La cultura medica e chimico-farmaceutica di lingua francese e di lingua inglese e la sua diffusione in Italia fra la metà del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, Giovanni CiprianiProf. Giovanni Cipriani, Lei è autore del libro La cultura medica e chimico-farmaceutica, di lingua francese e di lingua inglese e la sua diffusione in Italia, fra la metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento edito da Aracne: quale influenza ebbe a cavallo fra il XVIII e XIX secolo la cultura scientifica francese ed inglese in Italia?
L’influenza della cultura scientifica francese ed inglese in Italia, sotto il profilo medico e chimico farmaceutico, fra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, è stata di estremo rilievo e, per molti aspetti, determinante. La Francia era nettamente all’avanguardia in alcuni settori fondamentali ed in primo luogo nella chimica. Nicolas Lemery era stato, senza dubbio, il padre della chimica farmaceutica ma fondamentale fu il contributo di Antoine Laurent de Lavoisier a cui si deve l’articolazione della chimica moderna, oltre alla precisa individuazione dell’ossigeno e dell’idrogeno e la definizione della Legge di conservazione della massa, in base alla quale in una reazione chimica la somma dei pesi delle sostanze di partenza, o reagenti, deve essere uguale alla somma dei pesi delle sostanze ottenute, o prodotti. Importante fu poi il ruolo di Jean Antoine Chaptal che seppe rendere la chimica popolare grazie al suo spirito pratico, sottolineando le eccezionali applicazioni di quella scienza nei campi più disparati, come dimostra la sua apprezzata Chimie appliquée aux arts, apparsa nel 1807 e subito tradotta in lingua italiana.

La Francia era poi all’avanguardia nella ostetricia e nella ginecologia. François Moriceau aveva gettato le basi della disciplina, che era stata portata a livelli più elevati da Jean Louis Baudelocque, il primo a dare dignità di scienza all’ostetricia ed a sottolineare l’importanza clinica della misurazione del diametro interno del bacino femminile. I suoi celebri Principes sur l’art des accouchemens furono tradotti da Spirito Costanzo Mannaioni e pubblicati a Firenze nel 1810 per favorire la formazione delle levatrici. Sempre Mannaioni integrò nel 1817 il testo di Baudelocque traducendo parte del Cours théorique et pratique d’accouchemens di Joseph Capuron e pubblicandolo a Firenze con il titolo: Trattato del parto strumentale. Di grande rilievo fu poi il contributo di Claude Martin Gardien ed i quattro volumi del suo Traité complet d’accouchemens et maladies des filles, des femmes et des enfans, con belle incisioni esplicative,  furono offerti ai lettori italiani fra il 1819 e il 1821.

La fisiologia si stava sempre più imponendo all’attenzione, grazie agli studi di François Magendie, a cui si deve anche un interessante Formulaire pour la préparation et l’emploi de plusiurs nouveaux médicamens, pubblicato in italiano nel 1822, contemporaneamente a Milano ed a Firenze. Nell’edizione fiorentina, impressa da Guglielmo Piatti, vennero aggiunte in appendice le originali Recherches sulla chinina, portate a compimento da Pierre Joseph Pélletier e Joseph Benaimé Caventou. I due celebri chimici francesi, nel 1820, dopo ripetuti esperimenti, erano infatti riusciti ad estrarre e ad isolare dalla corteccia della chinina il principio attivo in forma pura, un alcaloide che fu denominato chinino.

Non meno significativo fu il peso della chirurgia francese che proprio negli anni napoleonici, per necessità militari, aveva avuto il massimo incremento. L’importante trattato di Médecine operatoire di Raphael Bienvenu Sabatier, articolato in sette volumi ed apparso nel 1796, fu finalmente tradotto in italiano e pubblicato a Firenze, dall’instancabile Piatti, fra il 1822 e il 1825. Louis Jacque Begin proseguì sulla medesima strada ed i suoi Nouveaux élémens de chirurgie et médecine operatoire ebbero un lusinghiero successo nel nostro paese, nella traduzione di Ignazio Rozzi.

La psichiatria si affermò proprio in Francia. Philippe Pinel con il suo Traité medico-philosophique sur l’alienation méntale, apparso nel 1801 ma tradotto in italiano nel 1830, pose le basi di un nuovo rapporto fra il medico ed il malato di mente. Tolte le catene ed introdotti metodi più blandi di contenzione, Pinel aveva ritenuto utile, sotto il profilo terapeutico, la costruzione di un rapporto personale con ogni malato, basato su colloqui e sulla pratica del lavoro, la nota ergoterapia.

