Una diffusione molto maggiore di quanto si sia pensato fino ad ora. Gli studi ci avevano abituato a identificare in un gruppetto avanzato ma molto ristretto i partigiani delle idee radicali della Rivoluzione francese. In realtà, questo è semmai vero per la leadership di un movimento che, invece, coinvolse a vario livello migliaia di persone. Consideri che le società politiche create dai giacobini in tutta Italia videro in vari casi diverse centinaia di individui tra i loro associati, e talvolta – come a Milano e Venezia – erano in migliaia ad assistere alle assemblee delle società. Un coinvolgimento massiccio e senza precedenti, cui non era affatto estraneo il popolo, e che non si registrò solo con la militanza nelle società politiche ma anche in altre organizzazioni create dai giacobini. A partire da una truppa armata, la Legione Lombarda nata nel seno della società politica di Milano, che dall’ottobre 1796 brandì il primo tricolore rivoluzionario (che può vedersi in copertina del mio libro), mesi prima che fosse innalzato a Reggio Emilia.Detto ciò, è bene precisare di cosa si parla quando si usa il termine giacobinismo. Nel senso comune, infatti, i giacobini si identificano con Robespierre, con la ghigliottina e col Terrore, volentieri visti come incubatori del totalitarismo staliniano. Una visione estremamente ideologizzata che non corrisponde minimamente alla realtà storica, né del giacobinismo francese né – tantomeno – di quello italiano. Per gli italiani essere giacobini significava in primo luogo lottare per la libertà e per l’uguaglianza, i valori messi al centro dai Jacobins francesi, che dopo la proclamazione della Repubblica (settembre 1792) assunsero la denominazione di Société des amis de la liberté et de l’égalité. Un nome che non a caso fu assunto anche dalle prime società italiane, da Napoli a Milano. Ciò si traduceva nella rivendicazione e nella messa in pratica dei moderni diritti a libertà come quelle di espressione e di stampa, di religione, di associazione e riunione. Nell’istanza democratica della sovranità popolare, del suffragio universale, dell’approvazione popolare delle leggi e del diritto di petizione alle autorità. Nel reclamare diritti sociali che potessero sollevare il popolo: il diritto a un’istruzione pubblica gratuita, eguale per tutti e universale; il diritto al lavoro e alla sussistenza per chi non avesse possibilità di lavorare; il diritto alla salute, con cure pubbliche gratuite per quanti fossero indigenti. A Brescia, dove fu fortissima l’influenza della leadership nazionale giacobina, fu perfino sancito il divieto di licenziamento (cui non si giunse neppure nella Rivoluzione francese). L’operaio ingiustamente licenziato sarebbe stato riassunto col doppio dello stipendio! mentre «il padrone» (così ci si esprimeva) avrebbe pure pagato una multa salata. Esiti incredibili, che tuttora ci appaiono mete da raggiungere. Straordinario fu anche l’impegno di alcune donne, che segnarono la nascita del femminismo rivoluzionario, con idee avanzatissime che andarono pure oltre il reclamare uguali diritti per tutte e perfino di prendere le armi (analogamente alle sorelle francesi), anticipando tendenze del femminismo novecentesco: dalle teorie della differenza al lavoro di cura da dividere coi maschi.
Quali forme assunse l’organizzazione giacobina in Italia?
Come accennavo, in primo luogo fu decisiva la pratica dell’associazionismo politico, che diede vita alla nascita del fenomeno in Italia, segnando il momento aurorale di quelle forme partecipative che tra Otto e Novecento saranno protagoniste della lotta politica occidentale: i partiti e i movimenti politici, oggi in una crisi strutturale che rappresenta uno dei principali motivi di emergenza per le democrazie. Nel caso dei giacobini, si trattava di organizzazioni strutturate in modo assembleare, ma con una leadership che orientava il dibattito e le pratiche, interagendo con i militanti. Strutture cui erano legati uno o più giornali (sancendo così anche la nascita del giornalismo politico in Italia) e che, pur con significative differenze quanto a numero di aderenti, si diffusero in tutta la Penisola. A partire da quella che fu la prima società politica italiana: la Società degli amici della libertà e dell’uguaglianza di Milano aperta il 14 maggio 1796 (quando i Francesi giunsero in città), guidata dalla leadership giacobina nazionale – dunque non solo da milanesi, anzi –, che ben presto assunse ruolo di società madre delle altre società politiche man mano diffuse sui territori liberati dai Francesi tra il 1796 e il 1799, nel corso di quello che si chiama il Triennio repubblicano. Le società politiche – o «società popolari», come le chiamavano – erano strutture che miravano a rendere il popolo cosciente dei propri diritti, a propagandare le idee rivoluzionarie, a prendere parte alla lotta politica. E a Milano si giunse nel novembre del 1796 al tentativo di una «giornata» rivoluzionaria, che volle sancire l’indipendenza da ogni straniero, anche dai Francesi occupanti/liberatori. Questi ultimi, però, se dapprima favorirono l’associazionismo giacobino, man mano ne andarono restringendo i margini d’azione. Il che comportò alla fine che, se tra il 1796 e il 1797 era stato stretto il legame tra i giacobini italiani e le armate francesi (a partire da Napoleone), nel 1798-99 la situazione mutò, e dall’alleanza si passò alla lotta, seppure clandestina.
