Conservazione e perdita dei classici, Luciano CanforaÈ un testo breve ma documentatissimo Conservazione e perdita dei classici di Luciano Canfora, apparso per la prima volta nel 1974 e ora ripubblicato da Stilo Editrice. In esso l’insigne classicista barese porta l’indagine filologica alle radici vere e proprie dei testi antichi, analizzando le modalità di produzione e diffusione delle opere nell’antichità: è la cosiddetta «storia del testo», «la ricostruzione» cioè «delle prime fasi della trasmissione», che caratterizza l’approccio della «critique française».

Quando si tratta di opere antiche, bisogna ad esempio ricordare che «la divisione in libri dei testi greci e latini rispecchia una partizione in rotoli. […] E infatti, proprio perché furono autonomi rotoli, i «libri» hanno tuttora – pur nell’ambito di un unico e compatto codice – l’intitolazione libraria completa, compreso, ogni volta, il nome dell’autore al genitivo: una indicazione libraria indispensabile appunto in un rotolo, perché ne garantisce l’attribuzione, ma superflua quando più rotoli sono stati copiati su di un unico codice. […] Ha osservato Bruno Snell che le superstiti nove tragedie euripidee non commentate

ΕΛΕΝΗ
ΗΛΕΚΤΡΑ
ΗΡΑΚΛΗΣ
ΗΡΑΚΛΕΙΔΑΙ
(ΕΚΑΒΗ)

ΚΥΚΛΩΨ
ΙΩΝ
ΙΚΕΤΙΔΕΣ
ΙΦΙΓΕΝΕΙΑ Η ΕΝ ΤΑΥΡΟΙΣ
ΙΦΙΓΕΝΕΙΑ Η ΕΝ ΑΥΛΙΔΙ

discendono da una edizione in rotoli, raggruppati – secondo l’ordine alfabetico – in recipienti contenenti ognuno cinque rotoli, cioè cinque tragedie: è conservato, quasi per intero, il contenuto di due recipienti.»

«Con l’adozione del «codex», τεῦχος – che indicava il recipiente in cui erano conservati i rotoli – passa a indicare senz’altro il codice: appunto perché un codice racchiude il testo di più rotoli.» E così, «il passaggio dal rotolo al codice fu la prima strettoia che i testi classici dovettero superare.»

Il passaggio alla nuova forma di veicolazione degli scritti contrassegna l’avvento del cristianesimo e la «polemica cristiana pro e contro la cultura ‘classica’. Quando la nuova concezione del mondo, dapprima iconoclastica, si è data gli strumenti (o, se si vuole, i sofismi) per salvare la cultura passata – con l’argomento, magari specioso, che quella anticipava la nuova – si sono create le premesse per la salvezza almeno parziale di un patrimonio ormai discusso. È stato un primo dibattito, una prima querelle, nella storia della nostra civiltà, sull’utilità della ‘cultura’. Così, quello che è parso recuperabile (innanzitutto filosofi e storici, epici e scienziati; molto meno i poeti, magari osceni o troppo spudoratamente pagani) è stato preferibilmente copiato nella nuova forma di libro: il codice, un libro moderno e pratico molto più degli aristocratici rotoli».

L’indagine sulla storia dei testi si rivela dunque capace di fare chiarezza su tanti aspetti oscuri del patrimonio di testi classici giunti sino a noi e di dare nuovo slancio a una disciplina come la filologia classica. Perché, a detta di Canfora, è proprio «questa sistematica storia interna dei documenti letterari antichi, fondata su di una ben fondata visione storica, attenta, non meno che ai testi, alle ‘cerchie’ decisive che li hanno salvati e trasmessi» ad essere «oggi il miglior alimento per la sopravvivenza degli studi classici nel nostro tempo.»

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