“Il Mostro di Firenze. Scene del delitto e profili criminologici” di Luca Marrone e Micaela Marrazzo

Prof. Luca Marrone, Lei è autore con Micaela Marrazzo del libro Il Mostro di Firenze. Scene del delitto e profili criminologici edito da EDUP: quale profilo criminologico è possibile tracciare dell’autore della serie di efferati omicidi che hanno insanguinato la provincia di Firenze fra il 1968 e il 1985?
Il Mostro di Firenze. Scene del delitto e profili criminologici, Luca Marrone, Micaela MarrazzoNel corso dell’indagine e del processo a Pietro Pacciani, sono state prospettate varie possibili classificazioni del soggetto, con riferimento alle categorizzazioni degli assassini seriali elaborate dalla dottrina. Nel libro, ripercorriamo vari aspetti delle investigazioni condotte sui delitti, cercando di dare adeguatamente conto della loro estrema complessità, sia dal punto di vista strettamente investigativo, sia da quello criminologico. Sotto questo secondo aspetto, all’epoca dei delitti, il tentativo di inquadrare l’omicida entro categorie fenomenologiche definite (partendo dalle risultanze dell’indagine, in particolare dall’analisi delle scene dei crimini, secondo le categorie del criminal profiling) ha rappresentato, per il nostro Paese, un approccio operativo relativamente inedito. Né si può tacere che, circa il profiling, permane in generale più di una riserva sulle sue effettive potenzialità e utilità in ambito investigativo. Com’è noto, tale approccio prende le mosse dall’assunto secondo cui ogni azione tende a rivelare qualcosa del soggetto che la pone in essere, della sua personalità, delle sue modalità di relazionarsi al contesto che lo circonda. Non sembra sussistere accordo in dottrina circa la possibilità di riconoscere al profiling i tratti di una vera e propria scienza. Alcuni Autori propongono modelli analitici a loro avviso dotati di tratti scientifici, altri ritengono che il processo di elaborazione di un profilo richieda specifiche attitudini, non esclusivamente assimilabili alla prospettiva dello scienziato. Secondo John Douglas, per lungo tempo componente della Behavioral Analysis Unit dell’F.B.I. (consultata anche relativamente ai delitti del Mostro di Firenze), le esperienze accademiche e scientifiche non risulterebbero, in questo ambito, utili quanto l’intuito, l’esperienza e la capacità di immedesimazione. Da tale divergenza di opinioni, derivano anche conclusioni differenti circa l’impiego del profiling nel procedimento penale. Chi rimarca l’assenza di un suo unanime e definitivo avallo da parte della comunità scientifica, ritiene evidentemente che esso debba rimanere circoscritto all’ambito delle valutazioni utili all’orientamento dell’indagine, senza alcuna attitudine probatoria. Altri interpreti sembrano auspicare un più ampio ricorso al criminal profiling, ritenendolo persino idoneo a concorrere in modo determinate al convincimento del giudice. In ogni caso, prendiamo atto che, con specifico riferimento ai delitti del Mostro di Firenze, gli esperti sono approdati a conclusioni diverse circa, appunto, il profilo personologico del soggetto in questione e le motivazioni che possono averlo indotto ad agire. Nel testo, ci soffermiamo tra l’altro sulle analisi criminologiche proposte dal dott. Carlo Nocentini (1981), dal prof. Francesco De Fazio e Colleghi (1984-85), dalla citata Behavioral Analysis Unit (1989) e dal prof. Francesco Bruno (1994). Gli esiti di tali analisi, comunque rigorosamente documentate e argomentate, sembrano differire, come detto, su più di un punto significativo, tra cui la riconducibilità dei delitti a una sessualità distorta del soggetto agente o ad un suo possibile intento punitivo, censorio nei confronti delle vittime.

