Ancora negli anni Novanta, l’Esercito popolare di liberazione appariva agli osservatori come un’organizzazione militare tecnologicamente arretrata, concentrata principalmente sulla difesa territoriale del paese: trent’anni dopo, le cronache della politica internazionale riferiscono ogni giorno di nuovi progressi tecnologici nelle dotazioni militari cinesi, di manovre militari nei mari dell’Asia orientale e oltre, ma anche del contributo crescente della Cina alla cooperazione internazionale in materia di sicurezza, per esempio nel quadro della Global Security Initiative lanciata da Pechino nel 2022. La trasformazione è quindi profonda e ha interessato due dimensioni principali, su cui mi concentro nel libro: la dottrina e l’organizzazione.Sul primo versante, sin dall’inizio degli anni Novanta i decisori cinesi hanno individuato nell’“alta tecnologia” una variabile decisiva: era questa la lezione tratta a Pechino dalla Guerra del Golfo del 1991 e poi confermata, alla fine del decennio, dalla guerra del Kosovo. Così, dagli anni Novanta la tecnologia avanzata è stata individuata come caratteristica fondamentale delle guerre cui l’Esercito popolare di liberazione è chiamato a prepararsi. Si tratta di guerre definite nella dottrina prima “guerre in condizioni di alta tecnologia” e poi “guerre in condizioni di informatizzazione”, con l’individuazione di uno specifico insieme di tecnologie – le tecnologie dell’informazione e della comunicazione – come cruciale per il successo sul campo di battaglia. Nel 2014 è venuto meno il riferimento a “condizioni” e da allora la dottrina militare fa riferimento a vere e proprie “guerre informatizzate”, a indicare come l’informatizzazione non sia più considerata mero elemento di contesto, ma vero e proprio tratto distintivo delle guerre contemporanee.
Questa evoluzione della dottrina ha richiesto una profonda trasformazione anche sul versante dell’organizzazione. Il modello organizzativo dell’Epl risaliva agli anni Cinquanta ed era stato concepito, su influsso sovietico, per un tipo di guerra del tutto diverso: una guerra prevalentemente terrestre, combattuta ai confini del paese o in profondità nel suo stesso territorio. Le “guerre informatizzate” sono invece guerre che vengono combattute contestualmente in ambiti differenti: terra, aria, mari, spazio cibernetico, spazio extra-atmosferico. Questo richiede la capacità di condurre operazioni interforze, che prevedano cioè uno stretto coordinamento tra Servizi armati differenti, al di sotto di un’unica catena di comando integrata. Era quindi necessaria una profonda revisione degli assetti organizzativi, che è infine arrivata nel 2015, quando un ampio pacchetto di riforme ha ridisegnato la struttura di comando dell’Epl. Si tratta di un ciclo di riforme non ancora chiuso: gli assetti organizzativi dell’Epl restano in una fase di fluidità, con ulteriori aggiustamenti introdotti negli ultimi anni.
Che ruolo svolgono, nel contesto dell’azione internazionale di Pechino, le sue Forze armate?
Anche da questo punto di vista gli ultimi decenni hanno visto un’evidente trasformazione. Fino agli anni Novanta il compito delle Forze armate cinesi era sostanzialmente limitato alla difesa della sovranità e dell’integrità territoriale del paese, ivi inclusa la questione di Taiwan. L’orizzonte di riferimento era quindi circoscritto alla periferia della Cina, continentale prima e poi via via anche marittima. Sin dalla fine del decennio, però, l’integrazione della Cina nel sistema economico globale ha favorito l’emergere di nuovi interessi nazionali, localizzati anche al di fuori della tradizionale periferia del paese. Per esempio, la crescente dipendenza della Cina dall’importazione di materie prime via mare ha favorito l’emergere di un interesse alla sicurezza delle vie di comunicazione marittima lungo cui transitano i commerci internazionali. Analogamente, la proiezione internazionale di grandi imprese cinesi, con il conseguente stabilirsi di significative comunità di lavoratori cinesi all’estero, ha favorito l’emergere di un nuovo interesse alla protezione dei connazionali in contesti di instabilità politica. Tutto questo ha portato a una diversificazione dei compiti dell’Epl, cui ora si richiede di difendere non solo la sovranità e l’integrità territoriale del paese, ma anche interessi all’estero sempre più globalizzati.
Certo, il fulcro resta però sempre la difesa della sovranità e dell’integrità territoriale, e in questo senso resta ben localizzato all’interno della periferia della Cina. È in particolare nell’Asia orientale marittima che si concentrano alcuni interessi cruciali di Pechino, come la questione di Taiwan e le rivendicazioni nel Mar cinese meridionale e orientale. Per quanto l’orizzonte delle Forze armate cinesi si sia quindi allargato, l’attenzione resta concentrata prevalentemente sulla regione, considerata cruciale anche rispetto alla competizione con gli Stati Uniti. Proprio l’Asia orientale marittima rappresenta infatti il principale teatro di competizione militare fra le due potenze: è qui che la Cina detiene interessi nazionali cruciali ed è sempre qui che gli Stati Uniti ritengono si giochi il futuro della loro egemonia globale.
