Ucroniadi Emmanuel Carrère
traduzione di Federica Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco
Adelphi
«Nell’intraprendere questo lavoro, avevo la vaga speranza di poter suggerire una lettura laterale della storia attraverso lo specchio dell’ucronia. L’esempio dell’utopia mi spronava a provarci. Incoraggiato dall’etimologia, pensavo che una «cronologia dell’ucronia» sarebbe stata il degno corrispettivo di una «topografia dell’utopia », che l’incontro di queste due aberrazioni avrebbe potuto far intravedere il riflesso di un « altrove e altrimenti » che avrebbe nutrito l’immaginario storico.
Mi sono illuso: il prefisso privativo è l’unico tratto che accomuna l’ucronia e l’utopia. E quest’ultima è molto meno povera di sostanza; da sempre si è fatta carico dei sogni che animano allo stesso modo le varie civiltà. Le città, le istituzioni, gli uomini che immagina fanno luce sulle città, sulle istituzioni, sugli uomini che la immaginano. Inoltre, lungi dal limitarsi a fornire una testimonianza, l’utopia esercita un’influenza, prende corpo a sua volta nella storia da cui trae origine. Diverse volte dei poteri hanno provato a trapiantare sulla terra i suoi disegni. […]
Che l’ucronia […] non possa influenzare la storia è fin troppo evidente, e anzi questa impotenza è proprio ciò che la definisce. […]
- Editore: Adelphi
- Autore: Emmanuel Carrère , Federica Di Lella , Giuseppe Girimonti Greco
- Collana: Piccola biblioteca Adelphi
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2024
Del resto gli storici se ne occupano ben poco. L’utopia ha stimolato l’immaginazione di giuristi, urbanisti, politici, ossia dei vari professionisti che chiamava in causa. Nei suoi annali compaiono probabilmente parecchi esaltati, ma è stato pur sempre un Cancelliere d’Inghilterra a darle il nome. Allo stesso modo si potrebbe supporre che l’ucronia sia per gli storici, se non un oggetto di studio – è un oggetto troppo singolare per essere preso in considerazione –, almeno uno strumento, un metodo di analisi, una sorta di grimaldello epistemologico. Mostrando perché le cose avrebbero potuto andare diversamente, si può sperare di mostrare perché non è successo, perché la storia si è svolta così come la conosciamo. Esaminando le complesse ragioni che avrebbero potuto indurre Pilato a rilasciare Cristo, non vi sembra che si capisca un po’ meglio, attraverso il ragionamento per assurdo, perché non l’ha fatto e perché siamo cristiani? Ma, mettendosi su questa strada, alla fine si rischia di apparire più deterministi dei più deterministi tra gli storici, perché dall’intuizione che le cose avrebbero potuto andare diversamente si ricaverebbe la prova trionfale che di fatto non sarebbe potuto accadere, causa vinta in partenza e che non ha bisogno di avvocati.
Causa sbagliata, per di più. «La storia come giustificazione di ciò che è stato: ecco il maggior pericolo che minaccia lo storico» scrive Theodor Schieder; e Paul Veyne, che lo cita: «Non si è storici se non si avverte, attorno alla storia che si è realmente verificata, una moltitudine indefinita di storie compossibili, di cose che avrebbero potuto andare altrimenti». Il ragionamento ucronico allora non potrebbe avere, nel cervello dello storico, la funzione di un lume da notte discreto, messo lì per ricordargli in ogni istante il ruolo del caso, il brulichio periferico delle storie virtuali e abortite?
Può darsi. Ma per alimentare questo lume da notte non c’è nessun bisogno di scrivere ucronie, o di leggerne, basta fare bene il proprio mestiere di storico. Chiunque si rende perfettamente conto che, se Cristo non fosse morto sulla croce, se Napoleone avesse vinto a Waterloo o i tedeschi avessero vinto nel ’44, probabilmente la storia sarebbe stata, sarebbe, diversa. L’ucronia sviluppa un’intuizione così comune che è superfluo indugiarvi.»




