È un clima, prima che un assetto, anzi è il clima della nostra epoca, la tendenza generale soprattutto in occidente. Una tendenza relativista, soggettività, nichilista. Il mondo occidentale si è ristretto all’io e all’oggi e i suoi fondamenti sono la tecnica e il mercato; da qui la riduzione a un mondo senza eredi, che non riconosce eredità e non lascia eredità.A questo clima si è poi aggiunto l’apporto ideologico del politically correct, della cancel culture e in generale di quella tendenza woke che vorrebbe indicare il risveglio e invece si traduce con sorveglianza e a volte censura. Qui le responsabilità sono dei mass media, del potere culturale dominante e in generale di quella società letteraria con i suoi divieti e pregiudizi, che prevale nella nostra epoca.
Sempre nel libro scrive: «Anche in politica, leader e movimenti si presentano come il nuovo che avanza, effettuano radicali restyling che sono un periodico disfarsi delle eredità per apparire più adeguati al presente e meno gravati da ingombranti macerie»: per quali ragioni la storia è divenuta «un peso insopportabile»?
Perché nella nostra epoca trionfa l’individualismo e il culto del presente. I contemporanei si sono liberati dal peso dell’eredità, si sentono autocreati e assegnano sempre meno importanza alla memoria storica, alla lezione dei maestri e alla tradizione.
Quel che conta è il momento attuale, le tendenze d’oggi, le cose che più servono nell’immediato. E questo uccide ogni rapporto fecondo e duraturo con le generazioni precedenti e la loro eredità. Molte epoche del passato hanno contestato i padri, i maestri, ma non senza cancellarli; li hanno contestati, non li hanno rimossi.
Ed erano comunque proiettati nell’avvenire, ritenevano di lasciare eredità alle generazioni future. Spezzavano l’eredità del passato mantenevano però l’eredità nell’avvenire. Questa è la prima epoca che non riconosce eredità e non lascia eredità, si libera sia del passato che del futuro. A questa tendenza egocentrica e presentista, narcisista e utilitarista, si aggiunge la cornice ideologica della cancel culture e del delirio woke, che elimina tuto ciò che non è conforme all’oggi o è considerato sconveniente, politicamente scorretto.
Cosa accomuna i settanta personaggi da Lei proposti quali maestri?
Sono autori diversi per epoca, statura, campo di interesse, ci sono scrittori, poeti, filosofi, scienziati, giornalisti. Ci sono maestri e anche cattivi maestri.
Il filo che li accomuna come accomuna tutti i maestri del passato è che non lasciano eredi, non vengono più considerati come maestri che possono insegnarci qualcosa. I settanta ritratti sono il seguito dei cento ritratti raccolti alcuni anni fa in Imperdonabili. Chi è Maestro, anche nella variante di Guru, Ideologo, Vate? Non solo chi trasmette un sapere o una teoria ma chi diventa un punto di riferimento, un modello a cui ispirarsi, un faro che rischiara una via, un auctor che ti cambia la vita o almeno lo sguardo con cui vedi la vita. Uno che leggendolo, ascoltandolo, trasforma il tuo modo di pensare e di vedere le cose. Insegnano i maestri, cioè lasciano segni.
A questi maestri ho dedicato queste miniature di saggi, succinte biografie, ritratti non convenzionali, in vari casi sconvenienti. Da Pascal a Vico, da Leopardi a Manzoni, da Burke a de Maistre, da Baudelaire a Proust, da Kafka a Buzzati, da Verga a Trilussa, da Cau a Venner, da Tomasi a Manganelli, da Vattimo a Ratzinger, fino ai pensatori più recenti e viventi come Dugin e de Benoist, Cacciari e Agamben, e molti altri. O autori dimenticati, sconosciuti, di cui non c’è più traccia. Ma tutti autori che non lasciano eredità, ma prima di loro, senza eredi sono i classici, i grandi del passato, cancellati o abbandonati. Siamo nani discesi dalle spalle dei giganti.
È ancora possibile un pensiero nuovo?
Non so se sia ancora possibile, so però che è necessario. Senza eredi non è possibile nemmeno un pensiero nuovo, rivolto all’essenziale, in grado di superare la nostra società smemorata, che tende a perdere il senso critico, la cultura e l’umanità. Perciò sostengo che noi abbiamo due compiti: mettere in salvo il patrimonio ereditario dei maestri e mettere al mondo un pensiero neonato, cioè fresco di vita ma frutto di una storia, di una sedimentazione ereditaria e dell’incontro tra un padre e una madre. Il pensiero nuovo non è di chi si libera dai maestri e crea dal nulla un nuovo percorso: ogni pensiero nuovo è anche antico, perciò amo definirlo pensiero neonato: perché neonato è colui che nasce ora al mondo ma è figlio di un’eredità genetica e spirituale, nasce dall’incontro di due persone, non sbuca dal nulla ma dal grembo di sua madre. Ha una matrice, e un padre, e una tradizione, una famiglia, alle sue spalle. Di quel pensiero nuovo non avvertiamo ora i segni di gravidanza, se non le nausee che accompagnano la nostra stagione; ma senza una rifondazione del pensiero e un rinnovamento nella cultura non sarà possibile nemmeno riconoscere con gratitudine e senso critico, l’impronta lasciata dai maestri a noi eredi.




