Intestino e cervello: quanto il microbiota influenza davvero la salute mentale?
Intervista al dott. Roberto Settembre, autore di “La chiave del benessere. Microbiota e Salute Mentale”
Quanto può influire ciò che accade nel nostro intestino sul cervello, sull’umore e sul benessere mentale? È la domanda da cui prende avvio La chiave del benessere. Microbiota e Salute Mentale, il libro del neurochirurgo Roberto Settembre dedicato alla relazione tra microbiota, sistema nervoso, immunità, alimentazione e stile di vita. Un percorso divulgativo attraverso l’asse intestino-cervello, tra conoscenze consolidate, prospettive emergenti e necessaria prudenza rispetto alle tante semplificazioni che circolano sull’argomento.Dott. Settembre, perché un neurochirurgo decide di dedicare un libro al microbiota intestinale?
Perché occuparsi del cervello significa sempre più comprendere che il cervello non è un organo isolato dal resto dell’organismo.
La medicina ha necessariamente suddiviso il corpo umano in organi, apparati e specialità. Questo ha consentito enormi progressi, ma oggi sappiamo che molti fenomeni biologici possono essere compresi pienamente solo osservando le relazioni tra sistemi differenti. Una delle più affascinanti è certamente quella tra intestino e cervello.
Nel nostro intestino vive una comunità enorme e dinamica di microrganismi che non interviene soltanto nei processi digestivi, ma interagisce con metabolismo, sistema immunitario, sistema endocrino e sistema nervoso.
La chiave del benessere nasce proprio dal desiderio di raccontare questa rete di relazioni in modo comprensibile, senza rinunciare al rigore scientifico.
Che cos’è esattamente il microbiota intestinale?
È l’insieme dei microrganismi che popolano il nostro intestino: soprattutto batteri, ma anche virus, funghi e altri microrganismi.
Non dobbiamo considerarli semplicemente degli ospiti. Partecipano al metabolismo di numerose sostanze, interagiscono con il sistema immunitario, producono metaboliti biologicamente attivi e contribuiscono al mantenimento dell’equilibrio dell’ambiente intestinale.
Un aspetto particolarmente interessante è che il microbiota non è uguale in tutte le persone e non rimane immutabile nel corso della vita. Alimentazione, farmaci, età, ambiente, attività fisica, sonno e stress possono modificarne composizione e funzione.
Preferisco quindi descriverlo come un vero e proprio ecosistema dinamico.
È corretto definire l’intestino il nostro “secondo cervello”?
È un’espressione divulgativamente efficace, purché venga interpretata correttamente.
L’intestino possiede un proprio sistema nervoso, il sistema nervoso enterico, costituito da una complessa rete di cellule nervose che regola numerose funzioni gastrointestinali. Questo sistema comunica costantemente con il sistema nervoso centrale.
Naturalmente l’intestino non “pensa” come il cervello, ma tra i due esiste una sofisticata comunicazione bidirezionale.
Il cervello influenza l’intestino e, contemporaneamente, dall’intestino partono segnali capaci di raggiungere e modulare il sistema nervoso. È ciò che oggi definiamo asse microbiota-intestino-cervello.
Come avviene questa comunicazione tra microbiota e cervello?
Attraverso più vie contemporaneamente. Una delle principali coinvolge il sistema nervoso autonomo e, in particolare, il nervo vago, importante via di comunicazione tra organi viscerali e cervello.
Esistono poi meccanismi immunitari, endocrini e metabolici. I microrganismi intestinali possono produrre o modificare numerose molecole biologicamente attive. Pensiamo, per esempio, agli acidi grassi a catena corta o al metabolismo del triptofano.
Ciò che dobbiamo evitare sono però le semplificazioni. Non esiste il singolo “batterio della felicità” e non possiamo pensare che modificando un microrganismo si possa automaticamente modificare l’umore. La biologia dell’asse intestino-cervello è molto più complessa.
Qual è il rapporto tra microbiota, stress, ansia e depressione?
Lo stress rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti della comunicazione bidirezionale tra cervello e intestino.
Tutti conosciamo, anche per esperienza personale, quanto una situazione emotivamente intensa possa influenzare l’apparato gastrointestinale provocando nausea, dolore addominale o alterazioni dell’alvo.
Lo stress modifica il sistema nervoso autonomo, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, la motilità intestinale e la risposta immunitaria.
Parallelamente, ciò che avviene nell’intestino può contribuire alla produzione di segnali nervosi, metabolici e immunitari diretti al cervello.
Per ansia e depressione sono state osservate associazioni interessanti con alcune caratteristiche del microbiota, ma bisogna essere molto chiari: associazione non significa necessariamente causalità.
Ansia e depressione sono condizioni complesse e multifattoriali. Il microbiota può rappresentare uno dei numerosi elementi coinvolti, non la spiegazione unica.
