“Sapienza egizia. La letteratura educativa in Egitto durante il II millennio a.C.” a cura di Alessandro Roccati

Prof. Alessandro Roccati, Lei ha curato l’edizione del libro Sapienza egizia. La letteratura educativa in Egitto durante il II millennio a.C., edito da Paideia: che importanza riveste la letteratura sapienziale egizia per lo studio e la comprensione della civiltà faraonica?
Sapienza egizia. La letteratura educativa in Egitto durante il II millennio a.C., Alessandro RoccatiQuesto lavoro è stato provocato dalla lettura del celebre saggio di Arnaldo Momigliano Alien wisdom, che ignora completamente le fonti egizie. In effetti la conoscenza di queste si è prodotta gradualmente, sia per la difficoltà nel tradurre i testi già disponibili, sia per le asperità nel reperimento e nella ricostruzione di altri.

Il lavoro presente è esso pure un rifacimento reso necessario dai progressi intercorsi nei campi predetti durante gli ultimi trent’anni, e non costituisce certamente l’ultima parola sull’argomento. Tuttavia esso si inscrive nella tappa più avanzata consentita dal deciframento della scrittura degli antichi egizi, quella della ricerca e della ricomposizione di materiali spesso ridotti a frammenti irriconoscibili. Le opere considerate sono appunto quelle per le quali si dispone attualmente di una conoscenza sufficiente.

A differenza della documentazione funeraria, abbondantemente preservata nelle tombe, alcune di esse rinvenute intatte con documenti spesso di alto pregio, e di quella religiosa incisa (ma non esclusivamente) sulle pareti di pietra dei templi (la pietra si addiceva al sacro, essendo considerata eterna ed indistruttibile), i resti pertinenti alla vita quotidiana e civile furono soggetti a continue distruzioni, non ostante si tenesse in gran pregio l’arte del discorso e il ricordo della tradizione. Gran parte dei materiali più fragili (come i papiri) andarono persi e si sono conservati per lo più materiali poveri, come i cocci di vaso usati per scrivere documenti di minore pregio, che si sono rivelati più resistenti alla prova del tempo.

Tuttavia non tutto è perduto e gli studi stanno ricomponendo un intricato quadro attraverso un’esegesi sempre più raffinata di quanto si rinviene. Non fu elaborato dagli egizi un vero e proprio canone relativo al genere sapienziale in quanto tale, e le opere pertinenti facevano parte della pratica di vita, estranee quindi ad un’applicazione funeraria, che è quella che ha maggiormente conservato memorie di quella civiltà estinta. Di qui l’estrema frammentarietà e casualità del patrimonio che si sta ricostruendo attraverso una sfida tra le più difficili.

La sua importanza è confermata dal numero di composizioni scritte che si è riusciti finora a recuperare e che si sono potute assegnare a questo genere. In esse si riflette direttamente la vita reale e non una pratica funeraria. La redazione di queste opere è attribuita a “saggi” eminenti, non solo per il pensiero, bensì per la capacità oratoria riflettuta da una ricerca stilistica (le opere son probabilmente redatte in una forma metrica) che è uno dei temi degli studi attuali.

Quali sono i testi più significativi della letteratura di edificazione egizia?
La conservazione delle opere afferenti alla “sapienza” è in gran parte dovuta al caso. Tuttavia si riscontra per alcune di esse una maggiore “popolarità”, che ne ha tramandato un significativo numero di testimonianze per lo meno in certi ambienti o periodi. Ma talora le opere meglio conosciute lo sono semplicemente perché il caso ne ha salvato copie maggiormente integre (ad esempio gli insegnamenti di Ptahhotep e di Amenemope). Alcuni motivi ricorrono in opere diverse, come se si instaurasse anche un richiamo tra di esse. Nondimeno vi è una notevole varietà di contenuti, dovuta anche a tempi e circostanze diverse di redazione, e vi si può seguire un passaggio dalla morale di Stato ad un sentimento religioso più personale. Una caratteristica comune del genere è che alcune opere rimasero a lungo, a volte per più di un millennio, nel favore di lettori e uditori, tra i quali primeggiano indubbiamente gli scribi. Indipendentemente dalle questioni controverse di cronologia si deve riconoscere la precocità di questo genere letterario, che non appare secondario a nessuno degli altri campi, come quello religioso o quello scientifico, di cui si notano premesse e riflessi fin dal terzo millennio a.C.

