Prof. Massimo Palermo, Lei è autore del libro Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti edito da Carocci: in che modo la rivoluzione digitale influenza la comunicazione?
Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti, Massimo PalermoStiamo attraversando un periodo di grandi trasformazioni, di cui non cogliamo ancora appieno la portata e la direzione. Proprio per questo – anche se può sembrare strano – un libro sulla scrittura digitale inizia con uno sguardo al passato, alle altre grandi rivoluzioni che hanno interessato le tecnologie della comunicazione: l’invenzione della scrittura, l’evoluzione del supporto e del contenitore dei testi (dal papiro alla carta, dal rotolo al libro, manoscritto, al testo tipografico e, oggi, al cloud). La lezione che se ne trae è che le rivoluzioni di lunga durata, come sono sempre state quelle che hanno riguardato la comunicazione umana, sono caratterizzate da una forte persistenza: il nuovo non spazza via il vecchio, ma si aggiunge ad esso con un rimodellamento reciproco delle funzioni. Lo stesso sta accadendo nella comunicazione digitale, che in parte eredita e trasferisce su nuovi supporti la forma testo della civiltà tipografica, in parte ne scardina alcuni aspetti costitutivi. La comunicazione digitale è sempre più basata su informazioni mediate (cioè non vissute direttamente) e decontestualizzate, cioè separate dalle coordinate spazio temporali dell’enunciazione. Ma le novità più forti si concentrano nelle modalità di fruizione del testo e, di conseguenza, nel rapporto tra autore e lettore. Non a caso proprio lo sviluppo della rete ha promosso la diffusione del neologismo “wreader” o, in italiano, “scrilettore”.

Viviamo dell’epoca dell’information overload: quali conseguenze produce sulla fruizione dei testi il sovraccarico cognitivo?
La rete mette a nostra disposizione quantità di informazioni non più gestibili dal singolo. Di conseguenza, per usufruirne, siamo costretti a filtrare i contenuti attraverso i motori di ricerca. Siamo dunque sempre più abituati a interrogare testi piuttosto che a leggerli sequenzialmente. Questa novità, che ha indubbi vantaggi sul piano della rapidità del reperimento delle informazioni, sta però condizionando il nostro rapporto tra l’informazione e il testo che la ospita: arrivare subito al punto con una ricerca automatica è un po’ come entrare in una casa arrivando direttamente in camera da letto senza aver attraversato prima l’androne, le scale, l’ingresso e il corridoio. Soprattutto per i nativi digitali, che non hanno ricevuto una formazione basata sulla lettura sequenziale, ciò può portare a un disorientamento cognitivo, alla difficoltà nel contestualizzare appropriatamente le informazioni e nel costruire le necessarie gerarchie.
L’ossessione per la velocità, unitamente al fatto di avere tanta acqua fresca da bere a disposizione senza dover fare troppa fatica per reperirla, può far passare la sete e disincentivare a ricercare le fonti e a interrogarsi sulla loro attendibilità. Insomma, come aveva già intuito Umberto Eco, la persona attrezzata per sopravvivere nella società postmoderna non è tanto quella che possiede le informazioni, ma quella in grado di sapere dove andare a cercarle e valutarne l’attendibilità.
Il sovraccarico informativo e la condivisione di notizie non verificate, da problema linguistico e cognitivo, sta diventando una vera e propria emergenza civile, che potrà mettere a rischio la possibilità stessa di sopravvivenza delle moderne democrazie, almeno come le abbiamo concepite finora.

Quali caratteristiche presenta la scrittura digitale?
Quando scriviamo su una tastiera o su un qualunque altro dispositivo non generiamo direttamente segni grafici, frasi e testi, ma una sequenza di cifre in codice binario. Dopo varie elaborazioni, solo in piccola parte governate dallo scrivente, tali sequenze prendono l’aspetto di un testo riprodotto sullo schermo, si arricchiscono di immagini, suoni e rinvii ad altri ipertesti, sono ospitate in un sito con precise caratteristiche di impaginazione. La prima caratteristica della scrittura digitale è dunque la verticalità: un ipertesto osservato nel codice sorgente mantiene in parte le tracce di queste successive codifiche, ma l’utente comune non le vede. Da ciò deriva un’altra grande novità: la separabilità del testo dal suo supporto di visualizzazione. Questa mia intervista apparirà in un blog, scritta con un determinato font e colore, ma nulla impedisce che gli stessi contenuti, opportunamente ricodificati, siano ospitati su altre piattaforme.
La terza e forse più importante novità è la strutturazione dei testi digitali come dei database, strutturati in campi per favorire la reperibilità delle informazioni da parte dei motori di ricerca. Basta vedere come si modifica la tradizionale configurazione della lettera nella sua versione elettronica: nell’e-mail sono ospitati in campi separati il nome dello scrivente, l’oggetto, la data e l’ora. Ma anche il social tagging diffusosi nel web 2.0, che mette in grado gli utenti non specialisti di etichettare e classificare parole, volti, luoghi ecc. non è altro che una forma di codifica estranea ai principi della testualità tradizionale. La strutturazione dei testi a mo’ di database determina dunque la ristrutturazione di alcune caratteristiche basilari della testualità, come la gestione dei meccanismi di rinvio e di coesione. La parte centrale del libro cerca di approfondire questi aspetti.

