“Marx e il denaro” di Nicola De Ianni

Prof. Nicola De Ianni, Lei è autore del libro Marx e il denaro edito da Rubbettino: che concezione aveva Karl Marx del denaro?
Marx e il denaro, Nicola De IanniIl venticinquenne Marx scrisse nell’estate del 1843 un saggio Sulla questione ebraica pubblicato nell’unico numero degli “Annali franco tedeschi” nel 1844 in cui, sulla scia di Moses Hess, identificava il denaro come il culto mondano dell’ebreo e affermava che l’emancipazione degli ebrei dal giudaismo coincideva con l’emancipazione dell’uomo. Nello stesso anno, nei manoscritti economici filosofici del 1844 Marx approfondiva questa analisi e la estendeva dagli ebrei alla intera società. “Il denaro – scriveva – possiede la proprietà di comprar tutto… è così oggetto in senso eminente”. Il denaro era dunque “il signore del mondo”, mediatore fra il “bisogno e l’oggetto”, “tanto grande è la mia forza, quanto grande è la forza del denaro”. Nel corso degli anni, Marx pose al centro del suo studio il denaro, questa volta come capitale, simbolo ed essenza del nuovo modo di produzione capitalistica.

Che rapporto ebbe con il denaro il filosofo tedesco?
Ebbe un rapporto controverso. In una lettera ad Engels del 21 gennaio 1859 scrisse “Non credo che nessuno mai abbia scritto sul denaro con una tale mancanza di denaro”. Se per tutta la sua vita rappresentò l’oggetto di studio e di riflessione all’atto pratico era incapace di gestirlo. Da quando, studente a Bon e a Berlino, veniva accusato dai genitori di non saper gestire le risorse che riceveva da loro a quando, nella rivoluzione tedesca del 1848, usò tutti i fondi della eredità paterna fino alla indigenza assoluta che colpi lui e la sua famiglia dal 1849 quando si trasferì definitivamente a Londra. Dal 1851, Marx fu corrispondente del “New York Tribune”, il quotidiano più diffuso nel Nord America, con i suoi 200 mila abbonati e riusciva a guadagnare anche 150/200 sterline l’anno che erano tuttavia insufficienti a coprire il bilancio familiare. Inoltre egli era un generoso, aiutò sempre nell’emigrazione i compagni bisognosi, facendo della solidarietà un elemento distintivo della propria esistenza.

Quale evoluzione subirono gli stati d’animo di Marx verso il denaro?
Il libro si suddivide in tre parti che corrispondono agli stati d’animo di Marx verso il denaro: la sufficienza (1835-1849), la sofferenza (1849- 1869), l’equilibrio (1869-1883). Nella prima il giovane Marx è in Germania, poi a Parigi, Bruxelles e nuovamente a Colonia. In questo periodo Marx ha con il denaro un rapporto di sufficienza, se ne mantiene a distanza per via di un’impostazione teorica che ne consente solo un uso distaccato. Nella seconda parte, che si inaugura con l’arrivo di Marx a Londra e per i successivi vent’anni, l’indicibile sofferenza per le condizioni materiali sue e della sua famiglia raggiunge vertici di miseria assoluta. Marx è spesso travolto dagli avvenimenti ed incapace di stabilire con il denaro un qualsiasi rapporto positivo. Nella terza parte, ottenuto da Engels un vitalizio sufficiente a garantirgli un equilibrio economico, Marx torna alla vita normale in cui al centro non c’è più, come ossessione, il denaro.

Che rapporto ebbe con il denaro il Marx studente e poi giornalista?
Ebbe un rapporto come detto – di sufficienza – nel senso di un uso del denaro come mezzo e non come fine. Non ne ebbe mai tanto a sua disposizione, ma come gli capitava di averne e lo spendeva subito. Lontana da lui qualunque logica di risparmio da mettere da parte per i periodi negativi. Certamente fu per le cattive condizioni economiche che si sposò tardi, nel 1843, dopo 7 anni di fidanzamento. La moglie Jenny, figlia del barone von Westfalen, era di quattro anni più anziana di lui, e dovette attendere fino ai 29 anni per realizzare il suo sogno d’amore, restandogli accanto fino alla morte, avvenuta nel 1881, due anni prima di Marx. A Parigi, dove Marx si trasferì con la moglie nell’ottobre 1843, in qualità di direttore degli Annali franco tedeschi, poteva contare su 550 talleri l’anno oltre alla percentuale sulle vendite. Non era una gran cifra, soprattutto se si considera che da studente, fino al 1838, e cioè fino a quando il padre era in vita, aveva ricevuto circa 700 talleri l’anno per mantenersi a Bonn e a Berlino. Uscì solo un numero della rivista e poi, a causa di un clamoroso flop di vendite, il proprietario Ruge, che era a Parigi con Marx, decise di interrompere la pubblicazione. Naturalmente Marx prese solo un paio di mensilità e poi cominciò a protestare invano con Ruge riuscendo alla fine a mantenersi solo grazie ad una generosa colletta organizzata dagli amici tedeschi. Non risulta che ne fece uso parsimonioso. A febbraio del 1845 Marx fu espulso da Parigi e si trasferì a Bruxelles vivendo con il poco che gli era rimasto dalla sottoscrizione promossa dall’amico Engels in Germania. A Bruxelles, nonostante le speranze coltivate con Engels, non riuscì a trovare nessun finanziatore per pubblicare alcuna rivista e, nel maggio 1846, scriveva all’amico Weydemeyer di essere in gravi difficoltà finanziarie, avendo venduto ormai le “ultime cose d’oro e di argento e una gran parte della biancheria di lino”. Nel 1848 scoppiò la rivoluzione e Marx, espulso da Bruxelles si trasferì a Colonia. A febbraio era riuscito ad avere, dopo una lunga trattativa con la madre, una parte dell’eredità paterna, circa 1680 talleri. Nella rivoluzione tedesca finanziò il giornale con suoi fondi e utilizzò quasi tutti gli altri che gli erano rimasti per l’acquisto di armi per i rivoltosi.