Quali sono i principali fattori che influenzano la politica di difesa della Repubblica popolare?
Se guardiamo alla trasformazione delle Forze armate, la tesi proposta nel libro è che si debba tener conto sia di fattori esterni sia di fattori interni. Da un lato, il cambiamento di dottrina e organizzazione è spiegato dalla percezione cinese del contesto internazionale e delle sue trasformazioni: la trasformazione delle forme della guerra, anzitutto, con il peso crescente della tecnologia, ma anche l’evoluzione della politica americana nella regione e le implicazioni per gli interessi cinesi. Dall’altro lato, però, tempi e modi in cui questi fattori esterni influenzano il cambiamento dottrinale e organizzativo dipendono da fattori interni: per esempio le dinamiche politiche all’interno del Partito comunista cinese, ma anche il rapporto fra quest’ultimo e le Forze armate. In alcuni casi il cambiamento della dottrina è il prodotto di un’autonoma iniziativa dei militari, che osservano una trasformazione nelle forme della guerra e introducono i necessari aggiustamenti dottrinali. In altri casi è invece decisivo l’intervento dei civili nella sfera militare, in particolare quando esistono forti resistenze al cambiamento all’interno delle Forze armate.
Come si suggerisce nel libro, è questo il caso della riforma del sistema di comando approvata nel 2015: una riforma che era stata discussa a lungo, sin dalla metà degli anni Novanta, ma che sino ad allora era stata frenata da resistenze esistenti all’interno dell’organizzazione militare. Fu solo nel 2015, in seguito a un più diretto intervento della dirigenza civile, che il pacchetto di riforme venne infine sbloccato. Resta l’interrogativo sul perché i civili (e in particolare il Segretario generale Xi Jinping) abbiano allora deciso di investire politicamente su questa riforma. La tesi proposta nel libro è che le motivazioni siano ancora una volta sia esterne sia interne: da un lato la percezione di un contesto internazionale sempre più insidioso, tale da attrarre l’attenzione della dirigenza civile sull’efficacia dello strumento militare; ma dall’altro anche l’aspettativa che proprio la riforma delle Forze armate avrebbe aiutato la dirigenza civile a consolidare il suo potere all’interno del paese. E così pare sia stato: la riforma del 2015 ha infatti rafforzato la posizione della Commissione militare centrale al vertice delle Forze armate, rafforzando al tempo stesso la posizione di Xi, che della Commissione è presidente, negli equilibri interni al Partito. “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, teorizzava Mao molti decenni fa, e ancora oggi il controllo del fucile rappresenta una leva decisiva negli equilibri politici interni al Partito.
A quali fonti è ricorso per lo studio del cambiamento militare in Cina?
Le fonti cinesi a circolazione aperta oggi disponibili sono molto numerose, ma differenti a seconda del periodo storico oggetto di studio. Il libro ricostruisce il cambiamento di dottrina e organizzazione dell’Epl a partire dagli anni Cinquanta: per una prima fase, che si protrae indicativamente fino alla fine degli anni Ottanta, sono disponibili numerose fonti cinesi, a partire dalle storie ufficiali, dalla memorialistica e dalle biografie più o meno ufficiali dei leader militari, sino a un’abbondante letteratura secondaria fatta di volumi e riviste che affrontano passaggi specifici della storia militare del paese. Per i decenni più recenti le fonti cinesi disponibili sono invece di altro tipo: alcune pubblicazioni ufficiali, come i libri bianchi governativi, che possono aiutare a ricostruire l’evoluzione della dottrina, ma soprattutto riviste sede del dibattito dottrinale, manuali per lo studio politico e pubblicazioni di autorevoli istituzioni quale l’Accademia delle scienze militari. Naturalmente le fonti vanno sempre utilizzate in modo accorto, incrociandole fra loro e tenendo conto del contesto politico nel quale ciascuna pubblicazione è stata prodotta.
Simone Dossi è professore associato di Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna Relazioni internazionali dell’Asia orientale e Studi sulla guerra. È research fellow presso il Torino World Affairs Institute (T.wai) e direttore della rivista scientifica OrizzonteCina. Tra le sue precedenti pubblicazioni: Rotte cinesi. Teatri marittimi e dottrina militare (2014); Il potere dei generali. Civili e militari nell’Asia orientale contemporanea (a cura di, 2017).