Quali elementi è possibile rilevare dall’analisi delle scene dei delitti?
I criteri su cui si fonda il modello di profilo criminologico proposto dall’F.B.I., non universalmente accettati dalla dottrina ma, in effetti, non privi di utilità come spunto per inquadrare analiticamente la scena di un crimine, sono i seguenti:

  • Classificazione organizzato-disorganizzato: la personalità dell’offender si riflette sul suo modo di gestire la scena del crimine e, quindi, sulle tracce in essa riscontrabili;
  • Modus operandi: dinamico, razionale, soggetto a evoluzione, teso a ottimizzare i benefici ed a ridurre i rischi dell’azione criminosa;
  • Personation e signature: statica, non razionale, proiezione sulla scena delle fantasie dell’offender, va oltre ciò che risulta strettamente necessario al compimento del crimine. La medesima personation in più di una scena del delitto costituisce la signature dell’offender;
  • Staging: deliberata alterazione della scena per sviare le indagini. In genere, attesta la sussistenza di un rapporto tra vittima e offender;
  • Vittimologia: storia completa della vittima, tenta di comprendere perché un determinato soggetto sia rimasto vittima di un determinato crimine.

Con riferimento ai delitti del Mostro di Firenze, dalle scene dei delitti emergono dati ormai noti grazie all’abbondante pubblicistica dedicata al caso. Si tratterebbe di un soggetto tendenzialmente organizzato, che riproduce negli anni la medesima aggressione omicida, con alcune varianti in termini di interventi post mortem sulle vittime femminili ma non nelle modalità di approccio iniziale (utilizzo della Beretta calibro 22 e di proiettili Winchester serie H, con l’aggiunta di un’arma bianca). In alcuni casi, le modalità operative dei delitti non risultano del tutto sovrapponibili, e ciò è naturale. Al determinarsi degli eventi concorrono ovviamente numerosi fattori, a prescindere dall’intento dell’offender di riprodurre le dinamiche di un “delitto-archetipo”: i differenti luoghi in cui le aggressioni si sono consumate, la reazione di certe vittime, alcuni errori di valutazione del soggetto agente, etc. Quest’ultimo, in ogni caso, sembra dimostrare notevole prestanza fisica e prontezza di riflessi, rivelandosi in grado di gestire situazioni potenzialmente idonee a sfuggire al suo controllo. La signature ricorrente nei delitti, si focalizza principalmente sul corpo delle vittime femminili (ricordiamo che il Mostro colpisce coppie appartatesi in auto, di notte, nelle campagne circostanti il capoluogo toscano): prescindendo dall’evento del 1968, la cui riconducibilità al Mostro risulterebbe dubbia secondo più di un Autore, nel 1974 tali interventi post mortem consistono nel praticare incisioni con la punta dell’arma bianca intorno alla vagina della vittima e nell’inserirvi un tralcio di vite, verosimilmente reperito in loco. Dal 1981 al 1985, tranne che nei delitti del 1982 e del 1983, nei quali il soggetto non ha potuto, per differenti ragioni, portare a termine il suo macabro rituale, è dato riscontrare l’escissione del pube e, dal 1984, del seno sinistro. Oltre a dettagli meno vistosi, comunque utili a ricondurre gli eventi al medesimo soggetto. Assente lo staging. E, per quanto riguarda le vittime, è possibile che il Mostro non le conoscesse personalmente, nel senso che non rientrassero tra le sue frequentazioni ma, come accennato, le sceglieva in base a precise caratteristiche. Si trattava, abbiamo detto, di coppie appartate in macchina. Si è anche ipotizzato che non scegliesse le vittime ma i luoghi in cui colpire. Il che, trattandosi di luoghi in cui erano appunto solite sostare coppie in cerca di intimità, sarebbe comunque valso, con ogni probabilità, a scegliere la tipologia delle proprie vittime.

Offerta
Il mostro di Firenze. Scene del delitto e profili criminologici
  • Editore: EdUP
  • Autore: Luca Marrone , Micaela Marrazzo
  • Collana: Studi & saggi
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2020