Nel libro parla di disbiosi. Che cosa significa realmente?
Il termine disbiosi viene utilizzato per descrivere un’alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema microbico intestinale. Non significa però che esista un unico microbiota “perfetto” valido per tutti.
Esiste una notevole variabilità individuale. Una dieta poco varia, alcuni farmaci, infezioni, stress cronico e numerosi fattori ambientali possono modificare il microbiota.
La vera sfida scientifica è capire quali cambiamenti abbiano un effettivo significato clinico e quali rappresentino invece normali variazioni individuali.
Per questo bisogna essere prudenti anche nei confronti di test o interpretazioni che promettono di classificare con troppa facilità un microbiota come “buono” o “cattivo”.
Quanto conta l’alimentazione?
Moltissimo, perché è uno degli strumenti con cui quotidianamente interagiamo con il nostro microbiota.
Una dieta varia, ricca di vegetali, legumi, cereali integrali, frutta e altri alimenti contenenti fibre offre ai microrganismi intestinali una maggiore varietà di substrati.
Al contrario, una dieta monotona e fortemente basata su alimenti ultraprocessati può influenzare negativamente l’ambiente metabolico intestinale.
Non credo però nelle “diete miracolose per il microbiota”. Il messaggio più serio rimane quello dell’equilibrio, della varietà e della personalizzazione dell’alimentazione sulla base delle caratteristiche e delle condizioni cliniche della singola persona.
E probiotici e prebiotici? Possono migliorare anche il benessere mentale?
È un settore estremamente interessante e in rapida evoluzione. I prebiotici sono sostanze utilizzate selettivamente da determinati microrganismi, mentre i probiotici sono microrganismi vivi che, quando utilizzati in quantità adeguate e in condizioni specifiche, possono produrre determinati benefici.
Negli ultimi anni si è iniziato a parlare anche di “psicobiotici”, proprio in riferimento al possibile effetto di alcuni interventi sul microbiota attraverso l’asse intestino-cervello.
Bisogna però evitare l’equazione: probiotico uguale cura dell’ansia o della depressione. Non tutti i probiotici sono uguali, gli effetti possono essere ceppo-specifici e le evidenze scientifiche non consentono di sostenere che un generico integratore possa curare da solo una patologia neurologica o psichiatrica.
L’integrazione può avere un ruolo, ma deve inserirsi in una strategia più ampia e razionale.
Nel libro affronta anche il possibile rapporto tra microbiota e malattie neurodegenerative. Cosa sappiamo realmente?
È uno degli ambiti più promettenti della ricerca. Sono state descritte modificazioni del microbiota in persone affette da patologie come Parkinson e Alzheimer e vengono studiati possibili rapporti con neuroinfiammazione, metabolismo, permeabilità intestinale e produzione di metaboliti.
Ma dobbiamo distinguere nettamente ciò che è biologicamente plausibile da ciò che è clinicamente dimostrato.
Oggi non possiamo affermare che modificare il microbiota possa prevenire o curare una malattia neurodegenerativa.
Possiamo però affermare che lo studio dell’asse intestino-cervello sta aprendo nuove prospettive per comprendere alcuni dei meccanismi coinvolti in queste patologie.
Credo che una buona divulgazione debba fare proprio questo: raccontare ciò che la ricerca sta scoprendo senza trasformare un’ipotesi promettente in una certezza terapeutica.
Qual è, allora, il messaggio principale de La chiave del benessere?
Che la salute raramente dipende da un solo organo o da un solo fattore.
Il cervello dialoga continuamente con intestino, sistema immunitario, sistema endocrino e resto dell’organismo.
Alimentazione, sonno, attività fisica, stress ed emozioni non appartengono a compartimenti separati. Sono elementi di uno stesso equilibrio.
Questo non significa sostituire la medicina scientifica con rimedi alternativi né cercare una spiegazione unica per ogni malattia. Significa comprendere meglio la persona nella sua globalità.
Anche le indicazioni pratiche che emergono da questa visione sono spesso più semplici di quanto immaginiamo: alimentazione varia, attività fisica regolare, sonno adeguato, controllo dello stress e uso appropriato dei farmaci, in particolare degli antibiotici.
La salute è frequentemente il risultato di molti piccoli comportamenti mantenuti nel tempo.
Se dovessi condensare il messaggio del libro in una frase direi: prendersi cura del cervello significa anche prendersi cura dell’organismo con cui il cervello dialoga continuamente.
Il microbiota non rappresenta la spiegazione di ogni malattia né una soluzione miracolosa. È però uno dei protagonisti di una rete biologica straordinariamente complessa che stiamo iniziando a comprendere sempre meglio.
Ed è questa nuova visione integrata della salute che ho cercato di raccontare ne La chiave del benessere. Microbiota e Salute Mentale.
Per approfondire l’attività dell’Autore: www.settembreroberto.it




