solo un oggetto tra gli altri. È attraverso di esso che entriamo in rapporto col mondo e con gli altri, che agiamo e siamo agiti. […] È ciò che ci espone, che ci rende vulnerabili, e proprio per questo autentici». Dopo aver raccontato il corpo come oggetto di controllo, come luogo della vergogna e come qualcosa da cui desiderava allontanarsi, Vallelunga arriva a guardarlo anche come ciò attraverso cui è possibile esistere nel mondo e stabilire una relazione con gli altri. La sofferenza non viene cancellata e il rapporto con il corpo non diventa improvvisamente semplice. Rimane la consapevolezza della vulnerabilità, insieme alla possibilità di riconoscere che proprio quella vulnerabilità fa parte dell’esperienza umana. Dopo aver cercato a lungo di sottrarsi a quella condizione, Vallelunga arriva gradualmente a riconoscerla e ad accoglierla.
Nelle parole con cui l’autrice definisce il senso di questo libro emerge forse con maggiore chiarezza il bisogno che ne ha reso necessaria la scrittura: «Questo libro è la mia voce quando tacevo. È il mio corpo quando non lo abitavo. È il mio modo di dire: sono ancora qui. E valgo. Anche spezzata. Anche adesso».
Il peso delle parole, la leggerezza del corpo racconta il tentativo di arrivare a questa affermazione. In questo passaggio dal corpo alle parole risiede il percorso più profondo del libro: darsi la possibilità di restare.
Giorgia Carta
L’Autrice
Daniela Vallelunga è docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Scientifico “Jacopo del Duca – Diego Bianca Amato” di Cefalù (PA) e tutor per i neoassunti. Laureata in Filosofia, coltiva un’intensa ricerca nella filosofia continentale (Merleau-Ponty, Lévinas, Ricoeur, Byung-Chul Han). È autrice del libro Il peso delle parole, la leggerezza del corpo e sta attualmente lavorando a un nuovo saggio filosofico-autobiografico sulla cura, La cura e la voce.




