“L’alfabeto di Dio” di Gianfranco Ravasi

L'alfabeto di Dio, Gianfranco RavasiL’alfabeto di Dio
di Gianfranco Ravasi
San Paolo Edizioni

«Il libro nasce da una sfida da tempo coltivata da chi ha insegnato a lungo la comprensione della Bibbia nelle sue due tappe di Antico (o Primo) e Nuovo Testamento. Si tratta del desiderio di far gustare almeno qualche bagliore degli originali dei 73 libri biblici nelle due lingue fondamentali, l’ebraico e il greco.

È noto, infatti, che – come affermava Cervantes, l’autore del celebre Don Chisciotte – ogni traduzione è come «il rovescio di un arazzo», tanto vivaci sono i colori e nette le scene sul frontale, tanto è pallido e con fili cadenti il retro. Per questo santa Teresa di Gesù Bambino confessava: «Se io fossi stata prete, avrei studiato a fondo l’ebraico e il greco per conoscere il pensiero divino nella forma in cui Dio si è degnato di esprimerla nel nostro linguaggio umano».

Certo, non si vuole nascondere la fatica di un simile studio, come riconosceva un altro santo, Girolamo, il famoso traduttore della Bibbia in latino, la cosiddetta Vulgata: «Bisogna imparare un nuovo alfabeto e la pronuncia di suoni striduli e aspirati. Quale fatica sia stata per me, quante volte abbia smesso e poi di nuovo ripreso, lo può testimoniare solo la mia coscienza». Due saranno i percorsi che proporremo in questo volume.

Nel primo itinerario all’interno dell’Antico Testamento ebraico, che si compone di 300.613 parole, abbiamo innanzitutto identificato il numero dei termini usati, che sono 5750, e abbiamo poi selezionato quei vocaboli che ne sono per importanza la spina dorsale, più o meno una sessantina (55 per l’esattezza). Li abbiamo proposti nei loro caratteri originari, li abbiamo trascritti per una lettura nel nostro alfabeto e li abbiamo poi ampiamente spiegati perché essi esprimono i temi fondamentali del messaggio delle Sacre Scritture. In un certo senso, potremmo essere in sintonia con la voce di Gesù che queste parole le aveva imparate, le conosceva bene, le ascoltava e le ripeteva ogni sabato e nelle feste ebraiche in sinagoga a Nazaret o a Cafarnao, oppure nel tempio di Gerusalemme.

Talora questi termini comprimono in sé più significati che non siamo in grado di esprimere con un unico nostro vocabolo corrispondente. In qualche caso persino la pronuncia sarà per noi difficile e fin ardua, soprattutto con alcune consonanti aspirate, sibilanti o dentali. Certo è che, con lo studio di queste parole ebraiche, è possibile delineare i veri ritratti dei protagonisti della Bibbia, delle loro caratteristiche, delle azioni e dei pensieri. […]

Concluso l’itinerario nel mondo linguistico ebraico anticotestamentario, si aprirà davanti al lettore coraggioso un altro percorso, questa volta un po’ meno faticoso. Il greco è, infatti, una lingua che ha generato molti nostri vocaboli, anche perché noi siamo eredi di quella cultura, sia nella sua forma classica, sia in quella successivamente definita “ellenistica”. A quest’ultima – detta anche koinê, “comune” per la sua diffusione (nella Roma imperiale era più parlato a livello popolare il greco rispetto al latino, quasi si trattasse di qualcosa di analogo all’attuale uso dell’inglese) – appartengono anche i 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, sia pure secondo una tipologia linguistica particolare che risente del sottofondo semitico dei loro autori sacri.

In tutto si tratta di 138.020 parole greche che si svolgono sulla base di un vocabolario di 5433 termini. Anche in questo caso abbiamo operato la selezione di una cinquantina di vocaboli più importanti dal punto di vista del messaggio, così da costruire quasi una sorta di manuale sintetico della teologia neotestamentaria. Molte parole erano diffuse nell’impero romano di allora in tutta la sua grande estensione: il cristianesimo delle origini le aveva assunte assegnando però ad esse nuovi significati, non di rado molto differenti.

In questo si è distinto san Paolo con la sua straordinaria creatività nell’annuncio del Vangelo (e questo è proprio uno dei termini greci che spiegheremo nel suo nuovo valore). Alcuni vocaboli, come scoprirà il lettore che procederà lungo questo secondo viaggio di conoscenza, ricevono dall’Apostolo significati inediti: tanto per esemplificare, invitiamo a seguire – secondo l’ordine alfabetico greco che è parzialmente anche quello della nostra lingua – parole come agápê, «amore»; hamartía, «peccato»; dikaiosýnê, «giustizia, giustificazione»; nómos, «legge»; pnéuma, «spirito»; sárx, «carne»; cháris, «grazia».

