“Storia globale delle istituzioni militari. Stati ed eserciti dal XVI al XXI secolo” di Jacopo Lorenzini

Storia globale delle istituzioni militari. Stati ed eserciti dal XVI al XXI secolo, Jacopo LorenziniStoria globale delle istituzioni militari. Stati ed eserciti dal XVI al XXI secolo
di Jacopo Lorenzini
Carocci Editore

«Nel lungo periodo che va dalla pace di Vestfalia alla Grande guerra, nello spazio europeo si affermano sia il principio del riconoscimento dell’avversario statale come controparte abilitata all’esercizio di un potere identico al proprio, sia una definizione condivisa dell’ambito e dei fini della pratica bellica. In altre parole, la guerra diventa uno strumento nel quadro di una più o meno profonda riorganizzazione di un sistema di Stati che si concepiscono come mutualmente legittimi. Questa concezione non si afferma mai del tutto al di fuori del continente europeo, e anche al suo interno entra in crisi quando le rivoluzioni politiche innescano la trasformazione della guerra in un fenomeno “totale”. Tuttavia, ancora oggi la carta politica del pianeta continua a essere composta da Stati che si autorappresentano come monopolisti della violenza, organizzati dal punto di vista amministrativo, centralizzati: in una parola, “moderni”.

Ma quali relazioni intercorrono tra lo “Stato moderno” e la natura delle istituzioni che sono preposte alla conduzione della guerra? È lo Stato a “fare la guerra”, o la guerra a “fare lo Stato”? La questione viene posta in maniera esplicita all’inizio del XX secolo dallo storico tedesco Otto Hintze. Ricostruendo la storia dell’ascesa dello Stato prussiano, Hintze delinea il concetto di “costituzione militare”, valorizzando i fattori organizzativi e amministrativi della variabile bellica rispetto a quelli biografico-operativi. È dunque l’amministrazione prussiana, e lo sviluppo dell’istituzione militare che avviene per mezzo di questa, a plasmare in maniera determinante la costituzione materiale dello Stato tedesco.

Lo studioso contemporaneo che prende più alla lettera il modello proposto da Hintze è il sociologo e storico statunitense Charles Tilly. Nel corso di una riflessione più che ventennale attorno alle dinamiche di potere che innescano la nascita dello Stato moderno in Europa, Tilly elabora quella che viene poi definita Bellicose Theory: le strutture dello Stato moderno compaiono principalmente come un by-product degli sforzi del potere centrale finalizzati all’acquisizione di mezzi materiali per la conduzione della guerra. […]

Parallelamente alla riflessione su guerra e “Stato moderno” si sviluppa quella, in una certa misura consequenziale, relativa ai fattori che determinerebbero la superiorità militare del sistema statuale europeo rispetto ad altri modelli istituzionali, che pure avevano esercitato la propria egemonia su vaste aree del globo per gran parte dell’età moderna. Il primo a parlare di una military revolution che consegnerebbe agli Stati europei gli strumenti per dominare il mondo è Michael Roberts, che nel 1956 ne individua l’innesco in alcuni elementi di novità sul piano militare che emergono all’alba del XVII secolo nelle Fiandre e in Svezia. Ma il più celebre promotore della Military Revolution Theory è senza dubbio Geoffrey Parker, che alla fine degli anni Ottanta del Novecento la porta a un grado di formalizzazione suggestivo quanto problematico. Nella visione parkeriana, infatti, gli elementi tecnici (fortificazioni, bocche da fuoco, costruzioni navali) prevalgono su quelli politici, culturali e organizzativi, disegnando un quadro nel quale imperi millenari ma arretrati vengono abbattuti da manipoli di geniali inventori europei […].

Tuttavia, la ristrettezza geografica della visuale, eurocentrica quando non direttamente nazionale, non è un problema che affligge solamente la Military Revolution Theory. La stessa storia militare contemporanea ne soffre in maniera strutturale. Una scienza della guerra, che nello sforzo di sistematizzare esperienze e tecniche belliche individua come oggetto di studio privilegiato la storia militare, si sviluppa del resto tra XVII e XIX secolo proprio in seno agli Stati europei “moderni”. All’interno delle accademie militari dell’Ottocento nasce l’organica: lo studio degli aspetti organizzativi e ordinativi delle forze armate, che va ad affiancare le scienze militari classiche (tattica, strategia e logistica). L’analisi delle istituzioni militari nasce quindi come branca di un sapere tecnico e interno, funzionale alla formazione di quei corpi ufficiali europei che, tra le altre cose, si apprestano a sottomettere al dominio coloniale buona parte del mondo. […]

