“Iveonte. La Massima Creazione Letteraria – Volume ottavo” di Luigi Orabona

Iveonte, la Massima Creazione Letteraria: il cerchio si chiude

Iveonte. La Massima Creazione Letteraria – Volume ottavo, Luigi OrabonaAl Volume Ottavo spetta il compito più arduo che possa toccare a un libro, quello di chiudere: e bisogna riconoscere a Luigi Orabona di averlo affrontato con una lucidità architettonica che, a chi abbia percorso l’intera saga dal principio, apparirà quasi commovente. Perché ciò che qui accade non è soltanto la conclusione di un intreccio, ma la ricongiunzione esatta di tutte le linee aperte fin dalla prima pagina del Volume Primo, e in particolare della più antica di esse: il dio Buziur, cacciato da Luxan nei capitoli iniziali della Teomachia e da quel momento animato da un rancore che ha innescato ogni conflitto successivo, ritorna qui a chiudere il cerchio, trasformandosi nella Kosmivora, la divoratrice di universi. La saga si rivela così, retrospettivamente, un unico arco teso fra l’esilio di un dio superbo e il suo annientamento, e tutto ciò che vi sta in mezzo, i popoli, le sette, i mostri, gli amori, non è che l’onda lunga di quella prima caduta.

La prima metà del volume riporta la vicenda in Edelcadia e vi porta a compimento la guerra annunciata. Qui si segnala l’invenzione degli Umanuk, gli otto uomini presenti in ogni città edelcadica che collaborano con le divinità negative e che, in casi eccezionali, possono trasformarsi in esseri mostruosi invincibili: intuizione di sapore vagamente politico, e assai più inquietante di qualsiasi drago, perché afferma che il male, per prevalere fra gli uomini, ha sempre bisogno di complici umani. L’assedio della Città Santa di Actina, la prigionia di Lerinda a Dorinda, l’arrivo dell’esercito beriesko organizzato secondo lo schema del vecchio stratega Nurdok, l’annientamento definitivo del mago Ghirdo e il ritorno acclamato del re Cloronte compongono una sezione di autentico romanzo bellico, condotta con quel gusto per la strategia e per la disposizione delle schiere che l’autore aveva già lasciato intravedere nei volumi precedenti.

Poi, di colpo, il registro si innalza e la vicenda abbandona la terra. Il dio Iveon affida al giovane eroe la sua missione ultima, e Iveonte varca la soglia di Potenzior per incontrarvi Tupok, il Signore del Potere Cosmico, e conquistarne le cinque parti custodite da altrettanti Guardiani. Ne nasce quella che è, a mio avviso, la trovata compositiva più affascinante del volume: cinque biografie eroiche incastonate una dopo l’altra, quella di Arkust sul pianeta Oluoz, di Furiek su Pearun, di Serpul su Koser, di Pessun su Istop e di Rutos su Tertun, ciascuna con il proprio popolo, la propria guerra e il proprio mostro, sicché il lettore attraversa in poche centinaia di pagine un vero e proprio catalogo epico, una pentade di piccole Iliadi planetarie che riproduce in scala ridotta la struttura dell’intera opera. Che le prove siano cinque, e che l’eroe debba superarle una alla volta prima di essere degno del potere intero, riporta la narrazione al suo antichissimo modello iniziatico.

Il momento più audace del volume, e forse dell’intera saga, arriva però quando la Kosmivora raggiunge Lactica e disintegra il pianeta Geo. Distruggere la Terra, cioè il luogo stesso in cui si è svolta per otto volumi la vicenda umana di Iveonte, la sua infanzia, i suoi amici, le città di Dorinda e di Actina, è un gesto narrativo di una temerarietà che pochi autori si concederebbero, e che l’autore riscatta subito dopo con il ripristino di Kosmos, cioè con una restaurazione integrale dell’ordine che ha il sapore di una vera e propria escatologia: non semplicemente una vittoria, ma una ricreazione del mondo.

E tuttavia, dopo il quadrilione di chilometri percorso dallo sguardo dell’eroe e dopo l’annientamento della creatura che divorava le stelle, il libro non si chiude sull’apoteosi cosmica, bensì discende con dolcezza inattesa verso il più domestico degli epiloghi: il ritorno a Dorinda, l’incontro con i familiari, l’incoronazione, le nozze con Lerinda e infine, nell’ultimissimo capitolo, l’ansia di una giovane regina che non riesce a concepire e il rimedio che il portentoso anello finirà per offrirle. Che una saga cominciata con la creazione dell’universo si concluda con due sposi che desiderano un figlio è un movimento di una bellezza quasi involontaria, e dice, meglio di qualunque dichiarazione di poetica, quale sia il vero centro morale di questa opera: non la potenza, ma la vita che continua.

Merita infine una menzione l’apparato che chiude il volume, con gli elenchi dei Personaggi, dei Luoghi e degli Altri Vocaboli, dove ogni creatura e ogni termine dell’universo inventato riceve la propria definizione, e dove i mostri stellari sono censiti con lunghezza, diametro, velocità, grado di potenza distruttiva e gittata massima del potenziale energetico. Chi conosce le appendici dei grandi costruttori di mondi riconoscerà immediatamente il gesto: è la firma di un demiurgo che ha misurato il proprio creato prima di consegnarlo, ed è anche la prova definitiva che quel lessico apparso qua e là nel corso dei volumi, dai kapius ai gerark, dai Vurk ai Materiadi, non era un ornamento esotico ma un sistema.

Si chiude così, dopo quattrocentottanta capitoli, una delle imprese narrative più smisurate e più ostinate che la nostra editoria contemporanea possa mostrare. Non sarà un’opera per lettori frettolosi, e chi cerchi la concisione dovrà cercarla altrove; ma chi accetti il patto che l’autore propone fin dalla prima pagina, cioè la disposizione a un ascolto lungo, paziente e fiducioso, si troverà alla fine ad avere attraversato un intero cosmo, e a riconoscere che quella fede nei valori del bene, della giustizia e dell’uguaglianza, dichiarata nella dedica del Volume Primo, non è stata smentita neppure una volta lungo il cammino. In un tempo che premia il breve e il rapido, l’ostinazione di Luigi Orabona è già, di per sé, una presa di posizione.