A tal riguardo, occorre precisare una differenza cruciale tra il giacobinismo italiano e quello francese. Se quest’ultimo aveva agito come struttura pubblica, in linea col sentiment della grande Rivoluzione che elevava la pubblicità a sistema, gli Italiani, agendo in un contesto molto diverso da quello della Francia rivoluzionaria, furono costretti a strutturare non solo in modo pubblico la loro organizzazione, ma anche e in primis in modo clandestino, con una società segreta celata all’interno delle società politiche – a partire dal centro di Milano –, guidata dagli stessi leader. Nel che giocò un ruolo decisivo il fatto che alle origini le organizzazioni dei giacobini erano, appunto, segrete. Prima del Triennio, infatti, negli Stati italiani non vigeva la libertà di associarsi, nata con la Rivoluzione francese, sicché i primi nuclei di partigiani rivoluzionari, attivi almeno dal 1792 in vari degli Stati in cui era divisa la Penisola, si strutturarono in gruppi clandestini o in vere e proprie società segrete più o meno strutturate, la più importante e diffusa delle quali (con oltre 3000 aderenti), era la società segreta napoletana. Dapprima chiamata Società degli amici della libertà e dell’uguaglianza e poi Società patriottica, proprio la società napoletana diede il modello su cui fu fondata la prima società segreta italiana tra 1795 e 1796: le Colonne della Democrazia, trasformatasi nel 1798 nella Società dei Raggi. Si trattava di un modello organizzativo a più livelli, con la base formata da piccole cellule che allorquando raggiungevano un certo numero di persone si dividevano in due, e così potenzialmente all’infinito. Con evidente garanzia del segreto, giacché gli appartenenti a una cellula conoscevano ben pochi dei compagni attivi nelle altre cellule. Tantomeno i militanti di base conoscevano i soggetti che appartenevano ai livelli superiori, con vari nuclei strutturati su più strati che assicuravano le comunicazioni tra la base e il vertice. Quest’ultimo era costituito da un nucleo segretissimo – il Club (o Unione) centrale – formato da 7 persone, di cui per la prima volta ho individuato i nomi. Tale struttura fu replicata pari pari dapprima nelle Colonne della Democrazia e poi nella Società dei Raggi, restando sostanzialmente a modello anche nei decenni seguiti alla fine drammatica del Triennio, dall’età napoleonica alla Restaurazione, quando la società segreta dei giacobini si articolò in varie società, con vari nomi, la cui più celebre è la Carboneria.
In che modo i giacobini diedero avvio alla pluridecennale «rivoluzione italiana» sintetizzata col nome di Risorgimento?
Intanto, dando vita al primo movimento politico unitario della storia italiana. Era la prima volta che soggetti provenienti dai vari Stati in cui era divisa la Penisola si univano in un unico movimento politico, che agiva sia pubblicamente sia clandestinamente. Questo movimento nacque nel momento in cui il sogno di unificare l’Italia divenne un concreto programma politico, grazie ai vari giacobini dei diversi Stati, che ebbero modo di incontrarsi e aggregarsi negli anni seguiti alla scoperta e repressione dei primi movimenti clandestini filo-rivoluzionari del 1792-94. Gran parte dei leader e centinaia di militanti delle prime società segrete confluì in esilio tra la Liguria e la Francia; e in particolare dapprima a Oneglia (oggi Imperia) e poi tra Nizza, Genova e Parigi, si andò strutturando un gruppo nazionale (il primo nucleo delle Colonne della Democrazia) che perseguiva come obiettivo principale quello di unificare l’Italia in un’unica repubblica democratica, costituzionale e popolare, dando avvio con forte radicalismo al lungo movimento rivoluzionario che definiamo Risorgimento. Un termine, quest’ultimo, certo non a caso diffuso già dai primi momenti del Triennio, come documento nel mio libro.
L’occasione per avviare concretamente il progetto politico fu data ai giacobini dal fatto che su loro spinta il governo francese, tra il 1795 e il 1796, decise di inviare un’armata in Italia, con lo scopo di avviare un’occupazione del Piemonte e della Lombardia che avrebbe dovuto innescare un moto rivoluzionario da estendere poi a tutta la Penisola. A capo dell’Armata d’Italia fu messo il giovane Napoleone Bonaparte, e i giacobini italiani ebbero un ruolo decisivo nel preparare clandestinamente il terreno all’ingresso dei Francesi. Si creò così un forte legame della leadership giacobina non solo con Napoleone ma anche con altri elementi apicali dell’Armata. Rapporto che fu decisivo nell’espandere l’avanzata dei Francesi in quasi tutto il Nord d’Italia, salvo il Piemonte, inizialmente occupato e poi subito abbandonato. E poi, dopo l’addio di Napoleone nel 1797 (e il tradimento con la cessione del Veneto agli Austriaci), nel resto della Penisola italiana, con la formazione di una serie di Repubbliche: la Cisalpina, la Ligure, la Romana, la Napoletana e altri territori annessi alla Francia. Nel 1799 ci fu un momento in cui tutta l’Italia continentale (salvo minime porzioni) era costellata da Repubbliche, seppure non unificate a causa della resistenza delle autorità francesi.
