Quello che Giovanni Edoardo Luigi Sanna ha voluto fare nel suo ultimo libro dal titolo Non l’ho voluto, pubblicato nel novembre 2025 da Aletti Editore, è stato consegnare ai lettori una testimonianza schietta e profondamente personale. Nell’arco di sole 44 pagine, l’autore ripercorre la propria esperienza con la malattia soffermandosi sulle ricadute fisiche e psicologiche che hanno segnato in modo irreversibile la sua vita. Fin dalle prime pagine di questa autobiografia, il lettore percepisce con chiarezza la necessità che queste parole trovassero finalmente spazio sulla carta. Non passa inosservata, infatti, l’urgenza e il bisogno di dare forma a un vissuto che per anni è rimasto inespresso. La scrittura diventa così uno strumento di alleggerimento, un tentativo di condividere un peso che l’autore ha portato a lungo con sé.Suddiviso in due parti, la narrazione viene affidata a due voci distinte: la prima è quella del padre dell’autore, Mauro Sanna, con cui viene introdotto uno dei temi centrali del libro, quello della paternità e della trasmissione intergenerazionale del trauma. In questa prima parte, Sanna ci racconta di come ha ricevuto la diagnosi della Sindrome di Wagner Stickler, una rara patologia genetica del tessuto connettivo, degenerativa e incurabile. La Sindrome colpirà poi anche quattro dei suoi sei figli, sebbene con manifestazioni differenti ma comunque invalidanti. Da questa condizione nasce un senso di colpa persistente, sentendosi così «untore e autore di ciò che accadeva a loro». Sanna racconta poi le conseguenze che la malattia ha avuto nella sua famiglia, alimentando la percezione di sé come padre “non adatto”, incapace di assolvere pienamente al proprio ruolo. Il titolo Non l’ho voluto assume così un valore che va oltre la constatazione della malattia e diventa la formula con cui si tenta di nominare una responsabilità vissuta come inevitabile e tuttavia devastante.
«Sono una tomba visitata in un cimitero, sono un nome su una lapide, sono un padre odiato e un padre pianto, forse un rammarico, ma tutto questo non l’ho voluto».
Nella seconda parte, la parola passa a suo figlio Giovanni che inizia a raccontare il percorso della sua malattia fino ad oggi. Tutto ha inizio per caso, in un giorno qualunque. Sanna ha 15 anni ed è in piscina con alcuni suoi amici. Durante un tuffo dal trampolino, sbatte la schiena sul bordo e una macchia improvvisa inizia a coprirgli la vista dall’occhio destro. Sebbene apparentemente isolato e trascurato dalla spensieratezza adolescenziale, questo episodio rappresenta il primo segnale di una diagnosi che non si farà attendere. Sanna ricostruisce la progressione della malattia attraverso i ricoveri, le ripetute operazioni, le visite, le analisi, e la necessità di imparare a riconoscere e interpretare i segnali del corpo, l’unico strumento di regolazione possibile. A questo si intrecciano i passaggi della sua vita lavorativa e personale: la morte di suo padre, il trasferimento a Bologna, l’esperienza come bibliotecario, il successivo spostamento a Piombino e il lavoro come operaio manutentore, fino al momento in cui il corpo non è stato più in grado di svolgere quel ruolo. Ma, nonostante la malattia e gli infortuni, Sanna riesce a raggiungere comunque una serie di conquiste che mai avrebbe immaginato: riesce infatti a prendere la patente e, grazie alla professione che ha svolto, ad usare dei macchinari mai usati prima.
Accanto al dolore fisico, Sanna affronta quello psicologico. La depressione viene definita come un nemico che l’autore ha dovuto affrontare più volte nel corso della sua vita: quando morì suo padre Mauro e nel progredire della sua malattia. È una sofferenza che si riflette anche sul corpo, in un intreccio continuo tra dimensione fisica e mentale. In questo quadro si inserisce il tema dell’invalidità civile, descritto senza filtri: l’iter burocratico appare necessario ma profondamente umiliante, uno strumento che tutela il malato ma al tempo stesso lo riduce a una categoria, a un’etichetta amministrativa.
