Dipendenze, cervello e libertà: perché la sola forza di volontà spesso non basta
Intervista al dott. Roberto Settembre, autore di Dipendenze: comprendere, prevenire, curare
Le dipendenze vengono ancora troppo spesso interpretate come un problema di volontà, di carattere o di capacità di autocontrollo. In realtà, dietro una dipendenza si intrecciano modificazioni dei circuiti cerebrali, vulnerabilità individuali, fattori psicologici, ambientali e sociali.Nel libro Dipendenze: comprendere, prevenire, curare, il dott. Roberto Settembre affronta il fenomeno con un approccio medico e divulgativo, cercando di spiegare cosa accade nel cervello quando un comportamento o una sostanza cominciano progressivamente a prendere il controllo sulla vita di una persona.
Ne parliamo direttamente con l’Autore.
Dott. Settembre, perché ha deciso di dedicare un libro al tema delle dipendenze?
Perché le dipendenze rappresentano uno dei fenomeni più complessi e, allo stesso tempo, più fraintesi della medicina e della società contemporanea.
Quando si parla di dipendenza, molte persone pensano immediatamente alle droghe. In realtà il problema è molto più ampio. Esistono dipendenze da alcol, nicotina, farmaci e sostanze stupefacenti, ma anche comportamenti che possono assumere caratteristiche patologiche, come il gioco d’azzardo e alcune forme di utilizzo compulsivo delle tecnologie.
Il mio obiettivo era spiegare questi fenomeni con un linguaggio comprensibile, senza però banalizzarne la complessità scientifica.
Comprendere una dipendenza significa innanzitutto comprendere che dietro il comportamento visibile esistono meccanismi neurobiologici, psicologici e ambientali che interagiscono continuamente tra loro.
Quindi una dipendenza non è semplicemente una mancanza di volontà?
Assolutamente no.
La volontà è importante nel percorso terapeutico, ma ridurre tutto alla volontà significa non comprendere la natura stessa della dipendenza.
Il nostro cervello possiede circuiti deputati alla motivazione, alla ricompensa, all’apprendimento e alla capacità di attribuire importanza agli stimoli che incontriamo.
Quando determinati circuiti vengono ripetutamente attivati da una sostanza o da un comportamento particolarmente gratificante, possono progressivamente modificarsi i meccanismi con cui il cervello valuta ciò che è importante.
La persona può così continuare a ricercare quella sostanza o quel comportamento anche quando è perfettamente consapevole delle conseguenze negative.
È proprio questa apparente contraddizione – “so che mi fa male, ma continuo a farlo” – uno degli aspetti più caratteristici della dipendenza.
Nel dibattito sulle dipendenze si parla moltissimo di dopamina. È davvero la sostanza responsabile del problema?
La dopamina è certamente coinvolta, ma definirla semplicemente come “la molecola del piacere” è una semplificazione.
Ha un ruolo fondamentale nei meccanismi della motivazione, dell’apprendimento e della previsione della ricompensa.
Il cervello impara progressivamente ad associare determinati segnali ambientali alla possibilità di ottenere una gratificazione. È il motivo per cui, in chi soffre di una dipendenza, luoghi, persone, situazioni o persino stati emotivi possono diventare potenti fattori scatenanti.
Non è quindi solo il piacere prodotto dalla sostanza a essere importante. Diventa fondamentale anche l’aspettativa della ricompensa.
Questo aiuta a comprendere perché il desiderio possa riemergere anche dopo lunghi periodi di astinenza.
Perché alcune persone sviluppano una dipendenza mentre altre, pur entrando in contatto con le stesse sostanze o gli stessi comportamenti, non la sviluppano?
Non esiste una sola causa.
La vulnerabilità alle dipendenze dipende dall’interazione fra numerosi fattori: caratteristiche biologiche e genetiche, personalità, esperienze infantili, stress, traumi, ambiente familiare e sociale, presenza di disturbi psichiatrici, disponibilità della sostanza e modalità con cui viene utilizzata.
È proprio per questo che non possiamo immaginare una terapia identica per tutti.
Due persone che utilizzano la stessa sostanza possono avere storie completamente differenti e necessitare di percorsi terapeutici diversi.
Esiste un momento in cui il piacere si trasforma in dipendenza?
Più che un momento preciso, nella maggior parte dei casi esiste un processo.
All’inizio un comportamento può essere volontario e associato prevalentemente alla ricerca di gratificazione.
Con la ripetizione possono comparire tolleranza, perdita progressiva del controllo, aumento del tempo dedicato alla ricerca della sostanza o del comportamento e riduzione dell’interesse verso altre attività.
Progressivamente la persona può passare dal ricercare qualcosa perché “le piace” al sentirsi spinta a ricercarla perché percepisce di “averne bisogno”.
È un cambiamento molto importante.
E proprio per questo la prevenzione e il riconoscimento precoce dei segnali di rischio sono fondamentali.
Quali sono i segnali che dovrebbero far pensare che un comportamento stia diventando problematico?
Uno degli indicatori più importanti è la perdita di controllo.