Come visse Marx gli anni londinesi?
Il ventennio londinese è quello che ho chiamato della sofferenza. Marx, aveva un budget annuo che in pochi anni raddoppiò da 170 a 350 sterline (pari a 1500/3000 talleri) di cui almeno un quarto era dovuto per pagare interessi usurai a piccoli bottegai che gli facevano credito. Aveva una famiglia numerosa e manteneva un tenore di vita più alto delle sue possibilità per permettersi un segretario e due domestiche e consentire alle tre figlie una vita borghese. Abiti e gioielli suoi e della moglie entravano ed uscivano dal Monte di Pietà. Una volta lamentò in una lettera ad Engels che non aveva il denaro per disimpegnare il suo vestito per uscire ed un’altra che doveva assolutamente trovare qualche penny per recuperare le scarpe delle due domestiche al Monte di Pietà. Nella sua vita poté contare su ben quattro significative eredità: quella paterna, quella della madre della moglie, quella materna e quella dell’amico Wilhelm Wolf detto Lupus. La prima, come si è detto, fu investita nella rivoluzione del 1848, la seconda nella ristrutturazione della nuova casa affittata nel 1856 per lasciare il pessimo quartiere di Soho, la terza e la quarta nel 1864, le più cospicue pari a circa 1.400 sterline, che se ne andarono in meno di un anno per pagare i debiti, permettere alla moglie e alle figlie una vita più rilassata e concedersi anche il lusso di qualche operazione finanziaria in borsa, probabilmente andata male. In realtà per quasi tutto l’intero periodo londinese, Marx era ossessionato dalle richieste dei creditori e passava gran parte della giornata a recuperare qualche sterlina per pagare i debiti più urgenti, naturalmente indebitandosi in una spirale senza fine. Viveva e studiava ogni modo per sostituire con un grande debito quelli piccoli che aveva contratto, ma senza garanzie, se non quella di Engels, era un bel problema. Tre dei sei figli di Marx morirono, nel 1850, 1852 e 1855 per le condizioni di assoluta indigenza cui furono costretti a vivere. Le cose proseguirono cosi per molti anni perché Marx non riusciva né ad aumentare le entrate, né a ridurre le uscite. Ecco ad esempio cosa scriveva ad Engels in una lettera sfogo nel luglio del 1858 per spiegare come erano state spese in un mese 44 sterline (20 sterline date da Engels e 24 ottenute dalla Tribune): “Tutta la faccenda si riduce dunque a questo: i modesti introiti non sono mai destinati al mese che viene ma bastano sempre appena per ridurre i debiti – dopo aver detratto le spese fisse per la casa, la scuola, i canoni fissi e il Monte di Pietà – in modo da non essere messo direttamente sulla strada (…) Anche se volessi effettuare un’ultima riduzione delle spese – per esempio levare le bambine da scuola, prendere un appartamento proprio proletario, licenziare le donne di servizio, vivere di patate, neanche vendendo all’asta la mia mobilia basterebbe per placare i creditori di qui e per assicurarmi una ritirata senza ostacoli in un qualsiasi buco. L’apparenza di rispettabilità che finora è stata mantenuta, è stato il solo mezzo per evitare il crollo”.

Di quale aiuto gli fu Friedrich Engels?
Il rapporto di amicizia fra Marx ed Engels è stata una chiave interpretativa importante del mio lavoro.

