Nel libro, a seguito di una serie di ricerche accademiche condotte da alcuni anni ormai, abbiamo definito la disinformazione come una forma di manipolazione dell’informazione destinata a suscitare una rappresentazione errata della realtà nella mente di una o più persone. L’obiettivo di chi diffonde false informazioni rimane sempre sostanzialmente lo stesso: trarre vantaggio dalle decisioni che verranno prese dalla vittima o dalle vittime (nella sua forma moderna, la disinformazione tocca infatti spesso un pubblico molto vasto) della disinformazione, sulla base di tale rappresentazione della realtà. In altri termini, la disinformazione è una forma di inganno (quello che in inglese si chiama deception, e in francese ruse) che, nella cultura occidentale, trova la sua origine nel concetto di mètis, studiato magistralmente da Marcel Détienne e Jean-Pierre Vernant e tradotto generalmente con la locuzione “intelligenza astuta”. Ora, la mètis e le forme di inganno che ne derivano, disinformazione compresa, si caratterizzano per la loro natura poliedrica e adattabile a ogni contesto e finalità. Di conseguenza, dare una risposta esaustiva a questa domanda è un compito impossibile: e infatti il nostro libro, attraverso i casi storici esposti nei primi dodici capitoli, vuole solo suggerire la varietà delle forme assunte dalla disinformazione lungo i secoli in ambito militare, politico, finanziario, culturale, religioso e così via. Sarebbero state necessarie decine di volumi per descriverne in maniera più completa la casistica. Nel libro, si tratta per esempio delle fake news destinate al faraone Akhenaton, degli stratagemmi di guerra della tradizione antica raccolti da compilatori come Frontino o Polieno, dei discorsi di Cicerone contro Catilina, della falsa notizia della morte di Napoleone, delle “misure attive” sovietiche all’epoca della Guerra fredda, fino alla disinformazione dell’era di internet, che pone così gravi quesiti nelle nostre società odierne. L’idea era proprio quella di mostrare l’infinita varietà delle forme della disinformazione attraverso aneddoti notevoli ma anche di individuare, dietro questo carattere proteiforme, alcuni meccanismi fondamentali che invece restano invariati e, se riconosciuti, possono aiutare a smascherare l’inganno.Che diffusione aveva la manipolazione dell’informazione nel mondo antico?
La diffusione della manipolazione dell’informazione procede naturalmente di pari passo con quella della disinformazione: negli ultimi decenni, abbiamo conosciuto un aumento esponenziale della rapidità di diffusione dell’informazione, il che ha certamente aggravato le problematiche legate alla disinformazione. In età antica, le comunicazioni erano più lente: le informazioni che circolavano per mezzo dello scritto impiegavano giorni, settimane o addirittura mesi per raggiungere il loro destinatario (e altrettanto lungo era il viaggio compiuto da una eventuale risposta). Ciò poteva avere serie conseguenze e apriva spazi enormi a forme di disinformazione come quella illustrata nel primo capitolo del libro – sul faraone Akhenaton – anche perché tale lentezza rendeva praticamente impossibile ogni verifica dell’informazione, ossia quello che oggi chiameremmo fact-checking e che è tra gli strumenti fondamentali per difendersi dalla manipolazione dell’informazione. L’informazione poteva anche circolare per via orale, con un raggio d’azione più limitato, e una circolazione condizionata da più facili alterazioni (il famoso principio del “telefono senza fili”): ma non bisogna sottovalutare le forme di disinformazione che potevano crearsi in questo contesto, come attestato ad esempio dai discorsi pronunciati da Cicerone. Inoltre, esistevano meccanismi, in età antica, che consentivano di aumentare la portata della diffusione orale delle informazioni. Nella Roma repubblicana esistevano delle riunioni pubbliche chiamate contiones durante le quali i discorsi tenuti in Senato venivano comunicati ai cittadini che, a loro volta, diffondevano oralmente nella loro cerchia le notizie che vi apprendevano, talvolta alterandole, dando così origine a voci capaci di influenzare l’opinione pubblica.
