Avventure e disavventure dei classici. Libri perduti, ritrovati e sognati dall’antichità a oggidi Tommaso Braccini
Carocci
«Nella realtà le scoperte e riscoperte di antichi testi classici hanno avuto in genere connotati ben più prosaici. Il caso più emblematico è forse quello degli antichissimi manoscritti della Biblioteca Capitolare di Verona. Erano documentati ancora nel XVI secolo, ma all’inizio del Settecento nessuno sapeva più dove fossero finiti i resti (costituiti perlopiù, ma non solo, da opere ecclesiastiche) delle ricche raccolte di quella che era stata una capitale dell’Italia ostrogota e longobarda e un importante centro di cultura per tutto il medioevo. Sembrava che quei codici fossero scomparsi nel nulla, finché nel 1712 un ostinato e pugnace erudito del luogo, il marchese Scipione Maffei, deciso a far luce una volta per tutte sulla misteriosa sparizione, mobilitò le sue conoscenze nel Capitolo della Cattedrale. Dopo giorni e giorni di vane ricerche in ogni recesso della biblioteca, alla fine qualcuno nella penombra di uno sgabuzzino avvistò fogli di pergamena e vecchie rilegature fare capolino, in mezzo a sporcizia e ragnatele, da sopra un armadio. Fu proprio Scipione Maffei ad arrampicarsi trafelato su una scala e ad accorgersi che accatastati sul mobile e nascosti alla vista c’erano decine e decine di codici; ne arraffò uno, sollevando una nuvola di polvere, e appena lo aprì riconobbe l’antichissima scrittura risalente a oltre mille anni prima. Più tardi si disse che i manoscritti erano stati stipati lì “per sicurezza” nel Seicento, durante una serie di lavori, da un bibliotecario poi morto di peste, che aveva portato con sé il segreto della loro ubicazione. In ogni caso la «regina delle collezioni ecclesiastiche» era stata finalmente salvata dalle tarme; e tra le pagine venerande dei suoi codici, che sono ancora oggetto di ricerca e riservano continue sorprese agli studiosi, non mancano frammenti importantissimi del Corpus iuris, di Virgilio e di Livio.
Da un lato dunque roghi nel deserto, viaggi spaziali e delitti cruenti; dall’altro, acari e sgabuzzini; tra questi due estremi si collocano le vicende spesso sorprendenti, movimentate, quasi incredibili delle opere che ci sono arrivate (o, in qualche caso, non ci sono arrivate) dell’antichità greca e romana. E per quanto in tanti abbiano avuto un contatto, almeno scolastico, con questi testi, in molti meno conoscono le avventure che li hanno visti protagonisti. Non che si tratti di vicissitudini ignote, tutt’altro; ma spesso, per non dire quasi sempre, sono confinate nelle prefazioni in latino delle edizioni critiche, o accennate in riviste e opere di referenza disponibili solo in biblioteche scientifiche (se qualcuno fosse curioso di approfondire, può far riferimento alla bibliografia finale di questo volume). Ed è un peccato, perché tante volte la realtà rivaleggia con la fantasia.
Rotoli di papiro salvati appena prima di essere scagliati nel Nilo, tragedie e romanzi greci mimetizzati all’interno di opere cristiane e islamiche, manoscritti unici alla mercé di polli e maiali, antiche storie reincarnatesi in moderni racconti dell’orrore, scriptoria di austere abbazie in cui circolavano opere di rara oscenità, e ancora nazisti alla caccia di un codice medievale nel circondario di Jesi…
Nei capitoli di questo libro verranno raccontate queste e altre vicende improbabili e sorprendenti che hanno accompagnato la trasmissione di testi antichi, alcuni notissimi ancora oggi, altri celebri in passato e forse meritevoli di essere riscoperti.
Al di là delle vicende appassionanti e divertenti, che davvero non stonerebbero nelle raccolte antiche di thaumasia, “avvenimenti meravigliosi”, o potrebbero costituire ulteriori avventure di Guglielmo da Baskerville, queste pagine hanno due obiettivi. Il primo è quello di sottolineare come la cultura, persino quella che ci sembra più scolastica e ovvia, in realtà non sia mai scontata né gratuita. Anche se oggi ci basta un clic per accedere comodamente a testi di ogni tipo, il percorso che li ha condotti fino a noi è stato faticoso, lento, accidentato; spesso sarebbe bastato un nonnulla per perdere per sempre il Satyricon di Petronio, l’Inno omerico a Demetra, Catullo e tanti altri. In tempi più recenti, censure e ideologie aberranti hanno cercato di imbavagliare alcuni autori, a volte con effetti che arrivano quasi fino a noi; altre opere sono state dapprima innalzate oltre misura e poi precipitate in un oblio immeritato dal mutevole capriccio della moda. Proprio le vicende travagliate dei classici ci devono far riflettere sulla necessità di salvaguardarli, proteggerli e assicurarsi che anche chi verrà dopo di noi possa godere della straordinaria opportunità di confrontarsi con gli «antiqui huomini» (per dirla con Machiavelli) che hanno ancora tanto da dire. Non ci si deve nemmeno adagiare nella falsa sicurezza data dal digitale, dalle risorse della rete e dalla possibilità di stoccare su eteree “nuvole” milioni e milioni di byte: basta un blackout e tutte queste opere rischiano di diventare mute e inaccessibili. E lo saranno comunque, se nessuno le studia. L’unico modo per proteggere i classici è amarli, farli conoscere, farli circolare, far capire quanto sono belli e quanto hanno da dirci e da ispirarci, dando loro la parola e rendendoli sempre più accessibili.
Per questo, l’altro obiettivo in filigrana nelle movimentate vicende di cui andremo a parlare è quello di esprimere un ringraziamento. Un grazie a tutti coloro che nel corso di millenni hanno copiato i testi antichi e hanno fatto tutto il possibile, anche traducendoli e persino “travestendoli”, per salvarli da guerre, incendi, topi, vermi, dalla censura e dalla semplice incuria. E un grazie a chi, per mezzo di tenaci ricerche e felici colpi di fortuna, è riuscito a ritrovarli e riscoprirli. Oggi i topi voraci sono stati sostituiti dai mouse e le tignole dai bug informatici, ma c’è sempre tanto da salvare, da scoprire, da riscoprire e da regalare a noi stessi e a chi ci sta intorno. Adesso il testimone dei classici è passato a noi.»




