Leggere come felicità dell'utopia, Giuseppe PontiggiaSi intitola Leggere come felicità dell’utopia, una acuta e ficcante riflessione di Giuseppe Pontiggia, edita da Marietti 1820 e curata da Daniela Marcheschi, un vero e proprio inno alla lettura e all’amore per i libri.

Il breve testo si inerpica sulle ragioni della lettura cercando di offrire una risposta al quesito: “Perché leggere un libro“? Risposta che però lo scrittore comasco dichiara di non saper fornire, non per difetto dell’offerta, quanto per il suo eccesso; e tuttavia una siffatta motivazione non avrebbe in sé davvero ragion d’essere: «Le risposte le conosciamo tutti, soprattutto noi che siamo ammalati di libri, viziosi di libri, folli di libri.»

La verità è che essa sembra essere funzionale ad una pedagogia della lettura di assai dubbia utilità: «Al centro dell’attenzione, sul palcoscenico, nell’epoca in cui si parla di crisi del libro, c’è l’essere più coccolato da editori, autori e librai: il non-lettore. Oggetto, come accade sempre a chi si sottrae all’attenzione, di un amoroso accerchiamento. Per lui si è escogitata la domanda-risposta: Perché leggere. A nessuno di noi è mai venuta in mente. Ma per lui la fantasia sfrenata degli uomini è riuscita a scovarla. […] “Spiegare a un non-lettore perché il libro attrae è come spiegare a un astemio perché il vino rallegra. O a un omosessuale perché un essere dell’altro sesso sia attraente come un rischio. È proprio per questo che lo evita. […] Stessa sorte ottiene una captatio del tipo “leggere è bello”. Del peccato si sottolinea la bruttezza e se ne ottiene un aumento di popolarità. Denigrare il libro per farlo amare? Meglio non provarci. Gli attacchi al libro ne stimolano la difesa, ma solo in chi lo ama. Perché il libro non è, come la carne, una tentazione universale. È una vocazione individuale. Presuppone una attitudine specifica e l’ambiente può solo favorirne la scoperta e alimentarne lo sviluppo. Se non si crede alla ineluttabilità che accomuna gli amanti del libro, si è destinati non solo a errori pedagogici, ma a perdite di tempo.»

Per quanto si cerchi di far apparire la lettura di moda, la verità è che «il libro non è mai stato di moda. Il libro è stato un miraggio in epoche lontane, per i pochi che erano in grado di leggerlo e per i pochissimi che erano in grado di acquistarlo. Sul prezzo dei codici […] le valutazioni degli studiosi sono curiose. Ricordo che in un’opera di Pierre Riché sull’educazione medioevale il prezzo veniva comparato a una casa di campagna o a una automobile. […] un manuale di giurisprudenza valeva nel Medioevo cento grammi oro.»

«Se c’è una moda che il libro può perseguire», sentenzia Pontiggia, «è di essere orgogliosamente fuori moda».

E allora, tentando caparbiamente di voler rispondere alla domanda da cui siamo partiti – Perché leggere un libro -, ci si può al massimo imbattere «nelle utopie occulte che orientano felicemente» la mania di leggere «- intesa nel significato originario di follia». Come l’«utopia dell’onniscienza»: «quando avanza tra gli scaffali» di una libreria, il bibliofilo «viene assediato dal Tutto».

In realtà, «se si fosse sinceri, non sarebbe una domanda. E neanche una risposta. Sarebbe dire perché respirare e vivere.»

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