Alcuni di questi termini risuonano, con molti altri, anche nei Vangeli e negli altri scritti neotestamentari, talora con caratteristiche proprie. Certo è che il lettore, dopo averli ben compresi attraverso le ampie spiegazioni che verranno allegate, ripetendole, potrà dire di essere in sintonia con le labbra stesse di Paolo e degli altri autori del Nuovo Testamento. […]

Quali lingue parlava Gesù?

Iniziamo col primo quesito che può emergere, ad esempio, quando nel Vangelo di Giovanni si narra che Gesù aveva incontrato un gruppo di greci nel tempio di Gerusalemme, presenti forse nel cosiddetto «Cortile dei gentili», ove potevano entrare anche le gentes, ossia i pagani (12,20-28). O anche quando si racconta il suo dialogo col governatore Pilato durante il processo romano (18,33-38). La questione si pone per le quattro lingue che nella Palestina di allora, provincia dell’Impero, erano in vigore: il greco, l’ebraico, l’aramaico e il latino. Non si dimentichi, infatti, che il “titolo” della croce della condanna di Cristo era – secondo Gv 19,20 – anche in latino. Tuttavia quest’ultima lingua era quasi esclusivamente usata dalle forze di occupazione romane: la rosa, perciò, si restringe alle tre lingue prima citate.

Cominciamo con il greco, usato nell’Impero romano come lingua franca (come si è detto, era una specie di inglese di allora). A Gerusalemme essa era certamente conosciuta dalle alte classi soprattutto per le transazioni commerciali; il popolo si accontentava dell’indispensabile per poter comunicare con i «gentili», cioè con gli stranieri presenti in Palestina. È probabile, perciò, che anche Gesù usasse un po’ di greco – la lingua che sarà poi adottata dal Nuovo Testamento per una comunicazione più universale – quando aveva contatti con non ebrei e forse durante il dialogo processuale con Pilato. Certo, come è stato notato da uno studioso americano, John P. Meier, «né la sua occupazione di falegname a Nazaret, né il suo itinerario in Galilea, circoscritto a città e villaggi decisamente giudaici, avrebbero richiesto scioltezza e regolarità dell’uso del greco. Così non c’è ragione per pensare che Gesù insegnasse regolarmente in greco alle folle che si riunivano attorno a lui».

Passiamo all’ebraico. È noto che esso subì un declino dopo l’esilio babilonese, sostituito nell’uso comune dall’aramaico, la lingua più comune nell’antico Vicino Oriente di allora. Tuttavia esso non si estinse mai come lingua scritta (oltre che ovviamente come lingua liturgica), secondo quanto è attestato dalle famose scoperte di Qumran, presso il Mar Morto. L’ebraico, quindi, era una lingua colta, usata nelle discussioni esegetico-teologiche e dai gruppi elitari di ebrei rigorosi e zelanti, come appunto quelli di Qumran. Gesù probabilmente lo imparò nella scuola sinagogale di Nazaret in modo tale da poter leggere le Scritture, come è testimoniato da Luca quando ci racconta che egli lesse nella sinagoga di Nazaret un brano di Isaia (4,16-20). Al massimo potrebbe aver usato parzialmente l’ebraico nelle controversie teologiche con gli scribi e i farisei riferite dai Vangeli.

Tuttavia, come maestro che parlava alla massa dei contadini, dei pescatori e degli artigiani giudei comuni, Gesù ricorreva alla loro lingua quotidiana che era l’aramaico. Ma qui si pone la domanda fondamentale: qual era questa lingua? Quella “classica” usata anche nelle Sacre Scritture, ad esempio nei capitoli 2–7 del libro di Daniele (per un totale di 4828 parole)? Purtroppo la risposta può essere solo generica perché non abbiamo una documentazione tale da permettere di essere più precisi. Certo, nei Vangeli si intravedono in filigrana al greco tratti di quella lingua. Uno studioso tedesco, Joachim Jeremias, escludendo nomi propri e aggettivi, contava 26 parole aramaiche attribuite a Gesù dai Vangeli o da fonti rabbiniche.

Pensiamo al celebre ’abbà, «babbo, papà», rivolto da Gesù a Dio Padre (Mc 14,36). O alla frase del Padre Nostro «Rimetti a noi i nostri debiti» ove «debito» solo in aramaico (hoba’) – non in greco ed ebraico – significa anche «peccato». Pensiamo al talita’ kum, «ragazza, alzati!», rivolto alla figlia di Giairo (Mc 5,41), o all’effata’, «sii aperto!», indirizzato a un sordo (Mc 7,34), sino alla celebre citazione in aramaico del Salmo 22 da parte del Cristo crocifisso: Eloì, Eloì, lemà sabachtàni, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Il citato Jeremias identificava l’aramaico di Gesù come una versione galilaica dell’aramaico ufficiale, tant’è vero che, durante il rinnegamento di Pietro, gli astanti accusano l’apostolo così: «È vero: anche tu sei uno dei discepoli di Gesù il galileo. Infatti il tuo modo di parlare ti tradisce» (Mt 26,73).

