“Manuale di studi strategici. Da Sun Tzu al disordine globale” di Giampiero Giacomello e Gianmarco Badialetti

Prof. Giampiero Giacomello, Lei è autore con Gianmarco Badialetti del Manuale di studi strategici. Da Sun Tzu al disordine globale, ora ripubblicato in una nuova edizione aggiornata e ampliata da Vita e Pensiero. Come scrivete nell’Introduzione al libro, «il mondo si trova oggi in una condizione di conflittualità espressa e latente preoccupante, inimmaginabile solo pochi anni addietro»: a cosa è dovuto il cambio di passo da Voi evidenziato, “una maggior fluidità nel passaggio tra condizione di pace e di guerra”?
Manuale di studi strategici. Da Sun Tzu al disordine globale, Giampiero Giacomello, Gianmarco BadialettiÈ proprio la consustanzialità di scontro fisico, cognitivo e virtuale che rende fluido il passaggio tra pace e guerra. Siamo entrati in una condizione di scontro permanente. Il che non significa che questa tensione si manifesti per noi necessariamente con uno scontro cinetico, che risulti in una guerra guerreggiata. Ma sicuramente le nostre società dovranno gradualmente abituarsi alla presenza del rischio. E non solo al rischio di guerra totale, che comunque la logica della deterrenza nucleare rende remoto, ma anche e soprattutto al calcolo di un avversario che parta dal presupposto di una nostra impreparazione o lentezza nel reagire ad uno shock strategico. Svizzera e paesi Scandinavi hanno una lunga tradizione nel campo della difesa totale, che vede forze armate, istituzioni e società civile operare in modo coordinato e sinergico per rispondere ad una minaccia esterna. Anche il resto d’Europa dovrà prendere atto del fatto che alle minacce ibride si può rispondere solo con un meccanismo di difesa speculare. Intimidazione e minaccia tornano a far parte del lessico strategico, mentre svanisce definitivamente l’illusione di far fronte alla complessità del mondo armati di soft power. Sta a noi decidere se farci trovare pronti. Qualcuno potrebbe dire che è questa la miglior garanzia per far sì che la guerra in Europa resti confinata all’ambito virtuale.

Quali nuovi strumenti gli attori strategici mettono in campo con crescente capacità?
La panoplia è quanto mai eterogenea. Si combatte come detto nella dimensione fisica, virtuale e cognitiva. Per quanto riguarda la prima, le condizioni d’impiego di tattiche e sistemi d’arma dipendono dalla specificità del campo di battaglia. Nel conflitto ucraino la massa è il determinante fondamentale. Quindi la capacità di mantenere elevato e costante l’approvvigionamento di uomini, materiali e munizioni. Questo è stato un problema maggiore per l’Ucraina, che ha dovuto fare affidamento sulla prodigalità dei paesi donatori – che l’hanno sostenuta e la sostengono – per sua natura imprevedibile e discontinua. Una variabile che ha avuto non poco impatto sulla capacità della difesa di pianificare e condurre le proprie operazioni. Nel conflitto Israelo-palestinese, la tecnologia ha consentito ad IDF di mappare e plasmare un campo di battaglia ristretto con precisione millimetrica. Questo ha avuto un effetto devastante sulle possibilità di Hamas di opporre resistenza a Gaza. In Libano lo stesso schema sembra riproporsi contro Hezbollah, ma con caratteristiche diverse ed effetti di medio e lungo termine ancora da valutare. Certamente diverso da quello osservato nella campagna combattuta nel 2006. E gli Houthi in Yemen sembrano riuscire a tenere testa alla superiore tecnologia occidentale, avendo a disposizione un territorio vasto nel quale disperdere ed occultare lanciatori e missili, centro di gravità della loro forza di attacco.