Quali temi trattano le opere di letteratura sapienziale a noi pervenute?
Distinguere “il vero dal falso” e “il bene dal male”, ma soprattutto conoscere il comportamento da tenere nelle diverse circostanze e sapersi esprimere con un eloquio attraente e convincente sono finalità degli autori degli insegnamenti. Il concetto di “giustizia” riflette un carattere connettivo (a un’azione buona o cattiva segue una conseguenza corrispondente) e persegue un “patto di solidarietà verticale” (il superiore deve proteggere l’inferiore, che deve essergli leale), sotto il giudizio supremo del faraone (il “dio grande”) prefigurazione di Osiri nel tribunale dei morti. Tuttavia singole opere hanno un carattere “politico e trattano il tema del “buon governo” coinvolgendo lo stesso faraone, oppure tratteggiano episodi di vita dei sudditi illustrati a volte anche dalle arti figurative, non senza implicazioni per la “storicità” della loro composizione e della loro fortuna.

A chi erano rivolte tali opere?
Formalmente le opere sono rivolte a un “discepolo”, la cui condizione sociale è compatibile con colui che impartisce l’insegnamento (visir, faraone, scriba). Non stupisce che le tracce maggiori di questo genere siano conservate da un ambiente scribale, nel quale siano state usate anche a scopi scolastici. Del resto erano gli scribi che sapevano leggere e che certamente le recitavano ad un pubblico vasto. È significativo che se ne trovino echi nella Bibbia (ciò che in origine suscitò molte polemiche per sostenere la priorità del Libro sacro) e probabilmente anche nella filosofia greca. Alcuni precetti erano noti ancora a monaci cristiani. Un aspetto non minore del recupero della “sapienza egizia” sta nel rintracciarvi le premesse di ulteriori sviluppi presso altre culture, che mostrano rapporti di dipendenza non dichiarati.

Effettivamente la documentazione si sviluppa su due distinti livelli linguistici, in funzione dell’ambiente culturale di cui si nutrirono gli autori e anche i loro destinatari, presupponendo egualmente la traduzione in lingue diverse dall’egiziano.

Quali progressi e scoperte recenti integra la nuova edizione del testo da Lei curato?
Le questioni sollevate dalle modalità con cui ci è pervenuta memoria delle opere in rassegna son di molteplice ordine. Tra il recupero e la ricostruzione possono intercorrere parecchi anni: cento anni fa neanche s’immaginava l’esistenza dell’Insegnamento di Hardedef. Subentra quindi il lavoro di interpretazione e di definizione cronologica. Questa può subire diverse valutazioni dovute a vari fattori. La datazione degli autori specificati all’inizio delle singole opere non è sicura, come non è certa la loro effettiva paternità; del resto essi sono poco più che nomi; inoltre ciò che resta delle singole composizioni è trasmesso dalla tradizione, talora molto tempo dopo la presunta data di composizione; le copie presentano errori e divergenze. Senza essere definitivamente accertata, la soluzione adottata nel presente volume, talora in contrasto con le proposte di altri studiosi, dipende da una lunga consuetudine con questi testi, soppesandone i relativi apporti e le criticità di altre scelte. La cronologia di un’opera (intendendo per tale non solo la data di composizione ma anche la durata della sua fruizione) contiene profonde implicazioni per la ricostruzione del quadro storico e sociale, come per lo sviluppo di forme letterarie.

Nel presente volume rispetto alla prima edizione si trova variata la datazione di alcune opere, mentre il contenuto di altre ha beneficiato di apporti alquanto cospicui, che ne hanno esteso il testo conosciuto. Altresì la comprensione di alcuni passi ha potuto esser chiarificata. Per fare un esempio: la composizione che nella prima edizione era presentata come “panegirico reale” o “insegnamento lealista”, è divenuta ora “l’insegnamento di Kairsu” dopo una fortunata scoperta che ha consegnato definitivamente il vero nome dell’autore designato. Sennonché il tema di “insegnamento lealista” era considerato un’azione di propaganda del nuovo volto della monarchia assunto dalla XII dinastia, mentre Kairsu è una figura che nel “canone dei savi” è associata al visir Ptahhotep. Benché alcuni studiosi propendano per una data “recente” per la composizione dell’Insegnamento di Ptahhotep (non prima dell’inizio del secondo millennio a.C.), la tradizione nel testo lo associa al penultimo re della V dinastia, una definizione cronologica che non è priva di elementi a sostegno. Quindi ne risulterà una visione storico-culturale alquanto modificata rispetto a quella supposta nel passato.

Questo è uno degli ostacoli che impedisce di scrivere una storia della letteratura egizia dotata di una struttura solida.

Alessandro Roccati è socio nazionale dell’Accademia delle Scienze di Torino e Professore Emerito di Egittologia. Dal 1972 al 1987 è stato dipendente del Museo Egizio di Torino e dal 1987 al 2005 ha insegnato Egittologia come Professore Ordinario nell’Università di Roma “La Sapienza”, e dal 2005 al 2011 nell’Università di Torino. Dal 1990 al 2000 è stato anche Supplente di Egittologia nell’Università di Torino. Inoltre è stato invitato a tenere corsi di Egittologia nelle Università di Genova, Milano, Enna, Ginevra, Parigi e Cracovia.