Il Medioevo è considerato l’età dell’oro dei falsi e delle contraffazioni: quali vicende hanno segnato la storia della cosiddetta Donazione di Costantino?
La storia della Donazione di Costantino, il presunto testo latino con cui l’imperatore Costantino avrebbe affidato alla Chiesa, a inizio IV secolo, l’autorità temporale su diversi territori e in sostanza su tutto l’Occidente, è affascinante. Si tratta infatti di un tipico caso di falso medievale: un documento prodotto per sostenere un punto politico controverso, cioè la legittimità del potere temporale della Chiesa. Nel Medioevo era molto comune creare a posteriori (spesso in ambiente monastico) le pezze d’appoggio per diritti di proprietà o privilegi specifici. Un fenomeno ai nostri occhi poco comprensibile, ma che allora veniva ritenuto da alcuni perfino giustificabile, secondo il principio della pia fraus: un raggiro a fin di bene, verrebbe da dire. Senz’altro durante il Medioevo i concetti di falso e di vero erano diversi dai nostri, e ancora più distanti i modi per accertarli. Le vere origini della Donazione sono abbastanza oscure, ma sembra sia stato prodotto tra la metà dell’VIII e metà del IX secolo. A lungo quasi sconosciuto, venne rispolverato da papa Leone IX, dopo l’anno Mille, e diversi suoi successori lo utilizzarono per difendere rivendicazioni e risolvere dispute territoriali. Dante, nell’Inferno, dimostra di credere alla sua autenticità. Fu l’Umanesimo, come è noto, a svelare il falso: anche se il personaggio più celebre nella vicenda dello smascheramento è Lorenzo Valla, gran parte delle argomentazioni contro il testo erano già in giro da tempo tra gli eruditi. Le smentite umanistiche introdussero nondimeno una novità determinante: la questione venne affrontata infatti ricorrendo a principi che sono alla base della disciplina della filologia, la quale costituisce una risorsa molto preziosa per difendersi dalla disinformazione del XXI secolo.
Come difendersi dalla disinformazione oggi?
Non ci si può fidare della prima impressione, specie online. Oggi viviamo in un’epoca in cui informarsi non costituisce un atto per così dire “passivo” bensì un vero e proprio processo: un’operazione che si protrae nel tempo e richiede la conoscenza di alcune tecniche di verifica di base. Chi non volesse essere un facile bersaglio per la disinformazione che imperversa su internet dovrebbe sapere valutare l’affidabilità delle fonti e sfruttare in maniera oculata i motori di ricerca (compreso per la cosiddetta ricerca “inversa”), i metadati che accompagnano spesso i contenuti ma anche le possibilità di geolocalizzazione. Oggi poi le informazioni si muovono in modo orizzontale, ci arrivano da tutte le parti: questa è una conseguenza delle evoluzioni più recenti dei sistemi comunicativi moderni, e più precisamente dell’avvento dei social network. La nostra è infatti l’era di ciò che alcuni chiamano l’“ipermediatismo”, dove l’individuo, da semplice destinatario di informazioni diffuse dai media tradizionali, è diventato un prosumer, vale a dire un produttore e divulgatore di contenuti. Così, se ci imbattiamo in un’immagine o in un video online – e oggi moltissimi dei contenuti che consumiamo sono visuali – bisogna conoscere qualche semplice operazione di controllo, come la ricerca inversa per immagini o l’analisi dei profili social. Non sono per forza operazioni complesse, ma bisogna avere un minimo di conoscenze tecniche. Anche per questo abbiamo concluso il nostro libro con una guida ai principali strumenti del fact-checking, che può essere completato con l’utilizzo di una “cassetta di attrezzi digitali” come quella sviluppata in parallelo alle ricerche nell’ambito delle quali la pubblicazione di Storie false si inserisce (https://toolkit.facta.news/it).
Michel Pretalli è professore ordinario di Italianistica presso l’Université de Franche-Comté
Giovanni Zagni, giornalista, è direttore dei progetti di fact-checking “Pagella Politica” e “Facta”




