«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.
» (Proemio, vv. 1-8)

Tramandata oralmente per secoli da generazioni di poeti, l’Iliade di Omero narra le tragiche vicende della guerra di Troia: un susseguirsi ininterrotto di combattimenti individuali e grandi battaglie che mettono a dura prova la fragilità dell’uomo, l’irrefrenabile impulso della passione, l’onore violato e il dramma interiore dell’eroe dinanzi alla morte.

Composto da 15696 versi esametri e ripartito in ventiquattro libri, il poema epico prende in considerazione solo gli eventi circoscritti ai cinquantuno giorni antecedenti la fine dell’assedio acheo. Nonostante la brevità del periodo considerato, il rapporto tra la durata narrativa e la durata temporale effettiva varia molto all’interno dell’opera: ad esempio, il I e il XXIV libro coprono singolarmente venti giorni, mentre i libri che vanno dal II al VII e dall’XI al XVIII ne coprono solo uno.

Nell’Iliade la storia è organizzata attorno a più nuclei tematici: l’ira d’Achille e il suo ritiro dalla guerra (Libro I), gli scontri tra Achei e Troiani (Libri II-XV), la morte di Patroclo e il giuramento di vendetta di Achille (Libri XVI-XIX), il duello tra Ettore e Achille e la cerimonia funebre in onore di Ettore (XX-XXIV).

Con «l’ira funesta» di Achille, Omero indica fin dalle prime battute del Proemio l’evento cardine dell’intero poema. Dall’inizio alla fine dell’opera, infatti, il poeta greco pone l’accento sul coinvolgimento del valoroso guerriero acheo in un eccesso d’ira, dapprima giustificato, ma che poi gli si ritorce contro. È proprio attorno alla sua ira che si snodano in parallelo le narrazioni delle gesta di altri eroi e le cosiddette teomachie, ovvero le battaglie degli dei.

Come ogni Proemio che si rispetti, anche quello dell’Iliade è diviso in invocazione alla musa e protasi. Prima di trattare il contenuto dell’intera vicenda, Omero invoca la musa ispiratrice dei Greci, Calliope, per poi proseguire con la narrazione dei motivi che scatenarono la furia di Achille. Il tutto ha inizio quando Crise, sacerdote di Apollo, intende riscattare sua figlia Criseide, fatta prigioniera da Agamennone, capo supremo dell’esercito acheo, non riuscendo però ad ottenere il risultato sperato. Dopo essere stato maltrattato e cacciato via, Crise chiede aiuto ad Apollo per vendicarsi dell’onta subita: il dio greco invia così una pestilenza sul popolo acheo, costringendo Achille a convocare l’assemblea dei capi e a interrogare l’indovino Calcante, affinché spieghi le ragioni dell’accaduto.

Scoperta la verità, Agamennone viene messo alle strette e intimato a riconsegnare Criseide al padre, ma in cambio pretende un dono: la schiava prediletta di Achille, Briseide. Tra i due guerrieri si scatena inevitabilmente una lite violenta, al punto tale da richiedere l’intervento della dea Atena, per impedire che Achille uccida Agamennone. Invitato al temperamento, Achille ubbidisce alla richiesta della dea e giura solennemente di non partecipare più alla battaglia contro Troia e attraverso sua madre Teti, prega Zeus di sconfiggere il proprio esercito. In questo modo gli Achei saranno costretti a ritornare in ginocchio da Achille per risollevare le sorti del conflitto.

Zeus comincia ad adempiere la promessa fatta a Teti di colpire i Greci per salvare l’onore del figlio; di conseguenza proibisce agli altri dei di intervenire nella lotta su entrambi i fronti. Questo divieto sarà rimosso solo alla fine del libro ventesimo. A conti fatti, però, il capo dell’Olimpo non riuscirà a realizzare una netta sconfitta degli Achei, poiché Era, Atena e Poseidone, gli dei ostili ai Troiani, troveranno il modo di opporsi a tale divieto.

Facendo a meno di Achille, la guerra continua in un susseguirsi di scontri tra i migliori combattenti dei due eserciti, senza giungere mai a un confronto decisivo. Questa fase a sorti alterne tra Achei e Troiani, porta in un primo momento alla piena disfatta dei primi. Lo svolgersi di questi eventi si articola in tre stadi e vede Ettore, figlio del re di Troia, dapprima sfondare la porta del muro difensivo acheo, poi spingersi fino alle navi greche per appiccare il fuoco a una di esse e infine uccidere Patroclo, amico fidato di Achille.

