“Su due delitti d’impeto” di Raimondo Venanzini

Dott. Raimondo Venanzini, Lei è autore del libro Su due delitti d’impeto edito da Affinità Elettive: in che modo le sfide dell’epoca attuale mettono in discussione gli aspetti fenomenologici della malattia mentale?
Su due delitti d’impeto, Raimondo VenanziniIl cambiamento così denso e repentino indotto da questo “secolo veloce”, con una grande massa di informazioni che arrivano in tempo reale, provoca una trasformazione pressoché quotidiana degli stili di vita: valori e politiche a essi connessi vengono posti in discussione e tante persone, soprattutto giovani, si trovano proiettate in un mondo virtuale con indicazioni contrastanti e contraddittorie su chi siamo e dove aspiriamo ad andare. L’economia si è sostituita alla cultura e la tecnologia alla natura, non sappiamo più definire il “desiderio”. Queste trasformazioni contribuiscono a produrre un malessere che non viene più colto ed elaborato e quindi si trasforma e si cerca di cancellarlo con l’assunzione di sostanze, vista l’enorme distribuzione e la facilità d’accesso alla loro fruibilità.

Credo così vengano a mancare arte, bellezza, lettura, sport e convivialità, e il vuoto sia colmato da ostilità, noia e invidia.

Come sono cambiati l’affettività e l’umore nel nostro secolo veloce?
Affettività e umore possono essere considerati equivalenti, dove l’affettività è la manifestazione più estrema e mutevole della emozionalità, mentre l’umore è uno stato emotivo più profondo e persistente legato a condizioni organiche che vengono a interessare il sistema ormonale, quello immunitario e il sistema nervoso vegetativo.

Prima di considerare il cambiamento, credo si debba notare l’aumento di disturbi che coinvolgono l’umore non lasciando libera neppure l’infanzia, un tempo considerata età felice: la capacità affettiva è tale e si realizza compiutamente solo se in precedenza siamo stati noi stessi oggetto di affetto e, per non cadere in una banale retorica, di amore. Se così non accade l’aggressività viene a occupare tanti spazi in maniera trasversale e i significati diversi che attribuiamo all’esperienza conducono a emozioni dissonanti e infine a mancanza di empatia e vuoto di consapevolezza.

Quali spiegazioni, dal punto di vista psichiatrico, è possibile fornire di delitti improvvisi e apparentemente inaspettati? E cosa si cela spesso dietro a quello che viene impropriamente definito “raptus”?
Non sono sconosciuti alla psichiatria quadri patologici che possono insorgere in modo repentino e indurre a compiere delitti spesso efferati quanto apparentemente inaspettati: bouffée deliranti, episodi psicotici acuti, stati confusionali con disturbi della coscienza, crisi di angoscia acuta, stati crepuscolari. I disturbi elencati non possono essere definiti “raptus” in quanto sempre si può notare un crescendo dello stress e un raggiungimento di un culmine in coincidenza del quale ci può essere l’esplosione dell’atto. Questa, a mio parere, necessita però di una lunga preparazione anche in assenza di una conclamata storia psichiatrica, la quale è spesso dissimulata, non emersa, non considerata e infine sottovalutata. È possibile in definitiva che atti delittuosi, anche se ovviamente non nella totalità dei casi, siano compiuti in presenza di una patologia, anche non evidente sino a quel momento, che ha rotto i confini dell’Io spostandone il funzionamento in aree psicotiche, cioè quelle aree sganciate per definizione da quel rapporto e contatto con la realtà che caratterizza e definisce la “normalità”.

Fino a che punto le nostre azioni nascono da una precisa scelta e non sono determinate da fattori genetici, biologici e ambientali?
È una domanda difficile, più adatta a un filosofo o a un teologo. In realtà noi siamo esseri biologici, quindi la genetica è fondamentale. Da quando si nasce tutti gli eventi, dal ritmo delle poppate materne sino alle relazioni interpersonali, rappresentano e formano la nostra psicologia. Poi è da tenere in considerazione il nostro contesto ambientale e sociale. Tutto contribuisce a formare ciò che siamo attraverso la condivisione di valori che poi vengono comunemente accettati.

Posso solo dire che dalle nostre capacità intellettive e intellettuali e dalle esperienze che contribuiscono a formarle sino all’espressione di un’azione concreta, che passa attraverso l’idea preminente di un valore, attraverso la volontà di sostenerlo, attraverso il riconoscimento empatico dell’altro e attraverso la valutazione e la considerazione delle conseguenze che dalle nostre azioni stesse possono derivare, si forma una lunga catena che in condizioni di benessere è difficile spezzare. Tutto ciò che rompe l’equilibrio bio-psico-sociale è in grado di ridurre la nostra autonomia e la nostra libertà di discernimento.

Raimondo Venanzini, psichiatra, è stato Direttore di Dipartimento di Salute Mentale di Urbino e poi di Fano. Professore a contratto di Psichiatria presso il Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Negli ultimi tre anni ha ricoperto il ruolo di Direttore di Psichiatria dell’Area Vasta-1 ASUR Marche. Attualmente è Responsabile della R.E.M.S. Casa Badesse di Macerata Feltria.

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