In conclusione: pur avendo una certa conoscenza del greco e dell’ebraico, Gesù parlò al suo uditorio in un aramaico che non conosciamo con precisione e che solo in via ipotetica e con molta libertà, considerata anche la distanza cronologica, può esser comparato con l’aramaico parlato oggi in pochi centri della Siria meridionale (in particolare a Malula), purtroppo ora devastati dalla guerra. Come scrive il citato Meier, «in un paese quadrilingue, Gesù può di fatto essere stato un ebreo bilingue, ma non fu un maestro trilingue». Molto più realisticamente parlò in un aramaico che non riusciamo a ricostruire in modo soddisfacente.

Gesù sapeva leggere e scrivere?

Tenendo conto del rilievo che nell’antico Vicino Oriente aveva la cultura orale, affidata all’esercizio vivo e vivace della memoria, per rispondere al quesito ci sono tre passi evangelici da verificare. Innanzitutto nel Vangelo di Giovanni si ha questa osservazione dei Giudei di Gerusalemme: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?» (7,15). Di per sé l’espressione «conosce le Scritture» in greco (grámmata óiden) potrebbe anche significare semplicemente: «sa leggere». In realtà, però, l’obiezione è rivolta contro Gesù come un’accusa, quella di insegnare in pubblico, senza aver frequentato la scuola di uno dei vari rabbí o maestri importanti di allora e, quindi, la frase riguarda piuttosto la sua conoscenza biblica. La dichiarazione, allora, vorrebbe solo affermare che Gesù aveva un livello sorprendente di cultura teologica.

Che egli sapesse leggere appare, invece, chiaramente dal testo già citato di Luca (4,16-30): a Nazaret, di sabato, egli «si alza a leggere il rotolo del profeta Isaia, aprendolo al passo dov’era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me…» (Is 61,1-2). Al termine della lettura egli «arrotola il volume, lo consegna all’inserviente» e inizia a tenere quell’“omelia” che susciterà una forte reazione tra i suoi compaesani. Cristo, dunque, sapeva leggere. Ma riusciva anche a scrivere? Le due cose non erano necessariamente connesse perché spesso l’apprendimento nella scuola sinagogale avveniva – come si diceva – secondo il metodo orale, ricorrendo alla fertile vitalità della memoria, soprattutto semitica. Tuttavia la capacità di lettura ci orienta verso una soluzione positiva del quesito.

L’unico cenno, in verità molto vago, alla capacità di scrivere di Gesù lo si ha nel terzo passo. Nel Vangelo di Giovanni si ricorda che, davanti all’adultera e ai suoi accusatori, Gesù «si era chinato e scriveva in terra col dito» (8,6). Si sono sprecate le ipotesi su quelle scritte misteriose: c’è chi ha pensato alla ripresa di testi biblici come un passo di Geremia: «Quanti si allontanano dal Signore saranno scritti nella polvere» (17,13). Oppure a una norma dell’Esodo: «Non prestare mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia» (23,1). Altri hanno ipotizzato un’anticipazione delle sue parole successive: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».

La soluzione più probabile, però, potrebbe essere quella di ritenere che Cristo tracciasse solo linee o lettere casuali in terra, come accade anche a noi quando si sta ascoltando qualcosa con un certo distacco, prendendo le distanze da ciò che gli altri dicono. Non si avrebbe, quindi, neppure qui una precisa e diretta attestazione su una capacità di scrittura da parte del Gesù storico, capacità che rimane comunque piuttosto probabile.

Concludiamo questa duplice divagazione e invitiamo il lettore a iniziare questa avventura curiosa di conoscenza delle lingue originali della Bibbia. L’aggettivo «curioso» ha alla base il latino cura che implica impegno, tensione e persino preoccupazione e affanno. È, come siamo soliti dire, un «prendersi cura». La fede comprende anche un sapere che esige studio e apprendimento, persino faticoso. Il grande traduttore della Bibbia dall’ebraico e greco in latino, san Girolamo, che abbiamo già evocato in apertura, confessava: «Ogni tanto mi disperavo, più volte mi arresi, ma poi riprendevo con l’ostinata decisione di imparare». A lui, che era stato instancabile nello studiare «la carne della Scrittura», riserviamo allora l’ultimo appello: «Leggi spesso le divine Scritture; anzi, le tue mani non depongano mai il libro sacro», imitando Maria «che era santa e aveva letto le Sacre Scritture, conosceva i profeti… e vedeva il neonato che era suo figlio e che giaceva e vagiva nel presepe, ma che era il Figlio di Dio e lo paragonava a quanto aveva letto e sentito nei profeti».