Il fatto che molte delle regole che pensavamo immutabili, perché legate al sistema di sicurezza collettivo imperniato sul progetto delle Nazioni Unite, siano saltate, ha scompigliato le carte sul piano della dimensione cognitiva, quella che riguarda la gestione delle percezioni quindi il potere d’influenza sulla volontà dell’avversario. Hamas ha pianificato il 7 ottobre confidando probabilmente sul fatto che Israele sarebbe stato condizionato nella sua risposta dalla pressione alla moderazione esercitata da USA ed Occidente e che questo avrebbe portato ad un corto circuito strategico in grado di bloccarne, o comunque renderne inefficaci, i processi decisionali. Un calcolo razionale, ma che non aveva fatto i conti con il ritorno alla politica dell’equilibrio (balance of power) che ignora, o per lo meno mantiene subordinati, diritto internazionale e pressioni diplomatiche. E poiché, come sappiamo, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica trova la sua cassa di risonanza nel mondo virtuale, dove si integrano nuove tecnologie con le vecchie tecniche di disinformazione, ecco che anche il mondo virtuale appare sempre più attraversato da una sorta di scontro permanente.

Questa terza edizione del manuale introduce l’analisi del conflitto ucraino, prima guerra convenzionale tra stati combattuta da nazioni europee dal tempo della Guerra delle Falkland/Malvinas: quali sono elementi e logiche della rinnovata violenza che osserviamo nei rapporti internazionali?
Il conflitto in Ucraina è un fenomeno, non di per sé la causa fondamentale all’origine della rinnovata conflittualità. I motivi profondi sono analizzati nel manuale e sono molteplici. La crescente influenza ed il peso economico del Sud Globale, gli sviluppi tecnologici e l’accesso alle tecnologie distruttive, la pressione demografica e le sue conseguenze sulla struttura sociale degli stati, vecchi e nuovi rancori che si integrano in rifiuto del modello culturale ed etico imposto dall’Occidente, visto da molti come strumento di nuova colonizzazione. E la comparsa di nuove grandi e medie potenze, le cui leadership non sono più disposte a giocare un ruolo subalterno sui quadranti internazionali.

Il manuale è alla sua terza edizione. La prima è stata data alle stampe nel 2009, tempi di crisi globale finanziaria, poco a seguito della sfida all’Occidente lanciata dal Presidente Putin alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza del 2007 e con l’aggressione alla Georgia l’anno successivo. Segni premonitori ancora non chiaramente interpretabili nelle loro profonde conseguenze sociali e politiche. Di lì a poco le primavere arabe accenderanno nuovi focolai di instabilità e tensione in Medio Oriente. Fenomeni tutti correlati e sfruttati abilmente da attori emergenti, statuali e non, però non ancora interpretabili in una chiara prospettiva di cambiamento strategico. Il mondo del 2009 era ancora quello delle Stability Operations in Iraq ed Afghanistan, dell’illusione della costruzione in stati falliti o divisi da faglie tribali di nuove strutture politiche nazionali – Nation building – strutturate a similitudine dei modelli occidentali di riferimento. La seconda edizione è del 2016 e prende le mosse dalla comparsa, o meglio, dal perfezionamento, del modello di Guerra Ibrida, realizzata nella pratica del laboratorio di Crimea e Donbas nel 2014. Qualcosa stava cambiando ed il manuale cercava di cogliere e sistemare concettualmente i segni di questo cambiamento, partendo dalla dottrina Gerasimov, ma anche dal nuovo ruolo dei quasi-stati quali l’ISIS nei conflitti in Medio Oriente e Sahel. L’attacco all’Ucraina ha svelato in modo definitivo ed inequivocabile le nuove logiche e regole del conflitto. Ed il tragico abbandono di Kabul da parte delle forze della coalizione occidentale ha definitivamente suggellato la fine delle vecchie. Una revisione del manuale era dunque necessaria.

Gli autori hanno avuto il vantaggio, ed a volte la triste consapevolezza, di poter analizzare questa evoluzione del quadro strategico dall’osservatorio privilegiato delle loro posizioni professionali ed accademiche. Il loro auspicio è quello di poter aiutare studenti e lettori ad acquisire i fondamentali dell’approccio strategico, che sono poi gli strumenti per comprendere la complessità del mondo liberandosi dal condizionamento di convinzioni ed emozioni. Spesso il dibattito strategico, soprattutto in Italia, è viziato da superficialità ed emotività, e perde di vista la necessità di disporre logicamente in modo coerente fini, mezzi e strumenti, per arrivare ad una lettura coerente, anche se mai definitiva, dei fenomeni.