Il denaro lo rappresenta. Engels aiutò finanziariamente Marx per tutta la sua vita dal 1844 fino al 1883. Fino al 1869 lo fece con regolari elargizioni settimanali o mensili che dalle 50- 60 sterline annue del periodo 1850-1855, arrivarono a superare le 150 sterline nel periodo 1855-1861, per toccare dopo il 1862, cifre superiori. Si aggiunga che Engels aveva qualità di gestore di patrimoni davvero eccezionali per l’epoca che mise a frutto per garantire, dopo aver lasciato il lavoro, nel 1869, a sé e alla famiglia Marx quanto necessario per una vita rispettabile in cui il denaro non rappresentava più una ossessione come negli anni precedenti. È la terza parte che io ho chiamato dell’equilibrio, perché, liberato dei debiti ed avviatosi finalmente ad una amministrazione oculata del vitalizio concessogli da Engels, Marx, che per inciso aveva pochissime esigenze personali, poté vivere tranquillo con la moglie aiutando finanziariamente le figlie. Engels era convinto della superiorità scientifica di Marx e per questo si sacrificò per vent’anni a fare il commerciante nella ditta che il padre aveva in società con i fratelli Ermen a Manchester sapendo che questo era l’unico modo per permettere a Marx di lavorare alla stesura del Capitale. Nei primi anni cinquanta il suo guadagno annuo superava di poco le 200 sterline e dunque l’aiuto che poteva garantire a Marx, con sacrificio, corrispondeva a circa il 30% del suo reddito. Poi, nel corso degli anni cinquanta crebbe sempre insieme all’aumento del reddito di Engels. La situazione si fece drammatica nel 1862 quando Marx interruppe il rapporto con la “New York Tribune” e a quel punto le circa 350/400 sterline che rappresentavano il budget di Marx ricadevano interamente su Engels essendo venute a mancare le entrate dal giornale americano. Gli anni dal 1862 al 1869 furono i più difficili per Engels il quale si sentiva responsabile dell’intera famiglia Marx delle cui esigenze finanziarie si era ormai fatto carico. Nel novembre del 1868 Engels scrisse a Marx per comunicargli che era in trattativa con gli Ermen per la sua liquidazione e per il ritiro dall’attività e per chiedergli se un vitalizio di 350 sterline gli sembrava sufficiente per vivere bene, naturalmente dopo avere azzerato tutti i debiti che gli domandò di precisare. Marx rispose che i debiti ammontavano a 270 sterline, (poi risulteranno 340) e che la misura del vitalizio andava più che bene. Engels provvide a pagare i debiti di Marx e dal 1869 a inviargli 87,5 sterline a trimestre e in seguito anche di più perché i risultati della gestione del suo patrimonio fu negli anni davvero straordinario. Egli nel fissare due vitalizi di 350 sterline (uno per sé e uno per Marx) contava su un capitale di circa 12 mila sterline. Al tasso di interesse del 4 o 5 % si trattava di 480/600 sterline. La differenza per arrivare a 700 bisognava prenderla dal capitale che ogni anno perciò sarebbe diminuito. Quindi se il primo anno si prendevano ad es. 600 sterline dal reddito e 100 dal capitale, l’anno successivo si potevano prendere 550 sterline dal reddito e 150 dal capitale. Engels fu abilissimo a diversificare gli investimenti dal comparto obbligazionario a quello azionario. Con il capital gain conseguito egli riuscì ad ottenere da subito un reddito medio tra il 7 e l’8% che comportava un reddito di 960 sterline sufficiente a pagare i vitalizi e reinvestire il surplus. Quindi in nessun anno egli diminuì il capitale per pagare il reddito. Engels morì 12 anni dopo Marx, nel 1895, lasciando una copiosa eredità alle due figlie sopravvissute di Marx.

La corrispondenza fra Marx ed Engels rende conto di un rapporto d’amicizia speciale fatto di una solidarietà sostanziale. Dopo il 1869, Engels si trasferì a Londra e visse a distanza di poche centinaia di metri dall’amico sostenendolo amorevolmente anche a causa della salute compromessa fino alla morte di questi avvenuta nel 1883. E fu il primo e il principale artefice della fortuna postuma di Marx. In una lettera scritta a Liebknecht scrisse infatti: “Quando sono arrivato, si era profondamente addormentato, ma per sempre. La più grande mente della seconda metà del nostro secolo aveva spesso di pensare”.

Nicola De Ianni, già professore associato di Storia economica presso il Dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università Federico II di Napoli, dove ha insegnato Storia economica e finanziaria e Storia dell’Industria. È autore di diversi volumi biografici su imprenditori ed aziende del XIX e XX secolo. Per Rubbettino ha pubblicato Banco di Napoli spa 1991-2002: un decennio difficile, 2007; Il ministro soldato. Vita di Guido Jung, 2009; Il calcio italiano 1898-1981: Economia e potere, 2015; Maurizio Sarri: una vita da raccontare, 2019.

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