Non meno interessante è il caso della medicina perinatale che trionfò grazie al magistrale Traité des maladies dens enfans nouveaux nés et à la mamelle di Charles Michel Billard, pubblicato in Italia, a Milano, nel 1830. Come non ricordare, infine, René Théophile Laennec, il padre dello stetoscopio, lo strumento con cui le malattie dei polmoni e del cuore furono, per la prima volta, auscultate. Il suo ampio lavoro De l’auscultation médiate ou traité du diagnostic, fu tradotto da Angiolo Modigliani e pubblicato a Livorno fra il 1833 e il 1836.

Di grande rilievo fu poi il contributo britannico allo sviluppo della medicina, della chimica e della farmacia nel nostro paese. In primo luogo furono estremamente apprezzati gli Statical essays di Stephen Hales, incentrati sulla circolazione del sangue, tradotti a Napoli nel 1750 dalla fisica Maria Angela Ardinghelli, figura di spicco nella cultura illuministica partenopea. Gli inglesi, ottimi navigatori, avevano poi affrontato una grave patologia che colpiva inesorabilmente gli equipaggi: lo scorbuto. Un interessante contributo, An essay on the sea curvy, era stato realizzato da Anthony Addington e fu tradotto e pubblicato a Livorno nel 1760. Addington aveva raccomandato la massima pulizia e, con felice intuito, l’uso di succo di limoni, di arance e di frutti in generale.

L’eredità di Newton era poi ben presente e, grazie alle Lectures di George Atwood, apparse a Pavia nel 1781, l’idrostatica, l’elettricità, il magnetismo, l’ottica e l’astronomia non ebbero più segreti, al pari del sistema copernicano, sulla cui assoluta verità non poteva sussistere alcun dubbio. Anche il mondo della medicina fu scosso, a breve distanza, da un magistrale contributo e l’apparizione della Domestic medicine dello scozzese William Buchan, in traduzione italiana, fu un vero evento. L’opera, apparsa in Inghilterra nel 1769, fu, senza dubbio, la più celebre e la più diffusa in Europa, tanto da avere diciannove edizioni, per un totale di circa ottantamila copie. Buchan aveva realizzato un capolavoro compendiando in cinque volumi ogni aspetto della medicina pratica, poiché, “oltre le regole utili a far fronte a mali brevi e impetuosi, porge eziandio le istruzioni necessarie per domare i mali lunghi e lenti, dirige ed ammaestra gli uomini d’ogni classe sulla condotta più salubre per preservarsi dalle moleste conseguenze delle loro occupazioni e mestieri”.

Di rilievo fu poi il contributo di James Moore, Method of preventing or diminuishing pain in several operations of surgery, apparso a Londra nel 1784 e tradotto in italiano due anni dopo. Ogni intervento chirurgico era traumatico ed estremamente doloroso, non esistendo alcuna forma efficace di anestesia. Per attenuare le sofferenze Moore suggeriva l’uso del laudano, la celebre specialità di Sydenham che possedeva indubbie potenzialità analgesiche. Venti gocce di laudano contenevano cinque centigrammi di estratto di oppio, due grammi di cannella e garofano macerati in cinquecento grammi di vino di Malaga.

La chirurgia inglese era, poi, di altissimo livello ed assieme a quella francese poteva offrire insegnamenti preziosi. Accolto con estremo favore fu, infatti, in Italia il System of surgery di Benjamin Bell, articolato in sei volumi e pubblicato a Venezia fra il 1788 e il 1791, con un ricco corredo di tavole in rame. Da vero illuminista Bell aveva applicato il metodo scientifico alla chirurgia ottenendo importanti risultati. L’Università di Edimburgo era una vera fucina di ingegni e non mancò di affermarsi, alla fine del XVIII secolo, William Cullen, docente di medicina pratica e sostenitore di una teoria rivoluzionaria. Cullen sosteneva che la vita dipendesse dall’energia nervosa e che i muscoli fossero una prosecuzione dei nervi. A suo parere le malattie potevano essere suddivise in pirossie, o malattie febbrili; in nevrosi, o malattie nervose; in cachessie, o malattie provocate da cattive abitudini di vita e in patologie locali. Le sue Prime linee di pratica medica, pubblicate a Siena fra il 1788 e il 1789, divennero uno dei testi di riferimento per gli studenti delle università del Granducato di Toscana.