In quale direzione si sta dunque muovendo il mondo?
Il dato fondamentale è il dissolvimento del sistema di sicurezza collettivo costruito nel secondo dopoguerra. L’equilibrio che ha garantito pace armata e conflittualità limitata nel corso della Guerra fredda, e poi isolamento dei conflitti in aree remote – dal punto di vista dell’Occidente – dopo il collasso dell’Unione Sovietica e nel corso della ‘Guerra globale al Terrore’, è saltato. Intangibilità dei confini nazionali ed immanenza del diritto internazionale non sono più dati assoluti ed incontrovertibili. Una serie di shock strategici hanno eroso gradualmente le nostre certezze. E nell’ultimo decennio, l’accelerazione strategica descritta nel manuale ha acquistato crescente momento. L’idea di fondo alla base dello spirito Carta delle Nazioni Unite, l’illegalità della guerra, oltre che la sua immoralità, è ormai alle nostre spalle. Anche se parte del lessico idealista che la sottende rimane in auge, il nuovo sistema di regole non scritte riporta la guerra alla sua dimensione storica di interazione contrattuale tra stati od entità politiche, sottoposta a limiti che non escludono la sua rilevanza nella dialettica delle relazioni internazionali.

Il mondo è diventato senza dubbio un luogo più instabile e pericoloso. Questo avrà conseguenze pratiche importanti sulle nostre vite. I sistemi di alleanze troveranno un nuovo equilibrio che dovrà necessariamente tenere conto del ritorno ad una politica di potenza alla quale cancellerie ed opinioni pubbliche non erano più abituate. Come sempre è accaduto nella storia, questa pressione crescente avrà un effetto su impiego delle risorse e budget nazionali. I welfare generosi alla quale l’Europa Occidentale ci aveva assuefatti verranno gradualmente erosi per dare spazio a programmi di ammodernamento dei sistemi difensivi, ormai ineludibili, ma per troppo tempo negletti a favore di misure dal facile impatto sulle audience elettorali. Questo aumenterà il risentimento nelle opinioni pubbliche occidentali, che i nostri avversari sapranno alimentare e sfruttare a loro vantaggio attraverso la propaganda veicolata dai social media. Gestione delle percezioni, controllo riflessivo e maskirovka sono concetti che in parte predatano la Rivoluzione di Ottobre, ma sono stati integrati nell’uso delle nuove tecnologie in modo incredibilmente efficace.

Insomma, la guerra è tornata a bussare alle nostre porte. Oggi si combatte non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella virtuale e cognitiva. La capacità di mantenere la minaccia fisica allo stato potenziale dipenderà in buona parte dalla rapidità ed efficacia con le quali l’Occidente saprà reinventare sé stesso, condividere una nuova visione strategica necessariamente diversa da quella che dal dopoguerra ha schermato l’area Euroatlantica dagli effetti più devastanti dell’impiego della violenza organizzata. Darsi un nuovo assetto in un contesto nel quale non è più dominante e dove altre potenze sono in aperta contrapposizione non sarà facile, ma è oltremodo necessario. Il vantaggio rispetto al periodo dello scontro bipolare è che oggi la rete di interessi economici e commerciali è talmente diffusa e pervasiva da legare inestricabilmente alleati ed avversari in un intreccio di attriti, risentimenti e reciproci vantaggi. La Cina, a differenza dell’Unione Sovietica qualche decennio fa, è un rivale strategico, ma anche un partner commerciale fondamentale. L’Africa una bomba demografica dall’impatto potenzialmente devastante, ma anche l’area del pianeta a che sul piano economico cresce più velocemente. In un contesto come questo torna alla mente l’aforisma del Presidente Theodore Roosevelt, ‘se vuoi andare lontano parla con voce suadente, ma porta con te un grosso bastone’.

Giampiero Giacomello è professore di Scienza politica nell’Università di Bologna, dove da molti anni tiene il corso di Studi strategici

Gianmarco Badialetti, già Ufficiale dell’Esercito Italiano, è cresciuto militarmente nei ranghi della Brigata Paracadutisti Folgore. Ha servito per molti anni presso comandi NATO e ONU e ha preso parte a diversi turni operativi nei Balcani (Operazione Alba, SFOR, KFOR), in Afghanistan (Enduring Freedom, ISAF) e in Iraq (NTCB-I). Si occupa oggi di programmi di sviluppo della leadership a favore di privati e organizzazioni internazionali.