L’immagine di Traiano è cambiata molto nei secoli e, a ben vedere, già dopo la sua morte gli storici antichi (pagani) avevano iniziato a rivedere il ritratto idilliaco che Plinio il Giovane aveva dipinto nel celebre Panegirico. Cassio Dione, per esempio, nella Storia romana non si limita a elencare le numerose virtù dell’optimus princeps, ma riporta anche alcuni suoi vizi e comportamenti immorali. Per i cristiani di epoca tardoantica Traiano era una figura ambivalente: da un lato ammirato come personaggio ricco di virtù, sotto il cui governo l’Impero romano aveva raggiunto la sua massima espansione, dall’altro era considerato uno dei grandi persecutori nonostante il celebre rescritto volto ad attenuare gli eccessi repressivi.La prima attestazione di una rivalutazione sostanziale si legge nella Vita Gregorii dell’Anonimo di Whitby (inizio VIII secolo), scritta nell’Inghilterra settentrionale, ed è legata alla stesura di un’agiografia di Gregorio Magno, pontefice dal 590 al 604 d.C. Tra i miracoli compiuti dal santo, infatti, vi sarebbe stato anche quello di aver pregato con successo per l’anima di Traiano dopo essere venuto a conoscenza di un atto di clemenza compiuto dall’imperatore nei confronti di una vedova che chiedeva giustizia per l’assassinio del proprio figlio. Traiano, all’inizio restio a ritardare l’avvio di una spedizione militare per risolvere il caso, sarebbe poi stato persuaso dall’insistenza della donna e le avrebbe reso giustizia. Stando al racconto agiografico, Gregorio avrebbe intravisto in quest’azione misericordiosa l’adempimento dei dettami biblici e pertanto si sarebbe risolto a intercedere per quell’anima che stava patendo le pene dell’inferno in quanto appartenuta a un pagano. Dio avrebbe quindi ascoltato la richiesta del papa e liberato Traiano dai tormenti (in questa prima fase non si parla di ascensione al paradiso).
La notizia del miracolo si diffuse in breve tempo in ogni angolo della cristianità: dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Francia ai Balcani e ancora più a est fino in Georgia. Tale narrazione rimase inizialmente confinata all’ambito agiografico, dove l’intento era quello di esaltare la capacità di intercessione di Gregorio, così benvoluto da Dio da riuscire ad aiutare persino l’anima di un pagano responsabile del martirio di molti cristiani. In questo contesto, come si può intuire, il ruolo di Traiano rimaneva secondario, benché l’aneddoto della vedova costituisse senza dubbio un’espressione eccelsa di virtù cristiana (tant’è che una fonte del IX secolo lo definisce persino «piissimo»). Nel XII secolo, però, quando la vicenda iniziò a diffondersi nella cultura medievale, si ebbe un mutamento ulteriore e Traiano venne considerato salvo anche (o soprattutto) per meriti propri.
Quale evoluzione subisce, nel corso del Medioevo, la credenza nella salvezza di Traiano?
A partire dal basso Medioevo, con la diffusione della leggenda (allora percepita come un miracolo oggetto di fede) a macchia d’olio in tutta l’Europa, vennero aggiunti dettagli e furono proposte nuove interpretazioni che diedero vita a ramificazioni diverse del racconto. Dall’esaltazione dei meriti di Traiano, portata avanti da Pietro Abelardo e Giovanni di Salisbury e in seguito assai presente nella cronachistica e nella narrativa “laica”, sgorgò un filone parallelo che faceva assurgere l’imperatore a vero e proprio modello di giustizia. Allo stesso tempo Tommaso d’Aquino e altri teologi della scolastica, riflettendo sulla sua condizione, ipotizzarono che, in seguito alle preghiere di Gregorio, l’optimus princeps sarebbe tornato in vita, si sarebbe convertito al cristianesimo e avrebbe ricevuto il battesimo meritando la salvezza con la seconda vita. Tale assunto spianò la strada all’affermazione dell’idea secondo cui l’anima di Traiano sarebbe infine giunta nel paradiso dei beati.
A questa tradizione, affermatasi alla fine del XIII secolo, si richiamava Dante che ha inserito Traiano nel cerchio di Giove, dove risiedono – non a caso – gli spiriti giusti, cioè coloro che operarono in vita perseguendo la giustizia nella sua massima espressione. Anche nel mondo ortodosso, che venerava Gregorio come santo già prima dello scisma del 1054 e che continuò a farlo anche in seguito, il miracolo godette di grande fortuna, a maggior ragione perché l’assenza del purgatorio in quanto luogo di espiazione temporanea e la credenza in salvazioni analoghe rendeva quella traianea ancor più plausibile dal punto di vista dottrinale.