Quali motivazioni hanno spinto l’assassino?
Sotto il profilo comportamentale-motivazionale, una interpretazione ritiene il Mostro di Firenze ascrivibile alla categoria di omicida seriale denominata lust murderer o serial killer edonista orientato al piacere sessuale. I criminologi Ronald e Stephen Holmes attribuiscono a tale tipologia di soggetto l’attitudine a uccidere ed a praticare atti di sadismo sessuale. A trarre piacere dal torturare e uccidere, accompagnando a questi atti l’elemento concomitante della sessualità. La valenza sessuale dell’aggressione, fondamentale, può peraltro non risultare di immediata e diretta percezione in sede di analisi della scena del crimine, potendo assumere in concerto molteplici e diversificate connotazioni. Il soggetto è interessato a una specifica tipologia di vittima, sempre sconosciuta, che per lui risulti particolarmente attraente. Per quanto riguarda le modalità esecutive degli omicidi, il lust murderer necessita di un contatto fisico con la vittima, che può sostanziarsi in un assalto brutale posto in essere mediante arma bianca o strangolamento. In tale prospettiva, non risultano poi infrequenti atti di necrofilia e l’inserimento di oggetti nei vari orifizi della vittima. Sussistono significativi elementi che ci inducono a dubitare che il Mostro di Firenze possa completamente ascriversi a tale categoria. A differenza del lust murderer, l’omicida seriale italiano non palesa tratti di sadismo, non pone in essere torture nei confronti delle proprie vittime, né penetrazione fallica, né atti di necrofilia o, comunque, di sesso aberrante. Non aggredisce le vittime tramite strangolamento o altre modalità che comportino uno stretto contatto fisico. È vero, il Mostro adotta la personation del lust murderer quando, nel 1974, inserisce il tralcio di vite nella vagina della ragazza uccisa e quando ricorre, nei delitti successivi, alle già richiamate mutilazioni genitali. Elementi di tale categoria criminologica ricorrono senz’altro, ma inscritti, sembrerebbe, in una cornice comportamentale più ampia e complessa, a essa non completamente sovrapponibile. Nel caso di specie, riteniamo siano riscontrabili in misura significativa anche tratti caratterizzanti l’omicida seriale missionario. Attingendo ancora agli studi di Holmes e Holmes, consideriamo che un soggetto del genere sente di dover colpire una determinata tipologia di persona, a suo dire meritevole appunto di soccombere. Questo proposito è ingenerato in lui da una qualche pregressa, problematica interazione con individui riconducibili a tale tipologia e le vittime rappresenterebbero dei sostituti della persona che egli ritiene, a torto o a ragione, responsabile dell’ingiustizia patita. Anche il serial killer missionario rivolge quindi la propria attenzione verso una vittima ideale, sia pure individuata con criteri nettamente differenti rispetto a quelli adottati dal lust murderer. Trae dagli omicidi compiuti un beneficio psicologico, in particolare è probabile che ne ricavi appagamento del proprio, distorto senso di giustizia e di valore personale. Pur non uccidendo per finalità palesemente e direttamente sessuali, potrebbe lasciare sulla scena tracce relative a un atto sessuale con la vittima. Dopo l’omicidio – abitualmente – questo tipo di serial killer non sembra avvertire la necessità di abusare del cadavere. Colpisce con rapidità, in modo ben pianificato, organizzato. Ponendo a confronto i tratti caratterizzanti l’omicida seriale missionario con quelli del Mostro di Firenze, si evidenziano vari aspetti comuni, tra cui: la tendenza ad agire in modo organizzato e, quindi, a controllare la scena del crimine non lasciandovi tracce utili; il mancato spostamento del corpo della vittima; il fatto di non ricorrere allo strangolamento, alla tortura (o ad armi di tortura) e al sesso aberrante; l’assenza, sul luogo del delitto, delle armi impiegate nell’aggressione; il ricorso a un attacco rapido, teso a neutralizzare immediatamente le vittime. Certo, l’aspetto che, più di altri, sembrerebbe escludere l’ascrivibilità del Mostro a tale tipologia di omicida seriale è il rituale delle mutilazioni post mortem. Precisiamo però che, secondo gli studi considerati, il missionario non pone in essere “abitualmente” interventi che esulino dall’omicidio in sé: tale possibilità sembrerebbe, quindi, contemplata sia pure in termini di eccezione, di anomalia statistica. Nel caso del Mostro di Firenze, l’impossessamento delle parti anatomiche femminili potrebbe rivestire un significato differente rispetto a quello direttamente sessuale o, comunque, integrarlo. Forse una volontà di censura, di rimozione della sessualità femminile; forse l’intento di acquisire un trofeo che accresca la gratificazione del soggetto per la spedizione punitiva compiuta, per la missione portata a termine.