Lo stile di scrittura è semplice, rapido, talvolta irregolare, caratterizzato da una chiara esigenza di registrare fatti, sensazioni e pensieri così come emergono. Questo andamento dà l’impressione di una narrazione scritta sotto pressione, guidata più dalla necessità di dire che da quella di costruire un impianto narrativo rigido. Anche quando il racconto assume una dimensione simbolica, come nel passaggio in cui la perdita del lavoro viene descritta attraverso un linguaggio fiabesco, il registro resta funzionale a rendere comprensibile una frattura identitaria profonda: la perdita del ruolo professionale come perdita di una parte essenziale di sé. «L’indipendenza gli verrà tolta, fermato il suo metallizzato destriero, deposte le sue comuni armi, verrà privato del nobile titolo di Operaio Manutentore, esiliato dal castello, lasciato al suo destino e vagabondo per le altrui scelte cercherà impegno in altro castello».
Non l’ho voluto è una narrazione personale che trova la propria forza nella coerenza tra forma e contenuto. La malattia viene descritta come una presenza costante e logorante ma non totalizzante poiché resta la volontà di continuare ad esporsi, di rendere visibili anche le proprie fragilità. Come afferma l’autore, il silenzio non è sempre segno di debolezza, ma talvolta di resistenza e questo libro nasce proprio nel momento in cui quel silenzio viene interrotto.
Da queste pagine emerge con forza il carattere dell’autore. Sanna si presenta come una persona abituata a misurare il proprio valore attraverso il lavoro, la capacità di resistere anche nelle condizioni più difficili. La tenacia che descrive, quella di chi continua a fare anche a costo di esaurirsi, non viene proposta come virtù esemplare, ma come atteggiamento quasi inevitabile, frutto di una formazione e di una visione della vita in cui arrendersi non è contemplato.
«Da quando si è scoperto questo difetto genetico ad ogni male si trema, quando uno si rassegna alla nuova situazione fisica, ecco, si ripresenta un nuovo sintomo, tutto questo ti destabilizza e non rimane che combattere, si è forti quasi per inerzia, tenaci perché non si può far altro, arrendersi non è una soluzione contemplabile».
Da queste parole emerge il ritratto di una persona abituata a stringere i denti, a non fermarsi. E verso la fine del testo, Sanna ci porta proprio dentro la sua quotidianità mostrandoci i momenti più difficili, quelli più gratificanti e anche quelli più tormentati in cui deve fare i conti con il dolore e le ingiustizie per qualcosa che non ha scelto.
«Dirò sino a che ci sarà da dire, mostrerò me stesso con le mie debolezze se mai servisse, sperando che si comprenda una volta per tutte che chi tace non è per forza debole, chi tace è solo più silenzioso e porta più pazienza».
Per chi cerca una lettura fondata sulla testimonianza diretta e su una scrittura essenziale, Non l’ho voluto può essere un testo interessante e che vale la pena di leggere. Il racconto trova la propria forza in una scrittura priva di filtri e abbellimenti, che sceglie la semplicità come unico registro e si confronta con il dolore in modo rispettoso, richiedendo soltanto di essere ascoltato.
Giorgia Carta
L’Autore
Giovanni Edoardo Luigi Sanna nasce a Iglesias nel 1982; comincia a scrivere dall’età di 9 anni. Il suo primo amore fu per la poesia, al compimento del trentesimo compleanno decide di affacciarsi all’editoria. Dopo la pubblicazione del primo libro Pensieri Diversi riceve il Premio Giornalistico Lucio Colletti nell’anno 2015 e partecipa a diverse antologie con la casa editrice Limina Mentis. Dopo una pausa di diversi anni, nel 2024 ritorna più motivato alle pubblicazioni. Con una nuova, maturata coscienza, diventa un “Poeta di Ponte Vecchio”, riconoscimento per la scrittura della casa Editrice Dantebus, colleziona diverse menzioni con la Casa Editrice Aletti Editore e vince il Premio Leonardo Da Vinci e Il premio Città di New York Edizione Golden assegnato a Lecce per la sua opera letteraria. All’età di 42 anni pubblica il thriller Non c’è più tempo. Con il gruppo editoriale Albatros continua a scrivere e ha diversi progetti aperti che si sveleranno nel tempo. È possibile seguirlo e contattarlo tramite il suo sito https://giovanniedoardoluigisanna.dantebus.com/. Adora il cinema, i film storici, le commedie, i musical, gioca ai videogiochi e possiede più di 1200 titoli e diverse console. Scrive anche testi per canzoni. Ha una sindrome genetica degenerativa, entro un paio di anni diverrà cieco, probabilmente su sedia a rotelle. Convive da quasi un decennio con Raffaella che ha 9 anni in più di lui.