La leggenda di Traiano ebbe, tra Due e Quattrocento, una fortuna straordinaria, attestata da una quantità immensa di fonti, sia scritte che iconografiche. Essa fu discussa dai teologi, narrata dai cronisti e dagli uomini di lettere, predicata in pulpito e persino cantata nelle chiese, come attestano diversi inni gregoriani risalenti al periodo in questione. Dal punto di vista storico-artistico, emersero due filoni distinti: uno prevalentemente laico, proprio dei tribunali civili e delle abitazioni private (soprattutto in contesti matrimoniali), riguardante la giustizia concessa da Traiano alla vedova, e l’altro prettamente ecclesiastico, in cui si raffigura Gregorio in preghiera per l’imperatore. Quest’ultimo viene rappresentato in vari modi: all’inferno in attesa di essere salvato, al momento dell’uscita dal luogo dei dannati, nell’atto di risorgere oppure ancora durante la sua elevazione al regno dei cieli.
In tutte queste fonti vi è un aspetto di grande rilievo che merita di essere posto in evidenza, e cioè che ogni autore, nel riportare la vicenda, poneva in risalto, ometteva o modificava qualche aspetto per poter sostenere una propria tesi. Le finalità potevano essere le più disparate ed erano non di rado persino antitetiche: l’esaltazione della santità di Gregorio oppure dei meriti di Traiano, l’affermazione della superiorità del papato sull’impero o dell’eccelsa giustizia (in senso cristiano) degli imperatori, l’essenzialità della grazia o l’importanza delle opere e così via. Ad esempio, per Guglielmo di Auxerre la storia dimostra il valore della preghiera, mentre per John Wyclif – tenace avversario delle istituzioni ecclesiastiche romane – è semmai un esempio dell’importanza della grazia, mentre la preghiera del santo pontefice è criticata in quanto errore grossolano di un papa che avrebbe dovuto senz’altro sapere che non è consentito pregare per i dannati.
Quale decisivo, ulteriore cambiamento subisce, tale credenza, tra il XVI e il XVII secolo?
Agli albori della prima età moderna molte credenze medievali vennero messe in discussione per far fronte alle sfide culturali imposte dalle divisioni religiose avviate con lo scisma luterano e al fenomeno di confessionalizzazione che ne seguì. Anche la leggenda di Traiano subì le vicissitudini legate alla nuova temperie, ma a ben vedere già da tempo si erano iniziati a palesare i primi dubbi sulla veridicità del miracolo. Infatti, dopo una precoce attestazione sullo scorcio del XIV secolo all’interno del Polychronicon di Ranulf Higden, a partire dal secolo successivo alcuni autori, tra cui Angelo Decembrio, Werner Rolevinck e Alonso Tostado, espressero le proprie perplessità, che sfociarono talvolta in aperta critica nei confronti di almeno alcune delle numerose varianti del racconto in circolazione. Inoltre, durante il Rinascimento, la riscoperta di diversi testi antichi riportò alla luce il Traiano “storico” e mise seriamente in dubbio la sua versione mitizzata e cristianizzata.
Nel XVI secolo tutte queste avvisaglie sfociarono in un vero e proprio dibattito che ebbe come protagonisti alcuni tra i maggiori teologi e intellettuali dell’epoca, desiderosi di razionalizzare tutte le tradizioni religiose per renderle conformi alla dottrina generale, così che non potessero essere oggetto di attacchi da parte delle altre confessioni religiose. La salvazione di Traiano, da questo punto di vista, era assai problematica, poiché asseriva che un imperatore pagano (e, si ricordi, anche persecutore), condannato all’inferno, era poi riuscito a raggiungere il paradiso. Ora, i due luoghi erano accomunati dal concetto di eternità della pena, per cui era impensabile che un’anima trascorresse del tempo tra i dannati per poi essere traslata verso la beatitudine e la contemplazione divina. Inoltre, per i protestanti, che negavano il culto dei santi e la loro opera di intercessione, l’azione svolta da Gregorio Magno – che peraltro era stato anche un papa e quindi rappresentava quella Chiesa romana dalla quale avevano preso le distanze – era semplicemente inammissibile.
Per tale ragione, oltre che per altre riflessioni erudite, tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII il miracolo, a questo punto sminuito come semplice favola del passato, venne ripudiato e in alcuni casi persino omesso e censurato. Come dimostra la scelta di campo dell’Inquisizione romana, maturata in seguito alle posizioni assunte dai cardinali Roberto Bellarmino e Cesare Baronio, in area cattolica diffondere quella credenza che era stata tramandata per ben nove secoli e affermare la salvazione di Traiano sarebbe stato trattato alla stregua di una proposizione ereticale.
Vincenzo Tedesco è assegnista di ricerca in Storia medievale all’Università degli Studi di Messina, docente a contratto della stessa disciplina presso il Consorzio Universitario del Mediterraneo Orientale di Noto, nonché fellow dell’Institute for Advanced Study della Central European University di Budapest. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia culturale, delle pratiche magiche e del dissenso religioso tra il tardo Medioevo e la prima età moderna. Tra le sue pubblicazioni: Inquisizione, eresia e magia nel tardo Medioevo (La Vela, 2020).




