Editing Duemila. Per una filologia dei testi digitali, Paola ItaliaProf.ssa Paola Italia, Lei è autrice del libro Editing Duemila. Per una filologia dei testi digitali edito da Salerno: quali sfide pone alla filologia la rivoluzione digitale?
Il testo digitale ha rappresentato, per la filologia, che ha da sempre la funzione di stabilire la “verità” storica dei testi, una rivoluzione copernicana, non solo perché è cambiato il supporto di comunicazione, dalla carta al digitale, ma perché sono cambiati i rapporti dell’autore e del lettore con il testo. L’autore può intervenire su un testo già “pubblicato” on line, e non ha più la garanzia (e l’obbligo) del “visto si stampi”, mentre il lettore non è più solo il destinatario passivo del testo, può intervenire e diventare autore a sua volta. Lo si vede molto bene con le cosiddette “edizioni collaborative”. Per la filologia è una rivoluzione: mentre prima, lo scopo del filologo era quello di ricostruire un testo perduto e corrotto nelle sue varie trasmissioni, o di restaurare il testo più vicino alla volontà dell’autore, ora la molteplicità dei testi (in rete) non si rapporta più a una realtà documentaria, o ideale, ma alla mutevolezza delle diverse volontà dell’autore (e del lettore).

Quali testi leggiamo e leggeremo in rete?
In questo momento in rete si leggono testi ibridi, digitali e digitalizzati: riproduzioni di testi a stampa (si pensi alla grande massa di volumi digitalizzati da Google Books o alle collezioni digitali delle grandi biblioteche), e testi in formato digitale, che però non hanno alcuna “certificazione” sulla loro origine e provenienza. Il lettore – che ho chiamato “lettore Google”, – si è improvvisamente trovato davanti a una quantità di testi prima inimmaginabile, e li divora senza sapere cosa legge, in modo compulsivo e bulimico. Testi inaffidabili, pieni di errori: testi “fake”, che vengono divorati come “cibo spazzatura”. Questo libro nasce proprio dal desiderio di creare, in questo momento di transizione, una consapevolezza sulla qualità dei testi che si leggono in rete. Perché interrogarsi sulla loro affidabilità vuol dire pensare alla loro dimensione nel tempo, e al compito che abbiamo di garantirli per le generazioni future.

Come sono cambiati i rapporti fra autore, curatore e lettore con il passaggio dai testi materiali a quelli immateriali?
Un’altra delle conseguenze del cambiamento di mezzo di comunicazione del testo è costituita dalla progressiva perdita dell’intermediazione editoriale, di quell’ “impronta dell’editore”, come l’ha chiamata Roberto Calasso, che, dall’invenzione della stampa ha rappresentato una garanzia per l’autore e per il lettore. Per l’autore, perché permetteva la diffusione e uniformazione di un atto creativo individuale (si pensi alla spinta che la stampa diede, all’inizio del Cinquecento, per la standardizzazione della lingua italiana), per il lettore, perché l’editore garantiva la correttezza del testo, che, non a caso, veniva spesso stampato con la dicitura “con ogni diligenza corretto”. Ora, venendo sempre meno l’intermediazione culturale, l’autore si è fatto editore di sé stesso e il lettore non sa più che testo legge: si è abituato a non richiedere più ai testi quella affidabilità che prima era garantita dal “contratto” tra autore ed editore. E non sa discernere tra testi affidabili e testi non affidabili, tra edizioni corrette e “testi fake”.

Quali diversi modelli di lettura, studio e commento si sono imposti?
Siamo ancora in una fase di transizione, e non si sono visto grandi cambiamenti nei modelli per la lettura e per lo studio scientifico dei testi. Un libro digitale è, nella maggior parte dei casi, un PDF sfogliabile, cioè l’immagine di un libro cartaceo. Non si è ancora imposto – tranne forse nel mondo dell’editoria scolastica – un modello di libro “liquido”, che metta in relazione quegli elementi di iconicità, interattività, multimedialità caratteristici del testo digitale. Nei primi vent’anni del nuovo millennio, nonostante la rivoluzione digitale fosse già iniziata, gli editori, a causa anche della crisi generale dell’intermediazione culturale, non hanno investito nella creazione di nuovi formati, di nuovi dispositivi di lettura. Il risultato è che continuiamo a leggere su supporto digitale un libro non molto diverso da come era stato “codificato” ai tempi di Aldo Manuzio, con l’invenzione della stampa. Ma anche la transizione dal libro manoscritto a quello cartaceo è stata lunga, e per circa un secolo la trasmissione dei testi è proseguita sia attraverso copie manoscritte che con la “nuova” modalità “a stampa”. Sono processi lunghi.

