Educare al digitale. Esperienze e strategie per i servizi educativi 0-6di Cosimo Di Bari
Carocci Editore
«Quale rapporto c’è tra infanzia e digitale? La rapida ed esponenziale diffusione degli strumenti tecnologici nella vita dei soggetti ha coinvolto anche l’infanzia, dato che gli schermi tendono a essere sempre più presenti nelle giornate di bambini e bambine. Come era già avvenuto nel corso del xx secolo (con cinema, radio, fumetti e tv, poi con computer e videogiochi) il progresso delle tecnologie comunicative è ancora oggi accompagnato da preoccupazioni allarmistiche, fascinazioni e mitizzazioni, ma anche da riflessioni pedagogiche che cercano di sfuggire agli estremismi. Nel XXI secolo, soprattutto a partire dalla capillare diffusione del touch screen (quindi intorno al 2010), anche il rapporto tra infanzia e digitale è stato spesso tematizzato, tanto dall’opinione pubblica quanto dalle analisi di varie discipline.
Il modo in cui si tende spesso a interpretare l’associazione tra infanzia e digitale può essere molto simile a un ossimoro, la figura retorica ricorrente in ambito letterario che consiste nell’accostare nella stessa espressione due parole che esprimono concetti contrari. “Infanzia digitale” potrebbe dunque essere assimilabile a un “caldo gelato” o a una “scoscesa pianura”. A sostegno di questa visione si possono citare gli studi che riflettono su quali siano i bisogni del bambino: come si vedrà nel volume, il bambino ha bisogno di esplorare attraverso tutti i suoi sensi e le sue percezioni, ha bisogno di usare le dieci dita delle mani, di formare i riferimenti spaziali e temporali. Queste necessità, come molte altre, non sono garantite facendo ricorso al digitale; anzi, esso tende a inibire esperienze propedeutiche per lo sviluppo del bambino. Gli stessi studi di ambito pediatrico e psicologico sottolineano la necessità di contenere l’esposizione agli schermi durante l’infanzia, evitandoli totalmente nei primi 2 anni di vita. Pensare a infanzia e digitale come un ossimoro però può risultare paradossale viste le statistiche che testimoniano una sempre crescente presenza in ambito domestico dei dispositivi digitali e che illustrano come l’esposizione agli schermi sia sempre più precoce. Anzi, in molti casi sembra quasi che, consapevole di avere tra le mani uno strumento estremamente potente, il genitore tenda a utilizzarlo come una sorta di “ciuccio”, capace di calmare e di rassicurare i figli, o come una bacchetta magica, capace di portarli a compiere azioni o ad assumere comportamenti altrimenti considerati impossibili.
Questo volume, pur partendo dalla constatazione che in molti casi le tecnologie digitali sono presenti nella vita dell’infanzia con tempi e modalità che possono destare preoccupazione, non intende assecondare una prospettiva che vede l’infanzia e il digitale come un ossimoro. Piuttosto, si tenta qui di proporre una visione differente: infanzia e digitale come “binomio fantastico” (Rodari, 1973). La scelta di tale espressione non è una captatio benevolentiae nei confronti di chi lavora nei servizi educativi 0-6 e solitamente ha Gianni Rodari come riferimento non solo letterario ma anche pedagogico. È piuttosto l’invito, a partire proprio dal suggerimento di Rodari, a cercare un punto di vista insolito per costruire qualcosa di inedito. Se pensiamo a infanzia e digitale come binomio fantastico, possiamo iniziare a riflettere sul fatto che “cose” (concetti, oggetti, soggetti) distanti tra loro, ma non opposte, se inserite all’interno di intenzionalità e progettualità pedagogiche possono dare esito a qualcosa di fantastico, appunto. L’aggettivo qui è utilizzato sia per richiamare alla fantasia e all’immaginazione, sia come sinonimo di “eccitante”, “interessante”, “divertente”. Pensare a infanzia e digitale come binomio fantastico significa quindi riflettere sui due termini, partendo anzitutto dal chiedersi chi sia il bambino, che cosa lo distingua dall’adulto e quali siano oggi (quali erano ieri e quali saranno domani) i suoi bisogni. Significa poi riflettere su quali caratteristiche (contrassegnate da rischi, ma anche da opportunità) possiedano le tecnologie digitali. Significa anche pensare, in una prospettiva pedagogica, alle azioni che possono essere intraprese per rendere questo potenziale dialogo, al pari di tanti altri binomi, stimolante e non inibente.
La tesi centrale del volume è che i servizi educativi 0-6 possano diventare il cuore pulsante di questo binomio fantastico. Sono loro, infatti, a poter offrire un supporto alle famiglie (e, quindi, all’infanzia) per passare da frequenti forme di abuso degli strumenti digitali a utilizzi che possano essere attivi, consapevoli, critici (almeno gradualmente, in funzione dell’età) e creativi. Piuttosto che pensare al divieto dell’esposizione agli schermi o alla colpevolizzazione del genitore rispetto agli abusi, è da preferire un approccio educativo, che invita a pensare, a riflettere, a capire. E che ricorda al genitore (all’adulto, in generale) la necessità di esser-ci. Questo termine, che ha una matrice filosofica (Heidegger, 1969), richiama la necessita di essere in un qui-e-ora contrassegnato da attenzione, progettualità e cura. Di stare consapevolmente in una relazione educativa. E, dunque, di essere adulti capaci di accompagnare il bambino a diventare cittadino, senza delegare ad altri o (ancora peggio) a strumenti tecnologici funzioni che dovrebbero essere prioritariamente umane.
Il volume si articola in cinque capitoli, attraverso i quali, in modo ricorsivo, si forniscono possibili risposte a un interrogativo: che cosa possono fare i servizi educativi 0-6 per promuovere la costruzione della competenza digitale dell’infanzia? Il capitolo 1, in particolare, cerca di disambiguare alcuni termini che, ormai entrati nel lessico quotidiano, rischiano di essere poco problematizzati: ad esempio, si rifletterà su che cosa sia effettivamente medium e quale sia il senso dell’aggettivo “digitale”, valutando le caratteristiche che possiedono gli strumenti digitali e riflettendo sull’approccio della Media Education. Il capitolo 2 illustra le modalità attraverso le quali, solitamente, l’infanzia incontra gli schermi digitali nell’epoca contemporanea: provando a superare il mito dei nativi digitali, si sottolinea l’esigenza di tematizzare il concetto di competenza digitale per chiedersi quali strade possono essere intraprese per favorire una sua acquisizione fin dalla prima infanzia. Il capitolo 3, partendo da un focus sui bisogni del bambino e sottolineando i limiti degli approcci che demonizzano e di quelli che mitizzano il digitale, auspica la scelta di una terza via, definendola “ecologica” o “omeostatica”, cioè finalizzata a preservare l’equilibrio.
La parte più operativa si trova nei capitoli 4 e 5. Qui si fa riferimento a una serie di azioni concrete da intraprendere e a una serie di esperienze che possano generare riflessioni e nuove progettazioni. Il capitolo 4 è articolato in funzione delle fasce di età, con specifiche azioni che possono essere intraprese fin da prima della nascita, per arrivare fino ai 6 anni. Il capitolo 5, quello più ricco di esempi, è strutturato in funzione delle varie esperienze di educazione al digitale.»