Qual è l’evoluzione del testo nell’ecosistema digitale?
Anzitutto la quantità: i testi digitati quotidianamente da ciascuno di noi sono brevi, a volte possono apparire qualitativamente deboli, ma le persone comuni non hanno mai scritto tanto come in questo periodo. Queste scritture veloci possono, grazie ai labili confini tra pubblico e privato fissati dai social media, divenire pubbliche. Chi si scandalizza per il basso livello della comunicazione sui social media dovrebbe tener conto di questo: lo stesso tipo di debolezza si sarebbe riscontrata anche nelle chiacchiere di qualche decennio fa, ma non ci si faceva caso perché rimaneva confinata nella provvisorietà dell’oralità spontanea.
Torniamo sulla metafora contenuta nella domanda: i testi sono sempre stati legati tra loro da rapporti intertestuali: grazie a questi possiamo scorgere, poniamo, echi danteschi o eliottiani nella poesia di Montale. Ciò che caratterizza il mondo della rete è la maggior facilità nel far venire alla luce questi legami, plasticamente rappresentati dallo strumento del link. Si parla allora per la comunicazione digitale di un’immensa e ubiqua bolla informativa, o infosfera, caratterizzata da meccanismi di interrelazione simili a quelli degli ecosistemi e da un’esasperazione dei legami intertestuali.
Altre due caratteristiche della scrittura digitale sono la brevità e la frammentarietà. Un commento di un post su Facebook, in sé incompleto e incoerente, può acquisire senso grazie al macrotesto che lo accoglie.
Si fa un gran parlare, spesso con estremizzazioni in entrambe le direzioni, di nativi digitali riferendosi alla generazione dei millennials: a mio parere è più utile interrogarsi sulla natura non degli individui, ma dei testi nativi digitali, cioè quelli che nascono crescono e esauriscono il loro circuito di diffusione in rete. Proprio quello che nel libro definisco il gradiente di digitalità determina l’aspetto, la forma e il riconfigurarsi delle scritture digitali in nuovi generi.

Esiste un italiano della rete?
Esistono molti studi su singoli aspetti e generi della comunicazione in rete, ma stiamo parlando di un oggetto talmente vasto che non ha molto senso cercare di indagarlo. Vale piuttosto la pena di scandagliare la rete come un immenso e fluttuante deposito di contenuti organizzati in modo più o meno distante rispetto al prototipo del testo cartaceo. La misura di questa distanza è, come dicevo prima, nel gradiente di digitalità dei testi. Le scritture ad alto gradiente di digitalità sono normalmente caratterizzate da un indebolimento della coesione, che si manifesta in una sintassi schiacciata sulla paratassi, nello scarso interesse per il rispetto delle norme grammaticali e interpuntive, nell’uso dello stile telegrafico, che determina il sacrificio di molte parole grammaticali, nell’impiego di segni iconici. Le emoticon sono interpretabili come il tentativo di restituire alla parola la corporeità di cui è dotata nell’oralità: spesso rappresentano in forma stilizzata le parti del corpo umano utilizzate in funzione semiotica.

In un mondo iperconnesso, quale ruolo per la scuola?
La civiltà tipografica – coincidente dal punto di vista cronologico con la modernità – ci lascia in eredità un preciso modello di trasmissione delle conoscenze, che per brevità possiamo identificare nel saggio argomentativo: un testo lungo, lineare, continuo, organizzato sequenzialmente, con una precisa gerarchizzazione linguistica delle informazioni. La capacità di maneggiare testi di questo tipo non può correre il rischio di essere cancellata in poche generazioni o di rimanere, come sembra emergere da un’attenta analisi dei risultati dei test OCSE-PISA, patrimonio delle future élite. Insegnare a leggere, scrivere e argomentare non è un semplice obiettivo disciplinare e didattico, ma diventa sempre più un traguardo di civiltà.
Al contempo nelle aule delle scuole si instaura un difficile dialogo tra nativi digitali e docenti che non hanno la stessa familiarità col mezzo. Le novità legate alla trasmissione per via ipertestuale delle conoscenze non vanno demonizzate ma conosciute, e sarebbe opportuno insegnare agli adolescenti a decodificarle efficacemente. Su quest’ultimo fronte in particolare la scuola potrebbe da un lato insegnare a sfruttare le indubbie potenzialità del mezzo, dall’altro costituire un baluardo contro le insidie della brevità digitata: contenuti impliciti introdotti subdolamente senza esplicitarli, giudizi sommari e senza appello lanciati senza un minimo di approfondimento preliminare del problema e tutte le altre storture di una comunicazione “con la febbre alta” con cui quotidianamente dobbiamo confrontarci.

Massimo Palermo è professore Ordinario di Linguistica Italiana presso l’Università per Stranieri di Siena e Direttore del Dipartimento di Ateneo per la Didattica e la Ricerca (DADR) della stessa Università

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