Incredibile fu poi il successo di John Brown, allievo di Cullen, che nei suoi Elements of medicine era giunto a conclusioni singolari. A parere di Brown alla base delle manifestazioni vitali doveva esser posta l’irritabilità. Gli stimoli che alimentavano il nostro essere potevano essere divisi in due classi, quelli esterni, come il calore, l’aria, gli alimenti e quelli interni, come le contrazioni muscolari, le passioni e le energie cerebrali. Le malattie erano il frutto di un aumento, o di una diminuzione, locale o generale, della irritabilità ed appartenevano a due gruppi principali, quelle steniche, nelle quali l’irritabilità era aumentata e quelle asteniche, nelle quali appariva diminuita. Le terapie consistevano in sedativi, purghe ed emetici per patologie steniche; in eccitanti, cibi calorici e bevande forti per patologie asteniche. Tradotto e divulgato da un celebre clinico, Giovanni Rasori, il pensiero di Brown penetrò ampiamente nel nostro paese, riscuotendo grande successo. A breve distanza un nuovo maestro della chirurgia britannica s’impose all’attenzione: Percival Pott. Fondatore della moderna ortopedia, Pott, con i suoi Chirurgical works, contribuì ad elevare il livello della scuola chirurgica italiana. Grazie alla sua pluriennale esperienza descrisse con precisione gli effetti della spondilite tubercolare, che ancora porta il suo nome (morbo di Pott) e fu pronto a combattere l’insorgere di particolari forme di cancro in conseguenza di attività lavorative svolte in condizioni malsane. Ad esempio studiò il caso degli spazzacamini. Il duro lavoro era svolto essenzialmente da bambini piccoli, in grado di entrare in ogni cavità, con conseguenze disastrose per la loro salute. Proprio per i suoi studi, per i suoi costanti appelli e per le sue pressioni politiche, nel 1788 fu approvato il Chimney sweepers act, che vietava l’utilizzo di bambini al di sotto degli otto anni per la pulizia dei camini, se non con il consenso dei genitori ed in particolari condizioni di lavoro.

Di grande rilievo fu poi il contributo di John Hunter, ritenuto il fondatore della chirurgia scientifica. Poliedrico nei suoi studi, spaziò dalla pratica chirurgica, alla venereologia ed alla odontoiatria. Nel caso di quest’ultima fondamentale fu la sua Natural history of the human teeth, tradotta e pubblicata in Italia nel 1815. In essa Hunter, dopo aver esposto con chiarezza l’intera anatomia maxillo – facciale, si dedicava ad affascinanti approfondimenti sulla formazione dei denti nel feto e sull’intero processo di dentificazione nel corso della crescita di ogni bambino.

Giovanni Rasori fu davvero infaticabile e, dopo aver offerto ai lettori italiani gli studi di John Brown, tradusse ed integrò con una dotta prefazione il magistrale contributo di Erasmo Darwin, nonno del celebre naturalista, Zoonomia or the laws of organic life. Darwin aveva realizzato un complesso trattato, articolato in sei volumi, ponendo al centro dell’attenzione gli esseri viventi e le loro caratteristiche in salute e in malattia. Le teorie browniane erano largamente presenti nel testo, ma il medico di Derby dava ad esse un nuovo contenuto, introducendo il concetto di progressiva evoluzione degli organismi da un nucleo originario.

Nel 1808 anche la chimica britannica finì per emergere e vediamo comparire a Milano, presso l’editore Sonzogno, gli Elements of experimental chemistry di William Henry. Studioso dei gas, Henry era giunto a formulare nel 1803 la legge che porta il suo nome e che regola la solubilità del gas liquido. Non a caso gli studi di Henry furono preziosi per l’introduzione del gas illuminante che, progressivamente, finì per mutare l’aspetto di molte cittadine nelle ore notturne. Di estremo interesse fu poi la figura di Humphrey Davy, il padre della elettrochimica e il maestro di Michael Faraday. In seguito alla pubblicazione dei suoi Elements of agricoltural chemistry, tradotti da Antonio Targioni Tozzetti, a cura della fiorentina Accademia dei Georgofili, i concimi chimici fecero il loro ingresso nelle pratiche agricole.

Quali opere ebbero maggiore diffusione nel nostro paese?
Le opere tradotte dal francese che ebbero maggior diffusione nel nostro paese furono:

  • Lemery, Corso di chimica
  • Lemery, Farmacopea universale
  • A. Tissot, Avviso al popolo sulla sua salute
  • A. Tissot, Saggio sulle malattie delle persone del gran mondo
  • G. Macquer, Dizionario di chimica
  • A. Chaptal, Elementi di chimica
  • L. de Lavoisier, Trattato elementare di chimica
  • Richerand, Nuovi elementi di fisiologia
  • L. Baudelocque, Dell’arte ostetricia
  • Magendie, Formulario per la preparazione e l’uso di molti medicamenti nuovi
  • Le Roy, La medicina curativa, ossia la purgagione
  • S. Ratier, Formulario pratico degli ospedali civili di Parigi
  • Tavernier, Manuale di terapeutica chirurgica
  • C. Roche – L. J. Sanson, Nuovi elementi di patologia medico-chirurgica