Quando una persona decide ripetutamente di ridurre o interrompere un comportamento e non riesce a farlo, è necessario prestare attenzione.
Altri segnali sono l’aumento progressivo del tempo dedicato alla sostanza o al comportamento, la compromissione del lavoro o dello studio, i problemi familiari e relazionali, le difficoltà economiche, l’abbandono di interessi precedenti e la prosecuzione del comportamento nonostante conseguenze evidenti.
Un altro elemento importante è il cosiddetto craving, cioè il desiderio intenso e difficile da controllare.
Naturalmente la presenza di uno solo di questi elementi non consente automaticamente di parlare di dipendenza, ma può suggerire l’opportunità di una valutazione specialistica.
Nel libro dedica spazio anche alla prevenzione. Quanto è possibile prevenire una dipendenza?
Molto più di quanto comunemente si pensi.
La prevenzione non consiste soltanto nel dire a una persona che una sostanza fa male.
Una prevenzione efficace richiede informazione scientificamente corretta, educazione emotiva, capacità di gestire lo stress, riconoscimento precoce delle fragilità e attenzione ai contesti familiari e sociali.
Particolarmente delicata è l’età adolescenziale, perché il cervello è ancora in fase di maturazione e i sistemi legati alla ricerca della gratificazione possono essere molto attivi mentre i circuiti deputati al controllo delle decisioni stanno ancora completando il proprio sviluppo.
La prevenzione deve quindi iniziare prima che si sviluppi il problema.
Le dipendenze possono essere curate?
Sì, ma occorre abbandonare l’idea della soluzione unica.
Il trattamento può comprendere, a seconda dei casi, interventi medici, farmacologici, psicologici e psicoterapeutici, supporto familiare e modificazione dell’ambiente di vita.
In alcuni ambiti vengono inoltre studiate e utilizzate strategie di neuromodulazione non invasiva, come la stimolazione magnetica transcranica, all’interno di percorsi specialistici selezionati.
L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente interrompere il comportamento patologico.
Bisogna cercare di comprendere quale funzione quella sostanza o quel comportamento svolgesse nella vita della persona e lavorare perché possa progressivamente costruire alternative più sane e stabili.
Qual è l’errore più frequente commesso dalle famiglie?
Alternare colpevolizzazione e protezione eccessiva.
La famiglia può passare dal rimprovero continuo al tentativo di risolvere tutte le conseguenze provocate dalla dipendenza.
Entrambe le modalità, se esasperate, possono essere controproducenti.
Chi vive accanto a una persona con una dipendenza deve comprendere che si trova di fronte a un problema complesso che richiede competenze professionali.
Aiutare non significa né giudicare né sostituirsi completamente alla persona.
Significa accompagnarla verso un percorso di cura mantenendo, quando necessario, limiti chiari.
Quanto conta lo stigma?
Moltissimo.
Lo stigma porta spesso la persona a nascondere il problema e a chiedere aiuto più tardi.
Se continuiamo a considerare la dipendenza esclusivamente come una debolezza morale, aumentiamo il senso di colpa e riduciamo la possibilità che la persona acceda precocemente alle cure.
Riconoscerne la dimensione medica non significa eliminare la responsabilità individuale.
Significa, al contrario, creare le condizioni perché quella responsabilità possa essere recuperata attraverso un percorso terapeutico.
Qual è il messaggio principale che vorrebbe arrivasse ai lettori del libro?
Che comprendere viene prima di giudicare.
Comprendere ciò che accade nel cervello, riconoscere i fattori di rischio, individuare precocemente i segnali e conoscere le possibilità terapeutiche permette di affrontare le dipendenze con strumenti molto più efficaci.
E soprattutto vorrei trasmettere un messaggio: una dipendenza non deve essere considerata necessariamente una condanna definitiva.
Il cervello possiede capacità di adattamento e modificazione. Il percorso può essere difficile e non sempre lineare, ma esistono possibilità concrete di trattamento e recupero.
La libertà perduta progressivamente attraverso una dipendenza può, con un percorso adeguato, essere progressivamente riconquistata.
Il libro
Dipendenze: comprendere, prevenire, curare di Roberto Settembre propone un percorso divulgativo attraverso i meccanismi delle dipendenze, i fattori di rischio, la prevenzione e le principali possibilità di trattamento, con particolare attenzione agli aspetti neuroscientifici e clinici.
Per approfondire i temi della salute cerebrale, della prevenzione e dei percorsi dedicati al benessere cognitivo: www.itermens.it
L’Autore
Roberto Settembre è medico neurochirurgo e autore di saggi di divulgazione medico-scientifica. Si occupa in particolare di neuroscienze, neuromodulazione, dolore, agopuntura e prevenzione delle patologie neurologiche. È autore, tra le altre opere, di Dipendenze: comprendere, prevenire, curare, La chiave del benessere: Microbiota e Salute Mentale, Energia e Benessere, Curare le malattie neurologiche con l’Agopuntura, Più forti del Covid.
Sito personale: www.settembreroberto.it