Cadute le Repubbliche, la lotta per l’Unità portata avanti da quella che fu la prima generazione del Risorgimento poi proseguì costantemente nel periodo napoleonico e nella Restaurazione, grazie all’azione delle società segrete alla testa delle quali erano spesso gli stessi antichi leader giacobini, che portarono avanti la lotta unitaria (seppure poi dividendosi, tra più o meno radicali) fino ai moti del 1830-31, all’indomani dei quali il testimone passò soprattutto a Giuseppe Mazzini e alla più giovane generazione che il Risorgimento portò a termine, almeno rispetto all’unificazione nazionale. Per avere la Repubblica democratica sognata dai giacobini, invece, fu necessario attendere la Resistenza al Nazi-fascismo, il Referendum Monarchia-Repubblica e la Costituente, mentre talune idee restano tuttora da attuare.
Chi furono i principali protagonisti di quella stagione?
Molto a lungo si è identificato nel toscano Filippo Buonarroti (un discendente del grandissimo Michelangelo) l’alfa e l’omega del giacobinismo italiano. In effetti, nella fase aurorale del movimento, tra 1794 e 1796, Buonarroti ebbe un ruolo decisivo nel favorire l’unione dei vari gruppi clandestini regionali. Ma egli non fu affatto il capo, ma solo uno dei capi di un movimento che ebbe dall’inizio alla fine una leadership plurale, che è una delle caratteristiche principali della strutturazione del movimento giacobino. Inoltre, pochi giorni prima che i Francesi entrassero a Milano, nel maggio 1796, Buonarroti fu arrestato in Francia per il suo coinvolgimento al vertice della congiura di Babeuf, uscendo di scena per l’intero Triennio e rientrandovi solo nell’età napoleonica. Così, furono altri i giacobini italiani che mantennero dall’inizio alla fine del Triennio (e taluni ancora oltre) la leadership del movimento nazionale e diedero concretamente avvio al Risorgimento.
E allora ecco che i principali leader erano i milanesi Gaetano Porro, Carlo Salvador e Giuseppe Lahoz, il parmense Giovanni Rasori, i romani Enrico Michele L’Aurora e Giuseppe Lattanzi, il veneziano Vincenzo Dandolo, il bergamasco Marco Alessandri, il bresciano Giambattista Savoldi, il bellunese Giuseppe Fantuzzi. E ancora: i piemontesi Giovanni Antonio Ranza, Guglielmo Cerise, Ignazio Bonafous, Maurizio Pellisseri e Ignazio Angelo Pico; i genovesi Gaspare Morando, Gaspare Sauli e Gian Battista Serra; il toscano Giovanni Fantoni ed altri ancora. Tra cui soprattutto sono da richiamare i giacobini meridionali, che diedero l’idea della struttura alle Colonne della Democrazia, ebbero un peso cruciale al massimo livello della leadership e furono il gruppo più organizzato, ampio e coeso. Tra essi occorre ricordare soprattutto Carlo Lauberg, Francesco Salfi, Giuseppe Abamonti e Matteo Galdi. È doveroso, inoltre, dare un nome al protagonismo delle donne che ho richiamato prima: dalla veneziana Annetta Vadori alla napoletana Eleonora de Fonseca Pimentel, dalla veronese Fulvia Mattei alla fiorentina Carolina Arienti Lattanzi ad altre ancora.
Sono personaggi oggi nell’oblio, con la sola eccezione di Ugo Foscolo, che proprio allora diciannovenne celebrò il proprio radicalissimo battesimo politico, e di cui dimostro l’appartenenza alle Colonne della Democrazia. Per saperne di più, non posso quindi che rinviare al mio libro (e ai numerosi studi ivi citati), con la speranza che altre e altri proseguano le indagini su personalità oggi oscure ma di grandissima importanza non solo per l’Italia. Su un movimento che sognava un mondo più libero e più giusto, per il quale vale ancora la pena di lottare.
Luca Addante è professore di Storia moderna all’Università degli Studi di Torino e membre associé dell’Institut d’histoire moderne et contemporaine di Parigi (Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, École Normale Supérieure, CNRS). Tra i suoi libri: Eretici e libertini nel Cinquecento italiano (2010); Tommaso Campanella. Il filosofo immaginato, interpretato, falsato (2018); e I cannibali dei Borbone. Antropofagia e politica nell’Europa moderna (2021), usciti per Laterza. Attualmente sta ultimando una nuova edizione della Città del Sole di Campanella per l’editore Einaudi.