Quali nuove strutture e forme assume il testo nell’ecosistema digitale?
Nel libro, che ha la stessa struttura di Editing Novecento, dedico a questo aspetto un capitolo, in cui rifletto sui cambiamenti di tutti gli aspetti di struttura (come le “collane”, che stanno progressivamente scomparendo) e di forma (come il problema degli “errori in rete”) del testo digitale. Ma si tratta di testi ancora ibridi, e, come dicevo, non molto diversi da quelli tradizionali. Qualche segnale di innovazione e cambiamento è venuto – come si è visto in questi ultimi mesi – nel mondo della formazione, nell’editoria scolastica e universitaria. In Editing Duemila presento alcuni esperimenti di edizioni digitali che hanno provato a innovare la modalità tradizionale del “libro”, e cerco di farne vedere i pro e i contro. In Italia, il processo di digitalizzazione è stato molto più lento, ma questo può essere un vantaggio, perché possiamo evitare di investire risorse ed energie in esperimenti fatti nel mondo anglosassone e che sono stati progressivamente abbandonati, come alcune modalità di libro digitale di “intrattenimento”, che non ha funzionato perché finiva col diventare una versione semplificata del videogioco…

Nel libro Lei presenta alcuni modelli di edizioni digitali: quali strumenti critici e per la certificazione dei testi in rete abbiamo?
Purtroppo non esiste un protocollo per la certificazione dei testi in rete, e questo libro vorrebbe anche sollecitare una consapevolezza in questa direzione. Vi sono alcune linee-guida adottate dalla MLA (Modern Language Association), che possono essere una base di partenza, ma si dovrebbe porre il problema a livello nazionale, per diffondere una coscienza critica sulla affidabilità dei testi. Per fortuna, con il progetto “Biblioteca Italiana” (www.bibliotecaitaliana.it), possediamo una banca dati ricchissima di testi della tradizione letteraria italiana, certificati e metadatati, in continua crescita ed evoluzione. Un “tesoro” che tutti possono leggere, studiare, interrogare. Peccato che, se uno studente cerca un testo in rete, non trova i testi di Biblioteca Italiana, ma una serie di testi “fake” di cui non è dichiarata l’origine e la provenienza…

Quanto sono affidabili i Promessi Sposi che si leggono in rete?
Nel libro ho dedicato un capitolo proprio ai Promessi sposi, perché sono un caso esemplare di testo letto on line in versioni spesso non affidabili. Se cerchiamo in Google “Promessi sposi testo” troviamo migliaia di testi, nei siti più diversi, ma solo tre o quattro sono “affidabili”, rispondono cioè alla domanda che ciascun lettore si dovrebbe porre prima di mettersi a leggere: “Che testo sto leggendo”? I Promessi sposi, come è noto, hanno avuto due versioni a stampa, la Ventisettana e la Quarantana, molto diverse tra loro. Molti testi letti on line non dichiarano nemmeno quale delle due si stia leggendo… Recentemente, con il DH.Arc (Digital Humanities Advanced Resarch Centre) dell’Università di Bologna, abbiamo sviluppato un progetto: Philoeditor, che permette di leggere le due edizioni separatamente, ma anche di leggerle contemporaneamente, una interlineata all’altra, per seguire le “correzioni” dei Promessi sposi che hanno portato alla formazione della lingua italiana che parliamo oggi. Un esperimento già tentato negli anni Settanta, nell’edizione interlineata curata da Lanfranco Caretti, ma che con Philoeditor Manzoni diventa accessibile a tutti. Gli studenti si divertono molto a leggere il testo in questa versione, per così dire “stereoscopica”…

Quale futuro per la filologia nel mondo digitale?
Io credo che la filologia sia una protezione contro l’approssimazione e la manipolazione, attraverso i testi, delle idee, e non credo sia destinata a scomparire nel mondo digitale, anzi, proprio per la grande proliferazione di testi non affidabili, è ancora più necessaria, e può fornire alcune “protezioni” utili, soprattutto ai giovani: per leggere, scrivere, agire più consapevolmente. E la rete offre molte occasioni per costruire queste “competenze filologiche”. Nel libro porto a esempio una delle “WIKI edizioni” che ho sviluppato con gli studenti dei corsi di Filologia italiana, prima alla Sapienza e ora a Bologna: Wiki Leopardi, che permette di leggere i Canti di Leopardi in tutte le versioni pubblicate dal poeta, vedendo direttamente le stampe e seguendo, variante dopo variante, semplicemente cliccando sul testo, le correzioni. È un percorso affascinante, che fa capire, in modo evidente, come è nato un grande libro di poesia: la sua struttura, nella scelta dei testi volta a volta aggiunti o tolti nella versione definitiva, ma anche le singole scelte testuali. Seguire il percorso delle varianti, per esempio in “Silvia, sovvienti – > rammenti > rimembri ancora” è un’avventura culturale. Disponibile in qualsiasi momento, da qualsiasi dispositivo digitale, per tutti.

Paola Italia insegna Letteratura Italiana e Scholarly Editing all’Università di Bologna. Si è occupata di autori e tematiche dell’Ottocento (Manzoni, Leopardi) e del Novecento (Gadda, Savinio, Bassani), con una particolare attenzione alle edizioni dei testi (Editing Novecento, Salerno, 20132) e allo studio e all’edizione delle varianti degli autori (Che cos’è la filologia d’autore, scritto con Giulia Raboni, Carocci, 20165). Ha fondato il sito filologiadautore.it e coordina vari progetti di filologia digitale: Wiki Leopardi, Ecdosys Leopardi, Philoeditor Manzoni.

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