Quale bilancio si può trarre relativamente alle indagini?
Le indagini sono state, com’è noto, lunghe, sofferte e problematiche e hanno visto l’avvicendarsi di approcci differenti, non sempre adeguati alla peculiare tipologia di criminale che esse miravano a identificare. Qualcuno ha affermato che le prassi investigative del nostro Paese non fossero, allora, specificamente tarate per un omicida seriale che, sotto molti aspetti, sembrava provenire da un contesto culturale differente, nordeuropeo o anglosassone. Certo, la consapevolezza della presenza, nelle campagne toscane, di un serial killer si è delineata gradualmente e ciò ci sembra peraltro inevitabile. Ricostruire la vicenda dal punto di vista storiografico pone notevoli difficoltà. Ci si imbatte in scenari investigativi alternativi, che si avvicendano e che tornano periodicamente a riproporsi; in sviluppi paralleli; in reperti che vengono recuperati a distanza di anni e che forniscono ulteriore impulso alle indagini; in dichiarazioni e confessioni controverse, contraddizioni, ritrattazioni. La soluzione cui si è pervenuti in sede investigativa e giudiziaria (delitti commessi dai cd. “compagni di merende”, probabilmente su incarico di un misterioso e sfuggente consesso di insospettabili) non sembra trovare tutti concordi e, pur in presenza di sentenze passate in giudicato, non mancano studi che si dedicano a esplorare scenari alternativi. È quanto – senza alcuna pretesa di approdare a esiti conclusivi e anzi elevando il dubbio a criterio ispiratore delle nostre ricerche – la dott.ssa Marrazzo e io abbiamo tentato, a nostra volta, di fare nel libro dedicato alla vicenda. A proposito dello scenario dei compagni di merende, consideriamo che fu accolto, al suo apparire, con qualche polemica e scetticismo. Qualcuno, nella circostanza, affermò che non esistono serial killer di gruppo. In realtà, esistono, sia pure in una percentuale molto ridotta rispetto ai serial killer che agiscono da soli. Si tratta, potremmo dire, dell’eccezione alla regola. Nello scenario prospettato, vi era poi un altro aspetto singolare: si sarebbe trattato di assassini seriali non animati dalla consueta spinta maniacale ma da un movente economico: procurare, dietro compenso, parti anatomiche femminili a un non meglio definito consesso occultistico, che le avrebbe impiegate in imprecisati rituali. Non sorprende che un’ipotesi tanto suggestiva abbia goduto del favore dei mass media. Essa si basa, però, sulle dichiarazioni di un “pentito” che avrebbe ammesso di aver partecipato ad alcuni dei delitti e su testimonianze correlate. Più di uno studioso del caso ritiene di poter individuare, in tali dichiarazioni, vistose contraddizioni e incongruenze, tali da invalidarle del tutto. Diciamo, quindi, che il fatto di credere o meno allo scenario in questione dipende da quanto si sia disposti a ritenere attendibili tali dichiarazioni e i soggetti che le hanno rilasciate. Per quanto riguarda, in particolare, il “pentito”, ci si potrebbe chiedere perché qualcuno dovrebbe confessare un crimine che non ha commesso. In realtà, sembra si tratti di un fenomeno più comune di quanto si pensi. Secondo uno studio di Innocence Project, tra le più significative cause di errori giudiziari, rientrerebbero appunto le “false confessions or admission”. Lo studio in questione menziona varie possibili cause del fenomeno, ovviamente riferite, in particolare, alla realtà giudiziaria americana. Non sempre, comunque, riconducibili esclusivamente a disturbi mentali dei soggetti che confessano crimini non commessi.

Luca Marrone, nato a Roma, si è laureato in Giurisprudenza e si è specializzato in Criminologia e Psicologia forense. Si dedica, tra l’altro, allo studio delle varie tipologie di omicidio, dei white collar crimes, dei culti distruttivi, delle applicazioni della criminologia all’investigazione e all’intelligence. Svolge, altresì, attività di consulente come analista della scena del crimine e criminal profiler. Dal 2007, è docente di Criminologia e Scienze forensi presso la Lumsa di Roma. È membro della Società Italiana di Criminologia e dell’European Society of Criminology.

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