Quest’ultimo evento si rivela importante ai fini della narrazione, poiché sarà il motivo che spingerà l’eroe greco a ritornare a combattere. In seguito all’incendio della nave achea, Patroclo si reca da Achille pregandolo di mandarlo in campo vestito con le sue armi per affrontare i Troiani e incutere loro terrore.

Achille acconsente a patto che l’amico si limiti esclusivamente a respingere i nemici senza tentare di conquistare la città e per precauzione si rivolge a Zeus, affinché conceda la vittoria all’amico, facendolo tornare illeso. Il dio accoglie solo la prima richiesta, respingendo la seconda. Patroclo inizia così a fare strage tra gli avversari, avanzando sempre più all’interno della città nemica e contravvenendo al divieto di Achille, si lancia all’attacco delle mura di Troia. Qui sarà sconfitto e ucciso da Ettore, al quale predice la sua fine per mano di Achille.

L’ira di Achille, suscitata dall’offesa al suo onore da parte di Agamennone, si spegne nel dolore per Patroclo e si riaccende nella sete di vendetta contro l’uccisore dell’amico, un’ira che si placherà definitivamente nel libro ventiquattresimo. Oltre a un compagno, Achille ha perso anche le proprie armi, che gli sono state sottratte da Ettore. Per questa ragione, Teti si reca da Efesto e lo prega di forgiare nuove armi per il figlio. La descrizione della scena del nuovo scudo rappresenta uno dei pochi momenti di pausa dell’Iliade da tutte le battaglie: un’opera d’arte che è al tempo stesso immagine del mondo e della vita.

Dal XIX al XXII Libro Omero ha sviluppato un disegno architettonico che inizia con vestizione delle armi e termina con l’uccisione di Ettore, elevando la figura di Achille a una dimensione sovrumana, inserendola al tempo stesso in una prospettiva di profonda umanità. A questa dichiarazione eroica di Achille segue subito un’antitesi, quando il suo cavallo Xanto gli predice la morte e lui accetta consapevolmente il proprio destino.

Riconciliatosi con Agamennone, che gli restituisce Briseide, Achille indossa la nuova armatura e si lancia nel campo di battaglia. Mentre i Troiani e gli Achei si preparano a una nuova giornata di guerra, Zeus abolisce il divieto di partecipare alla lotta e gli dei si dividono in due fazioni: Era, Atena, Poseidone, Ermes ed Efesto si recano tra le schiere degli Achei; Apollo, Ares, Artemide, Afrodite e Leto scendono al fianco dei Troiani. In seguito a questo schieramento, il poeta fa restare gli dei in attesa durante le battaglie di Achille, lasciando che si scontrino solo a partire dal ventunesimo libro. Così facendo, disegna una cornice per le gesta del guerriero acheo.

Alla vista di Achille, i Troiani atterriti si rifugiano entro le mura grazie all’aiuto di Apollo, mentre Ettore ne resta al di fuori, ritrovandosi ad affrontare da solo il proprio avversario, il quale lo ucciderà e farà strazio del suo corpo. Dopo aver assistito alla drammatica scena, il padre di Ettore, Priamo, si reca senza timore nella tenda di Achille per riscattare con ricche offerte la salma del figlio e dargli degna sepoltura. Ripensando al suo anziano padre Peleo, Achille si commuove dinnanzi a tale richiesta e restituisce il corpo di Ettore ai suoi genitori. Il poema si chiude con la celebrazione dei funerali dell’eroe troiano.

Con la morte di Ettore, l’ira di Achille ha raggiunto il suo scopo, ma non la sua fine. Ciò che è sorto come una collera ha causato dolore e morte a due popoli, intaccando anche quello degli dei dell’Olimpo. La sua ira non è stata solo un sentimento nato in un uomo, ma una violenza che è andata oltre l’uomo, provocando turbamenti nell’ordine del mondo. L’equilibrio sarà ristabilito solo con l’accordo tra Priamo e Achille e la restituzione del cadavere di Ettore.

Attraverso l’ira, questo poema epico introduce il lettore direttamente in quella contrapposizione tra Oriente e Occidente che ha sempre giocato un ruolo di primo piano nella storia greca fino alle spedizioni di Alessandro Magno, e dai Romani fino ai secoli successivi, nella storia europea del Medioevo e dell’età moderna. La guerra di Troia viene trasformata da Omero nel prototipo di una guerra universale che coinvolge l’interesse di popoli e continenti alle prese con le questioni tra “cielo e terra”.

Dall’abbandono del campo di battaglia da parte di Achille ai funerali di Ettore, Omero ha così disegnato una geografia terrena invasa costantemente da una geografia divina, dove gli dei agiscono sul destino degli uomini, appaiono loro in sogno, li consigliano, li rimproverano, li aiutano o li contrastano fino alla rovina.