“Iveonte. La Massima Creazione Letteraria – Volume sesto” di Luigi Orabona

Iveonte, la Massima Creazione Letteraria: l’uomo incontra il proprio dio

Iveonte. La Massima Creazione Letteraria – Volume sesto, Luigi OrabonaVi sono, nelle grandi opere cicliche, alcuni momenti che il lettore attende per centinaia e centinaia di pagine, e il cui compimento costituisce la prova decisiva della tenuta architettonica dell’insieme: ebbene, il Volume Sesto di Iveonte è precisamente il volume in cui Luigi Orabona mantiene la promessa più impegnativa che aveva formulato fin dalla Prefazione al Volume Primo, quella dell’incontro fra l’eroe umano e il dio omonimo, e bisogna riconoscergli senza esitazione il merito di non averla svilita, di non averla anticipata per compiacere l’impazienza di chi legge, e di averla infine collocata in una posizione narrativa che ne moltiplica il significato.

L’arrivo del dio Iveon, che si presenta dapprima a Tionteo e soltanto in seguito al giovane eroe accompagnato dalla diva Kronel, apre infatti la sezione più teologicamente audace dell’intera saga, quella in cui la Monotriad, l’entità che alla fine del Volume Primo aveva rapito la dea Annura lasciando il lettore sospeso nella costernazione, viene finalmente affrontata e debellata. E qui va colta l’inversione, che è di una notevole finezza concettuale: non è il dio a salvare l’uomo, come vorrebbe la logica ordinaria del mito, bensì l’uomo a liberare il dio e la sua sposa, sicché quell’aiuto tanto inatteso quanto provvidenziale che l’eccelso Kron aveva vaticinato cinque volumi prima si rivela essere, semplicemente, Iveonte. Chiunque abbia letto il primo volume misurerà la portata di questo ricongiungimento, che chiude un arco narrativo di ampiezza davvero inconsueta e dimostra che l’apparente dispersione episodica dei volumi centrali obbediva in realtà a un disegno sorvegliato.

Ma sarebbe ingiusto ridurre il Volume Sesto a questo solo snodo, poiché esso contiene alcune delle pagine più intense della serie. Si pensi al lungo antefatto di Touk, il titano generato dalla vendetta di Oksur e istruito sulle proprie origini dal mago Giroz, la cui furia omicida costituisce il rovescio esatto dell’eroismo di Iveonte: quando i due finalmente si affrontano, nel capitolo che l’Autore intitola con giusta enfasi l’epico scontro tra i due titani del combattimento, il lettore comprende che il vero tema non è la superiorità della forza ma la differenza fra chi la mette al servizio della giustizia e chi la lascia divorare dal rancore. Si pensi ancora alla dolente vicenda degli Stucos, ridotti a spettri erranti dai Tercipi, esseri alieni capaci di sopravvivere nel vuoto grazie alla tuttina che il loro organismo produce: episodio in cui la fantascienza e il racconto di fantasmi si fondono con naturalezza sorprendente, e che si conclude con un gesto di riparazione che ha qualcosa di liturgico.

Notevole, e degno di essere segnalato a chi cerchi in questa saga più di un puro intrattenimento, è l’apologo di Tardunuk, il villaggio in cui la corruzione giovanile, l’anarchia e infine il dispotismo di Obluz si succedono con la puntualità di una dimostrazione: qui Orabona sospende quasi del tutto la macchina avventurosa e scrive una parabola civile, dove l’eroe non deve uccidere alcun mostro ma soltanto ristabilire la legalità, e dove la lezione morale, per quanto esplicita, non risulta mai predicatoria, perché nasce dai fatti e non li precede.

La seconda metà del volume conduce finalmente a Tasmina, l’isola malfamata, e con essa alla figura del mago Zurlof, il quale si autoproclama Mago dei maghi e la cui biografia marziana, raccontata per intero secondo l’abitudine dell’Autore di non introdurre mai un personaggio senza restituirgli il proprio passato, si salda con perfetta coerenza a quanto avevamo appreso sui Monki nel volume precedente: prova ulteriore, se ancora ne servisse, che questo universo non si improvvisa di capitolo in capitolo ma poggia su una mappa concepita per intero. Da segnalare, in questa sezione, la descrizione del deoblion, il Tempio del Passato, che Orabona costruisce con una precisione quasi geometrica, misurando lati, raggi, capitelli e triangoli isosceli come farebbe un architetto: passaggio in cui si rivela una delle vocazioni più profonde di questo Autore, quella dell’inventariare, del misurare, del rendere verificabile l’immaginario.

È proprio nel deoblion che si consuma l’evento decisivo per il protagonista, cioè l’agnizione: Iveonte apprende finalmente chi siano i suoi genitori, e con essa il romanzo di formazione, che percorreva sotterraneamente tutti i volumi precedenti, giunge al proprio punto di svolta. Ne discende, quasi per necessità, la lunga sezione conclusiva dedicata alla Berieskania, all’incontro con il cugino Leruob e soprattutto con il mitico nonno Nurdok, l’antico stratega, nella quale l’eroe senza famiglia scopre di appartenere a una stirpe e riceve, con l’esercito più grande che sia mai esistito, il mandato di tornare in Edelcadia a punire i sovrani traditori.

Il congedo del volume merita infine una menzione a parte, perché l’Autore, con un gesto che discende direttamente dall’Ariosto e dal Manzoni, lascia l’esercito in marcia e annuncia esplicitamente al lettore che si volgerà a ripercorrere quanto è accaduto in Edelcadia durante l’assenza dell’eroe: una svolta di regia dichiarata, apertamente antica, che prepara con eleganza il volume successivo e che testimonia, ancora una volta, la fedeltà di Orabona a un modello narrativo alto, paziente, sicuro dei propri mezzi, il quale non teme di far attendere il lettore perché sa di avergli promesso qualcosa che intende mantenere.