Le opere tradotte dall’inglese che ebbero maggior diffusione nel nostro paese furono:

  • Hales, Emastatica
  • Buchan, Medicina domestica
  • Bell, Istituzioni di chirurgia
  • Cullen, Prime linee di pratica medica
  • Cullen, Trattato di materia medica
  • Brown, Elementi di medicina
  • Pott, Opere di chirurgia
  • Th. Sydenham, Opere mediche
  • Cooper, Dizionario di chirurgia pratica

In che modo i nuovi testi favorirono il progresso scientifico e contribuirono a creare quell’ideale unità d’intenti che il Risorgimento avrebbe consacrato?
Un luogo comune deve essere sfatato. Si parla spesso della fine dell’Illuminismo e dello spirito razionalista all’inizio dell’Ottocento, con il trionfo della Restaurazione e la diffusione del Romanticismo. Tale aspetto è però limitato all’ambito letterario e favorito dagli orientamenti politici del momento. L’illuminismo ed il metodo sperimentale proseguono, in realtà, il loro cammino anche all’inizio dell’Ottocento, in ambito scientifico e tecnologico, innestandosi poi nel Positivismo.

Il ritorno ad un passato confessionale e conservatore, imposto dal Congresso di Vienna, finì per confliggere proprio con ciò che la scienza era riuscita a porre sotto gli occhi dell’intera Europa. L’irrazionalismo di un tempo, il cieco ricorso alla fede ed alla superstizione, il chiuso mondo degli stati regionali, erano ormai di fronte al concetto di progresso, di mobilità sociale ed a quella circolazione delle idee che i maggiori centri universitari, le accademie più prestigiose, gli editori più accorti perseguivano con decisione. Un numero crescente di persone voleva migliorare le proprie condizioni di vita e godere di quei beni materiali e di quelle terapie che la tecnologia e lo sviluppo della medicina e della farmacia stavano sempre più mettendo a disposizione.

Un futuro migliore era a portata di mano e fu naturale far scivolare il discorso dal piano scientifico a quello politico. L’innovazione aveva connotati diversi da quelli che caratterizzavano una società statica e fondata su anacronistici privilegi. I traffici ed i commerci stavano generando nuova ricchezza, la borghesia, anche in Italia, si stava sempre più affermando e dal 1839 i Congressi degli Scienziati che annualmente furono tenuti nelle principali città della nostra penisola, furono la fucina delle nuove idee. Medici, chimici, farmacisti, fisici, naturalisti, ingegneri ed architetti furono i maggiori sostenitori del Risorgimento, certi che solo una società più libera e tollerante avrebbe reso possibile il trionfo della ragione e garantito quella indipendenza politica ed intellettuale che avrebbe dato corpo ad ogni istanza di rinnovamento civile.

Giovanni Cipriani, nato a Firenze il 13 Febbraio 1949, laureato in Filosofia, fino al Novembre 2019 Professore Associato di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Firenze, è Vicepresidente dell’Accademia Italiana di Storia della Farmacia e membro della Deputazione di Storia Patria per la Toscana, dell’Accademia dei Georgofili, dell’Accademia Italiana di Storia della Farmacia, dell’International Academy for the History of Pharmacy, della Società Italiana di Storia della Medicina. Negli ultimi anni ha dedicato particolare attenzione al rapporto salute-malattia in Italia, fra il tardo Rinascimento e il XIX secolo. Costante è stato poi l’interesse rivolto al pensiero politico ed all’antiquaria fra Cinquecento e Ottocento, in piena continuità con studi precedenti, incentrati sulla Controriforma, sull’Età Napoleonica, sul Risorgimento italiano e sulle valenze ideologiche dell’etruscologia e dell’egittologia. Fra i suoi lavori possono essere ricordati i volumi: Il mito etrusco nel Rinascimento fiorentino (Olschki, 1980); Guillaume Postel e il De Etruriae regionis originibus (Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1983); Gli obelischi egizi. Politica e cultura nella Roma barocca (Olschki, 1993); Il trionfo della ragione. Salute e malattia nella Toscana dell’Età Moderna (Nicomp, 2005); Volterra e Firenze. Dalla guerra alla pace (Pacini, 2010); La via della salute. Studi e ricerche di Storia della Farmacia (Nicomp, 2015); La cultura medica e chimico-farmaceutica di lingua francese e di lingua inglese e la sua diffusione in Italia fra la metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento (Aracne, 2020).

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