Questo volume prende le mosse proprio dal proposito di indagare la relazione tra Stato “moderno” e istituzioni militari su un piano globale, tenendo conto anche dei modelli alternativi a quello statuale europeo. Le diverse istituzioni militari nazionali non sono, infatti, contenitori stagni, né monoliti compatti e immutabili. Non lo sono all’interno dello Stato, poiché per la loro stessa natura settoriale non possono operare in assenza di altre istituzioni necessarie a evitare il collasso di una società complessa. Le istituzioni militari vivono quindi in un rapporto di interdipendenza, di intensità variabile ma strutturale, con le altre istituzioni sociali e politiche, e dunque non sono isolate né autosufficienti: esistono sempre in relazione e scambio con sfere diverse da quella militare. Come le altre istituzioni, quelle militari sviluppano una cultura professionale, accogliendo saperi altri al proprio interno, proiettandone all’esterno, e sviluppando una propria identità socioculturale. Inoltre, hanno una natura intrinsecamente dinamica, cambiando di forma, composizione e consistenza nel passaggio dallo stato di pace a quello di guerra, e viceversa. Proprio il successo in guerra (o in pace) di una determinata configurazione politico-sociale-militare può poi generare fenomeni imitativi, che a loro volta favoriscono processi di omogeneizzazione sulla base di modelli condivisi, mai del tutto coincidenti con la realtà concreta e quotidiana delle istituzioni che ne sono interessate, e però chiaramente riconoscibili. Tuttavia, proprio a causa dell’interdipendenza tra istituzioni, quando quelle militari vengono forzate al cambiamento a prescindere dal contesto nel quale sono inserite, spesso l’architettura dello Stato collassa. Sono innumerevoli i casi di imitazione “a freddo” che innescano dinamiche impreviste e sovente deteriori rispetto agli obiettivi di chi le ha promosse.

Se il centro di gravità di questo volume è costituito dal rapporto che le istituzioni militari hanno intessuto con la configurazione costituzionale che è stata definita “Stato moderno”, come detto non intendiamo lasciare in secondo piano coloro, fuori ed entro il continente europeo, che per lungo tempo a quel modello non si sono adeguati. Sia per non perpetuare una storia deterministica e teleologica, secondo la quale il modello statuale europeo coincide con l’idea di progresso, e in ultima analisi costituisce il metro sul quale misurare la modernità o l’arretratezza di società, culture e Stati. Sia perché nella contemporaneità quel modello ha mostrato e sta mostrando ampiamente di non aver mai conseguito davvero quel monopolio della violenza che era stato un tratto fondamentale della sua teorizzazione. Senza dimenticare, infine, che nel seno stesso del sistema statuale europeo sono sempre esistiti attori e modelli non conformi a quello dell’istituzione militare centralizzata (jacqueries, volontari, partigiani, paramilitari) e che la stessa cultura europea, anche quando esportata altrove dai colonizzatori bianchi, ha dato origine a modelli di gestione del militare molto diversi da quelli solitamente attribuiti allo “Stato moderno” di tipo europeo: si pensi alle Repubbliche boere, a quelle sud-americane, agli stessi Stati Uniti d’America.

Ci occuperemo, quindi, delle diverse configurazioni che le istituzioni militari terrestri (con un occhio rivolto a quelle marine e aeree) hanno assunto negli ultimi cinque secoli di storia del genere umano, con la consapevolezza che anche durante le fasi più dirette e pervasive del dominio economico, culturale e militare esercitato dal modello statuale europeo, la realtà delle istituzioni militari e politiche globali non si è mai ridotta unicamente e completamente a quest’ultimo. Auspichiamo che la scelta di trattare il caso europeo in questa ottica di comparazione estremamente ampia possa interrogare le colleghe e i colleghi che si occupano di storia della guerra e dello Stato, alimentando il dibattito sul ruolo della storiografia italiana in questo campo di studi. Nel suo piccolo, questo libro vorrebbe infatti provare a stimolare la costruzione di un ponte tra la storiografia militare, alla quale farebbe bene ampliare la portata concettuale e geografica del proprio sguardo, e il campo generale degli studi storici, per il quale una conoscenza più approfondita delle istituzioni militari sarebbe, crediamo, di grande interesse.

Speriamo, infine, che anche un lettore occasionale possa trovare interessante questa cavalcata dalla Cina Ming a Federico di Prussia, dall’Impero ottomano alla NATO, per farsi un’idea di quanto le istituzioni militari e le loro interazioni con le altre istituzioni dello “Stato moderno” abbiano influenzato e influenzino le nostre vite. Al termine di ogni capitolo, indicazioni bibliografiche ragionate consentiranno a chi lo vorrà di approfondire i vari casi nazionali e di area, e le molte questioni storiograficamente complesse che questo volume, giocoforza, può solo sfiorare.»