Paleografia grecadi Daniele Bianconi, Edoardo Crisci e Paola Degni
Carocci editore
«La paleografia ha come oggetto di studio la scrittura (e in modo particolare la scrittura a mano), indagata sul duplice versante delle tecniche e dei modi di esecuzione dei segni e dei fattori storici, culturali, sociali che ne definiscono, in ogni momento, il contesto di regole, funzioni, significati. Essa è dunque, in primo luogo, una disciplina formale, in quanto si applica, con una sua specifica metodologia, a un oggetto che si connota in ragione della sua forma (i segni grafici, appunto), di cui la paleografia analizza la struttura, le regole di costruzione, le dinamiche di trasformazione. Ma in quanto prodotto dell’attività umana, la scrittura è al tempo stesso partecipe della dimensione storica dell’agire umano, di cui condivide e riflette gli orientamenti, le tensioni, le articolazioni; storica è dunque, a tutti gli effetti, la disciplina che se ne occupa. Leggere e comprendere i documenti scritti a mano – di qualunque natura essi siano e a qualunque epoca appartengano – è il primo obiettivo della disciplina paleografica, ma tale obiettivo non può essere perseguito se non attraverso la conoscenza dei modi, storicamente definiti, in cui quei prodotti si sono strutturati, in relazione tanto alle forme quanto agli scopi e alle funzioni cui essi erano destinati.
Il secondo obiettivo – ovviamente inscindibile dal precedente – consiste nel datare e localizzare le testimonianze scritte, sulla base ora di elementi oggettivi (per lo più di natura extragrafica), ora delle stesse forme grafiche, una volta che se ne siano individuate le peculiarità e le articolazioni per epoche e luoghi. I documenti, in quanto vincolati a circostanze, atti e azioni di cui rappresentano la certificazione, sono in genere provvisti (se integri) di indicazione di data e di luogo; diverso è il caso dei libri: alcuni di essi recano indicazioni sicure di data e/o di luogo, giacché i copisti ne riportano gli estremi nelle sottoscrizioni; in altri casi è possibile desumere queste informazioni da una serie di elementi oggettivi, che rendono i manoscritti databili e/o localizzabili con buona approssimazione: riferimenti a personaggi, eventi o luoghi di cui sia nota la cronologia e/o la dislocazione, dati archeologici e circostanze di ritrovamento, per quanto riguarda i papiri. In tutti gli altri casi (e sono la maggioranza) le ipotesi di datazione e di localizzazione si fondano sul confronto grafico fra ciò che è sicuramente datato e/o localizzato (documenti, libri sottoscritti) e ciò che non lo è, e si basano sull’efficacia del metodo paleografico e sulle valutazioni del paleografo. Indicazioni utili alla datazione dei manoscritti possono venire anche da aspetti relativi alla manifattura libraria, all’ornamentazione, alla tradizione dei testi e alle dinamiche della loro trasmissione, aspetti che, tuttavia, attengono a discipline diverse dalla paleografia, pur se con essa assai strettamente collegate.
Riconosciuto alla disciplina lo statuto di scienza storica delle forme grafiche, occorre precisarne metodo e strumenti di indagine. In relazione all’analisi strutturale dei segni, bisogna fare riferimento ad alcune nozioni basilari, il cui uso appare ormai consolidato nella tradizione degli studi paleografici. Esse risultano utili innanzitutto a descrivere i fenomeni grafici, giacché la descrizione dell’oggetto su cui si indaga è il primo passo per comprenderne la natura. In secondo luogo, l’adozione di una terminologia paleografica condivisa consente di confrontare fra loro i fenomeni e quindi di classificarli, di aggregarli o disaggregarli, di metterli in rapporto gli uni con gli altri nella costruzione di un discorso finalizzato alla comprensione non impressionistica né frammentaria dei fatti grafici. Ovviamente ogni modello di descrizione, per non risultare generico e fine a sé stesso, deve essere commisurato alla natura dei fenomeni grafici ai quali si applica, di volta in volta rilevandone le peculiarità significative e tralasciando invece ciò che può risultare marginale, accessorio, non funzionale all’operazione conoscitiva che si intende realizzare. Tratteggio, ductus, forma e tracciato, modulo, angolo di scrittura e angolo di inclinazione sono alcuni degli elementi di valutazione grafica che i protocolli di descrizione elaborati da diversi studiosi hanno messo in evidenza, di volta in volta precisandone la portata e i limiti nell’analisi delle scritture e dei fenomeni grafici. […]
- Editore: Carocci
- Autore: Daniele Bianconi , Edoardo Crisci , Paola Degni
- Collana: Manuali universitari
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2021
In realtà, l’uso delle nozioni di “tipo” e “stile” non appare sempre così rigoroso e univoco negli studi di paleografia greca, giacché entrambe insistono su fenomeni grafici in qualche misura codificati e riconoscibili; in una prospettiva empirica, piuttosto che teorica, si potrebbe dire che i tipi grafici esprimono realtà più circoscritte nel tempo e nello spazio, potendosi identificare (già nella denominazione stessa) con caratteristiche peculiari di un singolo scriba e comunque in contesti ben definiti, laddove gli stili possono avere un raggio di azione, per così dire, più ampio e articolato, benché sempre radicati nell’humus di una realtà scrittoria viva e mutevole. In questo senso si parla generalmente di “stile epsilon-theta” o di “stile severo” per l’età romana, e di “stile ad asso di picche” o “stile di Reggio” per il periodo bizantino, facendo riferimento a scritture dai tratti peculiari ma di uso diffuso.
Il termine canone si applica a scritture formali che tendono a mantenere invariati nel tempo (anche per più secoli) i loro tratti peculiari, stabilizzandosi in modelli dal forte e durevole impatto normativo. Un canone grafico si configura come un sistema in cui tutti gli elementi (tratteggio, tracciato, chiaroscuro, forma delle lettere, elementi decorativi) risultano, in un certo senso, codificati e vincolanti. Tradizionalmente applicata allo studio delle maiuscole librarie (maiuscola rotonda, biblica, alessandrina, ogivale), la nozione di canone non sembra aver interessato la minuscola, pur se talune specifiche manifestazioni di essa, generalmente indicate come stili (per esempio, lo “stile di Reggio”), potrebbero, per il loro rigore normativo e la loro persistenza nel tempo, essere interpretate anche come canoni. Benché si sia cercato, di recente, di ridimensionare la portata della nozione di canone, sostituendola con quella, più generica, di scrittura normativa, nella presente trattazione si è preferito conservare la terminologia tradizionale, in riferimento a scritture come la maiuscola biblica, la maiuscola alessandrina e le due ogivali diritta e inclinata. […]
L’opera fondante della paleografia greca – da cui la disciplina deriva il suo stesso nome – è il trattato di Bernard de Montfaucon, Palaeographia Graeca, sive de ortu et progressu litterarum graecarum, pubblicato a Parigi nel 1708.»




